Maria Adriana Prolo, la donna che inventò il Museo del Cinema sotto le bombe: la storia che Torino ha dimenticato
Corriere della Sera - Cultura

Maria Adriana Prolo, la donna che inventò il Museo del Cinema sotto le bombe: la storia che Torino ha dimenticato

Martedì 10 febbraio 2026
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Quando Torino era la capitale del cinema italiano (e una ragazza lo capì prima di tutti) molto prima di Cinecittà. La storia di Maria Adriana Prolo: studiosa, visionaria, fondatrice del Museo del Cinema, contro tutto e tutti

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Maria Adriana Prolo, la donna che inventò il Museo del Cinema sotto le bombe: la storia che Torino ha dimenticato

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Quando Torino era la capitale del cinema italiano (e una ragazza lo capì prima di tutti) molto prima di Cinecittà. La storia di Maria Adriana Prolo: studiosa, visionaria, fondatrice del Museo del Cinema, contro tutto e tutti

«Venti, trent’anni fa, il centro della cinematografia italiana, ch’è ora a Cinecittà, al Quadraro, era nella Torino dai numerosi teatri di posa sparsi fuori barriera; le marche dei pionieri torinesi che lavorarono e lottarono contro l’incomprensione del Governo e dei tempi, riuscirono a conquistare il primato su tutte le marche straniere». Così scrive, nel 1938, Maria Adriana Prolo — trent’anni, di Romagnano Sesia, impiegata a Torino — per spiegare quel che sarebbe potuto essere del cinema nella sua regione.

È una passione recente a ispirarla. Si è laureata a Magistero, ha preso a collaborare con la Biblioteca Reale di Torino e insieme al direttore Nicola Brancaccio sta lavorando a un volume sulla dinastia sabauda. Ha mille interessi. Suona il violino, scrive di economia, compone versi. Un giorno, nell’estate del ‘38, è in biblioteca per una ricerca sulla letteratura piemontese e trova alcune riviste dedicate al cinema muto. Non è passato molto dalla prima magia dei fratelli lionesi che hanno incantato il mondo con l’uscita degli operai «dalle Officine Lumiere» e forse anche le riecheggia dentro il ricordo della fascinazione di quando, a sei anni, l’hanno portata a vedere Occhi che videro!, realizzato nel 1914 da Ubaldo Pittei.

Certo è che quel giorno in biblioteca è una svolta, la messa a fuoco di una motivazione, tanto che — sempre nel 1938, ad ottobre — «data l’inesistenza di una storia della cinematografia italiana» decide di cercare «notizie sul passato cinematografico di Torino» e, ovviamente, di scriverne. Comincia a ricomporre la storia dei pionieri del cinematografo a Torino, lo racconta in una lunga lettera chiamata Appunti e pubblicata su Bianco e Nero. Recupera nomi, storie, marchi. «Nel 1904 il ragionier Ambrosio, proprietario di un negozio di strumenti ottici e materiali fotografici in via Roma 2, sviluppa le due prime pellicole girate in Italia, Le Manovre degli Alpini al Colle della Ranzola e La prima corsa automobilistica italiana Susa-Moncenisio»... «Nel 1910 la Rosso&C diventa Itala Film, la marca gloriosa che s’imporrà in tutta Europa per più di un decennio e L’Ambrosio lancia i suoi grandi calibri della Serie d’oro, il Nerone, la Didone Abbandonata, Lo Schiavo di Cartagine, si formano la Navone films in Via Moncalvo 26, l’Aquila films in Vias Lagrange 47, la Pasquali Films in Via Brugnone 22. Nel 1910 sono 7 le case produttrici di Torino sulle 14 di tutta Italia». 

