VoYageur è bella, ma è come se non volesse correre rischi
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VoYageur è bella, ma è come se non volesse correre rischi
di Eduardo CicelynA Napoli l’arte contemporanea ha ormai trovato la sua forma amministrativa: arriva in piazza, viene montata, fotografata, inaugurata, spiegata e poi riparte. La città resta, l’opera passa. È il nuovo turismo delle forme, una specie di crociera culturale nella quale ogni anno cambia il monumento ma non cambia il copione. Adesso tocca a Ibrahim Mahama, artista ghanese di spessore internazionale, con Voyageur, tre grandi imbarcazioni di legno conficcate nel pavimento di piazza Municipio, che prima o poi si dice faranno rotta verso l’Albergo dei Poveri, sempre che per strada non s’incaglino in qualche imprevisto, come la Venere di Pistoletto, attesa da anni e mai montata nella chiesa di San Severo al Pendino.
L’opera di Mahama arriva nel momento in cui Napoli si prepara a vivere la nuova stagione nautico-spettacolare con le regate della Coppa America. Coincidenza? Naturalmente. Ma è una coincidenza talmente ben apparecchiata da sembrare progettata. Le tre barche sono belle, questo è il problema. Belle nel senso contemporaneo del termine: lucide, proporzionate, fotogeniche, immediatamente riconoscibili. Hanno quella superficie impeccabile che permette all’opera d’arte di presentarsi già pronta per Instagram prima ancora di avere cominciato a parlare con qualcuno. Sembrano uscite dal laboratorio di un falegname diligente, innamorato della precisione, più che dalla storia tormentata di una materia. Il legno non porta addosso il viaggio: porta soprattutto i segni di una lavorazione accurata. E qui comincia la faccenda interessante.
Ci viene detto che queste barche parlano dell’Africa occidentale e del Mediterraneo, delle migrazioni, del lavoro, delle merci, degli attraversamenti, dei naufragi, della speranza, dell’accoglienza. Mahama stesso spiega che sono barche che non navigano, ma stanno in piedi nello spazio della città, portando con sé l’idea del movimento e contemporaneamente quella della permanenza. Il curatore Vincenzo Trione vi riconosce invece una dimensione metafisica, un’ambiguità tra il dramma migratorio e la vela, tra memoria e speranza. Tutto giusto. Forse troppo giusto. Come un compito scolastico risolto e spiegato. Perché il problema di Voyageur è precisamente questo: l’opera sembra arrivare già corredata della propria interpretazione. Non deve essere guardata per capire di che cosa parla; basta leggere la didascalia. La barca significa il viaggio, il viaggio significa il migrante, il migrante significa il Mediterraneo, il Mediterraneo significa Napoli, Napoli significa accoglienza. E il cerchio si chiude con la rassicurante puntualità di una conferenza stampa.
Il risultato è una scultura che non vuole correre alcun rischio. Non scandalizza, non disturba, non si oppone realmente alla piazza, non mette in crisi il suo funzionamento. Si limita a occuparla con eleganza. Ed è proprio questo il suo limite. Le tre barche non sembrano precipitate in città: sembrano messe in pagina nella piazza. Come tre immagini di un catalogo tridimensionale. La loro posizione è studiata, la loro distanza è studiata, la loro verticalità è studiata, persino la loro estraneità è studiata. Non c’è il rischio dell’incidente, dell’incongruo, dell’eccesso, dell’errore. Tutto funziona troppo bene. E allora viene da chiedersi: a chi parlano queste barche? Al napoletano che attraversa piazza Municipio per andare al porto? Al turista che cerca un’immagine da fotografare? Al migrante evocato simbolicamente? Al pubblico internazionale dell’arte contemporanea? Oppure alla Coppa America, che casualmente arriva proprio mentre le tre barche vengono piantate nella piazza? La domanda non è peregrina. Le cronache dell’inaugurazione sottolineano esplicitamente la coincidenza con la settimana delle preregate e il rapporto tra l’opera, il mare e l’evento sportivo.
Così la barca migrante e la barca sportiva finiscono nello stesso grande acquario spettacolare della città contemporanea. Una naviga veloce, l’altra non naviga affatto. Una è destinata alla competizione, l’altra alla contemplazione. Una rappresenta il lusso della mobilità, l’altra la tragedia della mobilità forzata. E tuttavia entrambe vengono consegnate allo stesso dispositivo urbano: il grande evento. Qui sta forse il vero problema di Voyageur: non il suo significato dichiarato, ma la sua docilità istituzionale.
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27 settembre 2026 ( modifica il 27 settembre 2026 | 08:18)
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