Ceto medio sempre più povero? È un'emergenza, no a slogan
Ceto medio sempre più povero? È un'emergenza, no a slogan
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(SOLINAS)
Caro direttore,
il ceto medio è ormai definito come «i nuovi poveri» e questo ormai lo sanno anche i bambini. Peccato che la nostra classe dirigente si accapiglia su questioni poco attrattive per il popolo. Non a caso e non soltanto in Italia stanno prendendo consenso forze politiche nuove magari più estreme che in passato nessuno o quasi avrebbe considerato. I vari Vannacci, Le Pen, AfD testimoniano una voglia di nuovo, senza cercare retro pensieri fascisti, che si manifesta come esigenze poiché lo status quo inizia a non piacere e si teme per un futuro incerto e sempre più povero.Luca Testera Pardi
Caro Pardi,
L'ultimo rapporto Istat ci aveva restituito una fotografia preoccupante sulle condizioni di quello che il nostro istituto di statistica classifica come «ceto medio», più del 60 per cento delle famiglie italiane. Famiglie che hanno visto aumentare le loro spese molto più di stipendi e salari, che pagano gran parte delle tasse, che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese (con il 16,1 per cento del totale vicino alla soglia di povertà). Insomma una fetta rilevante degli italiani, in buona parte coppie con figli, è coinvolta in un progressivo peggioramento delle condizioni di vita. Misure come il taglio delle aliquote Irpef e, nell’ultimo periodo, un leggero recupero dei salari, hanno mitigato questa situazione. Una politica responsabile concentrerebbe però tutti gli sforzi, nel finale di legislatura, su interventi straordinari per invertire il declino. E studierebbe tutto quello che è possibile fare per favorire la crescita delle retribuzioni, in particolare dei lavoratori più giovani. L’annunciata estensione del taglio dell’aliquota Irpef ai redditi fino a 60.000 euro è un buon passo. Così come l’azzeramento delle tasse sugli aumenti salariali per i giovani. È importante, di fronte a risorse scarse, che non si disperdano le misure in mille rivoli. Un discorso a parte riguarda la responsabilità delle imprese: tocca anche a loro, soprattutto a quelle che fanno buoni profitti, rispondere all’impoverimento investendo nei loro dipendenti. È l’unica condizione perché l’economia del Paese cresca e i consumi ripartano. Certamente la rabbia e il disagio sociale possono portare gli elettori a sostenere chi si presenta come il paladino del popolo, con ricette facili ma spesso illusorie. Questi nuovi protagonisti sono molto bravi a urlare e a individuare presunti colpevoli dell’impoverimento. Quando, però, si vanno a guardare le loro proposte non si trova nulla oltre gli slogan. E con gli slogan non si mangia né si migliora la vita dei cittadini.
28 settembre 2026
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