Paolo Crepet: «Pucci? C'è un limite alla libertà. Le offese personali non sono satira»
Corriere della Sera - Cultura

Paolo Crepet: «Pucci? C'è un limite alla libertà. Le offese personali non sono satira»

Martedì 10 febbraio 2026
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Lo psichiatra torinese il 19 febbraio a ChorusLife con «Il reato di pensare», monologo che prende il nome dal suo libro. «I consigli? Sono per gli adulti. Non bisogna avere paura di spegnere il telefonino alle 4 di mattina»

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Paolo Crepet: «Pucci? C'è un limite alla libertà. Le offese personali non sono satira»

di Rosanna Scardi

Lo psichiatra torinese il 19 febbraio a ChorusLife con «Il reato di pensare», monologo che prende il nome dal suo libro. «I consigli? Sono per gli adulti. Non bisogna avere paura di spegnere il telefonino alle 4 di mattina»

«Il mio difetto è che, da trent’anni, penso cose che poi puntualmente si verificano: è successo con i giovani violenti. E ora con “Il reato di pensare” che ho immaginato quando non c’erano Trump, migliaia di morti a Teheran e… il caso Pucci a Sanremo». Il «profeta» è Paolo Crepet che, giovedì 19 febbraio, porterà alla ChorusLife Arena il monologo che prende il nome dal suo libro, «Il reato di pensare». Lo psichiatra torinese guiderà il pubblico in una riflessione su censura, autocensura e libertà individuale, per riscoprire il coraggio di immaginare, esprimersi e dissentire.

Crepet, perché questo titolo?
«Perché non c’è niente di più attuale. E sono d’accordo con il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, che vieterà l’accesso ai social a chi ha meno di 16 anni».

In questo modo, però, si pone un limite al pensiero dei ragazzi.
«Se i social creano dipendenza, è necessario. Un eroinomane non è una persona libera. Questa è la battaglia delle battaglie, più importante di Groenlandia, Venezuela e varie fronti di conflitto. Non ci sono eserciti, né bombardamenti perché è una guerra commerciale. Abbiamo la fortuna che la Silicon Valley non è in Europa; dobbiamo decidere se e come utilizzare ciò che non è una tecnologia, ma una cultura».

I profili social di Fabrizio Corona sono stati chiusi.
«Corona è un signore di cui non parlo perché non mi interessa. Continuano, invece, a preoccuparmi gli strumenti, l’aver deciso per pavidità o convenienza economica che Tizio, Caio e Sempronio possono dire a Marco, che frequenta la seconda liceo, che è sovrappeso o scrivere del lato B di Giordana».

Un altro caso, amplificato sui social, riguarda la presenza di Pucci a Sanremo, accusato di sessismo e offese, in particolare verso Elly Schlein. Per questo il comico ha rinunciato a salire sul palco dell’Ariston.
«Io sono un libertario. Da ragazzo ho vissuto a Londra, dove chiunque può salire su una cassetta della frutta e dire ciò che pensa nello speakers’ corner ad Hyde Park. C’è un solo limite: non parlare male dei regnanti. Io credo che il limite siano le offese personali. Ci deve essere un’autoregolamentazione. Pure io vado sul palcoscenico, ma non mi metto a offendere omosessuali o persone diversamente abili. Le offese mi disgustano. Diversa è la satira che è una critica con ironia e che riguarda il potere».

Quindi, è d’accordo su chi critica la partecipazione del comico?
«Non entro nel caso. Posso solo dire: occhio ad alcuni cantanti. Una certa cultura usa la musica come strumento di propaganda. Basti leggere i testi dei rapper e trapper».

Lei su Instagram è seguito da 564 mila follower e spezzoni di suoi interventi sono spesso virali.
«Li gestiscono i miei collaboratori e sono gli altri che riprendono le mie parole. Io non passo un minuto della mia giornata sui social e sto benissimo così».

Cosa consiglia ai giovani che hanno voglia di pensare?
«I consigli sono per gli adulti. Non devono dare indicazioni, tantomeno ordini. Per esempio, se papà (o mamma), il venerdì sera, chiama a casa cinque o sei amici e stanno insieme a mangiare una pizza, ridendo e raccontandosela, senza passare la serata al telefono, è magnifico. Così come vedere degli adulti che si divertono, ricordando la vacanza di Gino in Grecia che cercava una fidanzata, senza per forza dover vedere foto o video. E poi uscire di casa, non dico di andare a Hong Kong, perché non tutti possono permetterselo, ma fare un viaggio in Spagna o una gita nelle valli bergamasche. Non bisogna avere paura del mondo. Né di spegnere il telefonino alle 4 di mattina».

Come immagina il futuro?
«Con una app che controllerà pressione, glicemia e umore: chi la produce diventerà stramilionario e chi la usa un ossessionato che la interrogherà dieci volte al giorno. La salute è un grande business e succederà che ci faremo una tac sul telefonino, in totale autarchia».

Qual è la soluzione?
«Mettere il cellulare in un cassetto e affrontare la vita con un po’ di leggerezza. E poi a me piace andare in farmacia a misurarmi la pressione e a fare quattro chiacchiere».

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10 febbraio 2026

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