Roma, Berlino e la UE semplicata
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Roma, Berlino e la UE semplicata

Lunedì 9 febbraio 2026
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La mossa italo-tedesca può accelerare il percorso verso l’autonomia dagli Usa ma restano problemi politici irrisolti

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Giuseppe Sarcina | 9 febbraio 2026

La mossa italo-tedesca può accelerare il percorso verso l’autonomia dagli Usa ma restano problemi politici irrisolti

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La mossa italo-tedesca potrebbe segnare una svolta in Europa. Il cancelliere Friedrich Merz e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni chiedono alla Commissione europea di cestinare le iniziative legislative «che non rispondono più agli attuali obiettivi politici e tuttora bloccate nelle procedure». In altri termini, Germania e Italia spingono per una drastica semplificazione delle norme europee e rivendicano un maggiore coinvolgimento del Consiglio europeo in questo processo. È probabile che gli Stati più piccoli, diversi partiti e molti osservatori respingeranno questo approccio, considerandolo un attacco inaccettabile alle prerogative della Commissione fissate dai Trattati. Dobbiamo aspettarci, dunque, un articolato dibattito giuridico, da seguire con grande attenzione. Nello stesso tempo, però, lo scossone promosso da Berlino e da Roma chiama in causa una serie di problemi politici che forse non sono mai stati così urgenti. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, il tema è diventato sempre più chiaro. L’Ue, o ancora meglio, l’Europa allargata a Regno Unito, Norvegia e Islanda, ha capito che è arrivato il momento di rafforzare la propria autonomia.

Ciò significa emanciparsi dagli Stati Uniti, cominciando dai settori vitali: difesa, energia, tecnologia, finanza. A Bruxelles e nelle capitali europee, ormai tutti sanno quello che bisognerebbe fare. È scritto nel «Rapporto Draghi» sulla competitività, consegnato alla Commissione nel settembre del 2024 e in quello compilato da Enrico Letta sul mercato unico, terminato ad aprile dello stesso anno. A questi due documenti si può aggiungere il report sulla sicurezza militare, depositato a Bruxelles il 30 ottobre 2024 dall’ex premier finlandese Sauli Niinisto. Oggettivamente è difficile individuare analisi più accurate e più concrete. In grande sintesi l’Unione europea dovrebbe investire rapidamente almeno 750-800 miliardi di euro all’anno in tecnologie, intelligenza artificiale, fonti energetiche rinnovabili. Inoltre vanno abbattute le barriere burocratiche e normative che intralciano la libera circolazione di merci, capitali e servizi tra i 27 Stati. Infine, occorre accelerare i piani per la difesa comune, iniziando a eliminare sprechi e duplicazioni tra gli eserciti nazionali. Giovedì 12 febbraio, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen e i leader europei aggiorneranno questo ambizioso programma, con un vertice informale alla presenza di Draghi e Letta.

È un passaggio necessario, ma non sufficiente, almeno fino a quando non saranno affrontate a viso aperto le questioni politiche che stanno frenando il percorso verso l’autonomia europea. Prendiamo la sicurezza militare. Il Segretario della Nato, Mark Rutte, è stato netto: «Chi pensa che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti, può continuare a sognare». È un giudizio che vale anche per il lungo periodo? Olanda, Lettonia, Lituania, Estonia, Romania, Bulgaria, Grecia pensano di sì. Germania, Francia e ora anche Finlandia, Svezia e Spagna, credono, invece, che si possano creare le condizioni industriali e finanziarie per stringere i tempi. Italia, Polonia e altri oscillano tra i due campi. Le scelte politiche sono complicate, tra l’altro, da intese bilaterali con gli Usa (è la situazione della Polonia) o di finanziamenti diretti ricevuti per anni dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato (i Baltici).
Altro scenario complesso: l’energia. L’Ue ha deciso di azzerare gli acquisti di gas dalla Russia entro il primo gennaio 2027. Nel frattempo, però, nel 2025 il valore delle importazioni di gas liquido russo è salito a 7,2 miliardi di euro, rispetto ai 6,2 miliardi del 2024 (dati del centro studi belga Kpler). La Francia ne ha acquistato il 41,7%. Altri clienti importanti sono Belgio, Spagna e Olanda. Certo, questo gas costa meno di quello americano, che comunque copre già il 25% delle forniture. È evidente che la scelta di Francia, Belgio, Spagna e Olanda rinforza la tenuta economica di Mosca, cosa che quasi tutti i soci della Ue vogliono evitare, e ritarda il processo di diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Ancora un caso: la finanza digitale. La Banca centrale europea si prepara a lanciare nel 2029 «l’euro digitale», che dovrebbe fare concorrenza ai circuiti di pagamento americani, come Visa e Mastercard. Ma come si comporteranno Polonia, Svezia, Danimarca, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria, vale a dire le sei nazioni che non fanno parte dell’eurozona?
Si potrebbero fare altri esempi e il risultato sarebbe lo stesso. L’Unione europea è solcata da differenze e da alleanze a geometria variabile. Tanto che anche Ursula von der Leyen, nella lettera inviata ai Capi di Stato e di governo in vista del summit, invita a procedere, se necessario, con le «cooperazioni rafforzate» tra gli Stati. Considerate le condizioni di partenza è praticamente impossibile che la formazione dei Paesi sia sempre la stessa. È un dato di fatto che ormai sembra valere pure per la gestione delle crisi politico-diplomatiche. Abbiamo avuto l’ultimo riscontro con la Groenlandia: solo sei membri Ue su 27, cioè Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e Svezia hanno preso seriamente le minacce trumpiane di annessione, al punto da inviare militari nell’isola dell’Artico.

9 febbraio 2026

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