Una ricostruzione meticolosa che restituisce un pezzo di storia industriale. «Nel 1918 — annota — si ordina la chiusura di tutti cinematografi d’Italia per l’epidemia di spagnola. L’epidemia segna anche la chiusura dei teatri di posa». Corsi e ricorsi storici. Ripercorre i tempi nuovi dopo l’epidemia: «Nel 1927 — scrive — il grande impresario e noleggiatore Stefano Pittaluga diventa produttore. La Cines riprende a lavorare, dal ‘28 l’industria cinematografica è in lenta ma continua ascesa».

 Una ricerca certosina, ma non pedissequa. Ironizza: «Quanto colpisce la falsità, l’innaturalezza, la caricatura nelle pose delle attrici, degli attori... Una diva di allora, dovendo sedere, non poteva farlo nel più semplice dei modi. No. Doveva posare di traverso un ginocchio sul sedile ed appoggiare un gomito alla spalliera guardando con languidi occhi, di sbieco, il compagno, il quale nei momenti solenni dei giuramenti, premeva le cinque dita sul cuore, roteando gli occhi al cielo, una volta per ogni baffo girato all’insù».
Occhi nuovi, visione fresca. Poi un’idea, che nel maggio 1841 si trasforma in una minuscola annotazione su una minuscola agenda: «8 giugno 1941, pensato il Museo». Il momento è sfavorevolissimo, in Europa c’è la guerra, i bombardamenti colpiscono già Torino, dal ’40 al ‘45 saranno decine.

 Nonostante questo, nello stesso anno, ottiene dal Comune un locale al secondo piano della Mole Antonelliana. Adriana è tenacissima, trova i primi sponsor. «Tra coloro — scrive — che allora credettero all’idea così ardita di un museo dedicato alla cinematografia vi furono la FIAT, L.3000, la FERT, L.1000, l’Ente provinciale per il Turismo L.1000, il pastificio Paolo Agnesi L.1000…». A Torino diventa «la signorina del cinematografo», avvistata al Balon, a Porta Palazzo, in cerca di oggetti per il «suo» museo; intanto cerca contatti e sostenitori tra i protagonisti del cinema di allora, ancora muto, Giovanni Pastrone, Arrigo Frusta. «Sono 14 anni che lavoro sempre a questo scopo, sacrificando tante cose che a una donna farebbero molto piacere e spero che il periodo più brutto sia ora finito», scrive nel luglio del 1955, in una lettera a B. Newhall, conservatore della George Eastman House.

Ma è la corrispondenza tra lei ed Henri Langlois, fondatore de La Cinématheque Française, durata anni, che testimonia l’amicizia fra i due, il sodalizio intellettuale, la ricerca continua di acquisizioni. E racconta la storia di una sfida durata una vita. L’8 giugno 1956 lo scrive a Langlois: «Dal 14 maggio ad oggi mi occupo solo del contratto per Palazzo Chiablese. Non voglio “scoppiare” ma la burocrazia è schiacciante». Lei però è instancabile: «Sto aspettando — 24 ottobre 1956, sempre a Langlois — che il mio architetto decida la nuova intestazione del Museo e sono costretta ad “arrangiarmi” il più possibile! ...Ho trovato un’orribile vetrina e me la sono portata a piedi dalla Mole a Palazzo Madama, una cosa per attaccare la grande mappa del Museo al Palazzo Chiablese. Ho visto che qualcuno in strada Giuseppe Verdi mi guardava con dei dubbi dietro la testa!! Sono sola a lavorare alla Mole... E ho tutte le casse dello Studio che non ho ancora aperto, devo fare tutte queste cose e non ho nessuno che mi aiuti. Ma voglio resistere e arrivare al punto».

Che al punto ci arrivi lo si capisce da una lettera del 1963, di ottobre. «Un collega, che indicava al suo segretario gli ospiti della mostra, mi ha presentato come Mademoiselle Prolo, conservatrice del Museo del Cinema. Così ho perso le staffe e con cortesia ho detto “potremmo dire meglio fondatrice e direttrice”. Quando sono uscita lo stesso personaggio mi ha riconosciuta e ha detto con un sorriso “Addio, fondatrice e direttrice”».

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