Torino, lo sviluppo urbano del Secondo dopoguerra e le battaglie dei residenti per avere una città più equa (soprattutto in periferia)
È una storia di strade, di palazzi ma anche di persone che rivendicano il diritto alla città. Sono gli anni in cui gli abitanti si organizzano in comitati di quartiere. Una bella ricerca di Alessandro Mancuso ricostruisce quelle vicende
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Torino, lo sviluppo urbano del Secondo dopoguerra e le battaglie dei residenti per avere una città più equa (soprattutto in periferia)
di Dario BasileÈ una storia di strade, di palazzi ma anche di persone che rivendicano il diritto alla città. Sono gli anni in cui gli abitanti si organizzano in comitati di quartiere. Una bella ricerca di Alessandro Mancuso ricostruisce quelle vicende
La Torino che conosciamo oggi è in larga parte il risultato di quello straordinario sviluppo urbano che si registra a partire dal Secondo dopoguerra. Una storia di strade, di palazzi ma anche di persone che, per citare il filosofo Henri Lefebvre, rivendicano il diritto alla città, ovvero a partecipare attivamente alla produzione dello spazio urbano. Sono, infatti, quelli anche gli anni dei comitati di cittadini che lottano per avere una città più equa, specialmente in periferia.
Una bella ricerca di Alessandro Mancuso ricostruisce quelle vicende. In quegli anni la richiesta di manodopera nelle fabbriche e le sirene del Miracolo Economico attirano in città un numero enorme di persone. Tra il 1951 e il 1961 gli abitanti di Torino aumentano del 42%, oltrepassando la soglia del milione e, allo stesso tempo, molte persone continuano a vivere in condizioni disagiate, tra scantinati e strutture di accoglienza comunali. In tale scenario, il Piano Ina Casa, che si avvia nel 1949 per iniziativa di Amintore Fanfani, ha un ruolo decisivo nella ricostruzione e nello sviluppo della città. La città si estende verso le periferie e l’edilizia pubblica si affianca a quella privata, delle cooperative e alle case Fiat. Sotto la spinta dell’emergenza abitativa quella trasformazione avviene però in modo frammentario.
Agli inizi degli anni Cinquanta il sindacoAmedeo Peyron è consapevole dei rischi legati alla rapida crescita urbana. La redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (PRG) di Torino inizia nel 1950 e si conclude con il progetto preliminare il 7 aprile 1956. Tuttavia, l’approvazione definitiva avviene solo nel 1959, tramite decreto presidenziale del ministero dei Lavori Pubblici. Il progetto stima, forse con eccessiva enfasi, una città destinata a ospitare fino a 1,5 milioni di abitanti. Rispetto ai 930.000 residenti all’atto dell’approvazione. Si immagina la città come «una grande mano, che ha il palmo rigidamente piantato nella vecchia zona centrale di Torino e che protende le dita della sua attività verso il territorio circostante».
Il PRG del 1959 si distingue per un’impostazione teorica avanzata. Sulla carta ogni quartiere deve essere dotato di servizi essenziali proporzionati alla popolazione: scuole, strutture sanitarie, impianti sportivi, chiese, mercati, e spazi collettivi. Eppure, la realtà si rivela spesso più complessa della teoria. Al momento della sua attuazione, il Piano presenta almeno due difetti importanti. Il primo, permettere delle altissime cubature, tante unità abitative, ma con un’assoluta insufficienza di servizi pubblici. La crescita edilizia procede infatti a ritmi vertiginosi, mentre i servizi pubblici restano carenti e disorganici. E a soffrire di più di queste mancanze sono soprattutto le nuove generazioni. Il secondo difetto è relativo al problema della viabilità e dei trasporti. Ma non solo. La conservazione e la creazione di aree verdi e per servizi non seguono le indicazioni previste dal piano regolatore. Anche l’edilizia scolastica diventa un significativo problema per l’amministrazione cittadina. Le scuole sono costrette a fare i doppi e i tripli turni e solo nel 1961 vengono aperte 13 scuole dell’obbligo (materne, elementari e medie).
A subire maggiormente una crescente marginalità urbana sono le periferie. In una città segnata da una crescita industriale tumultuosa e da un’espansione urbana disordinata, alcune zone periferiche e operaie appaiono come degradate, sovraffollate e prive di servizi. Ma gli abitanti non accettano quella situazione. E così quei luoghi divengono il teatro materiale e simbolico delle contestazioni. Di fronte alla carenza cronica di servizi, alle difficoltà di trasporto e alle condizioni spesso precarie degli alloggi, gli abitanti si organizzano in comitati di quartiere, espressione diretta del disagio urbano. Tra il 1966 e il 1967 nascono i primi coordinamenti locali, che si estendono rapidamente a tutta la città.
Questi organismi non si limitano a rivendicare miglioramenti nelle condizioni abitative, ma allargano il loro raggio d’azione alla gestione dei servizi, alla pianificazione urbanistica e alla democratizzazione delle istituzioni locali.
Le rivendicazioni locali si inseriscono in un più ampio movimento di partecipazione cittadina, che nel novembre 1973 trova espressione nel documento del coordinamento dei comitati di quartiere intitolato «Chi decide per la città?». Si dice che «il futuro della città non dovrà essere deciso d’ora in poi negli uffici riservati, ma alla luce del sole, dai cittadini». È una storia importante, quella dei comitati di quartiere spontanei torinese, che è ancora tutta da scrivere. Come ricorda Roberto Orlandini, animatore del blog farestoriainperiferia, esiste un corposo fondo Domenico Sereno Regis che raccoglie tutta la documentazione relativa a quell’importante movimento di politica dal basso ed è conservato presso la Biblioteca Civica Centrale. Per poterlo studiare occorre però inventariarlo. Speriamo venga fatto al più presto.
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