A Palazzo Cominelli «Fuck war!», 28 artisti e un unico obiettivo: utilizzare l’arte per esprimere un atto di dissenso
La mostra a S. Felice del Benaco fino al 24 ottobre
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
A Palazzo Cominelli «Fuck war!», 28 artisti e un unico obiettivo: utilizzare l’arte per esprimere un atto di dissenso
di Pietro Keller CassettiLa mostra a S. Felice del Benaco fino al 24 ottobre
Gli artisti, provenienti da tutta Italia, sono 28; le sale espositive le ha messe a disposizione una bella dimora seicentesca, Palazzo Cominelli, punto focale di Cisano, quieta e acciottolata frazione di San Felice del Benaco. È vero: non siamo a New York, non c’è la guerra del Vietnam, e gli aerei di oggi non sono quelli che rasero al suolo Guernica. Eppure la guerra non cambia mai e allo stesso modo il messaggio contro di essa riesce, nella sua forza intrinseca, a risultare sempre ugualmente potente, soprattutto se veicolato attraverso l’arte. Si chiama «Fuck war!» la mostra che ha aperto ieri a Palazzo Cominelli: curata da Michele Serini, vi resterà visitabile fino al 24 ottobre.
L’idea è venuta alla Fondazione Cominelli, in collaborazione con la Pro Loco di San Felice. «Fuck War non è una semplice mostra — ha spiegato il curatore —, ma un atto di dissenso, un’indagine sull’orrore della guerra per scuotere le coscienze e il titolo è un’avvertenza diretta. La guerra è morte ma oggi, filtrata dai media, rischia di arrivare fino a noi in modo ovattato, fino a diventare parte del rumore quotidiano e consumarsi nell’indifferenza. Da qui nasce la volontà di mettere insieme artisti diversi, con storie, sensibilità e linguaggi differenti, ma uniti dalla necessità di dire qualcosa davanti a quello che sta succedendo. L’arte può avvicinare anche ciò che normalmente teniamo a distanza, può provocare e costringerci a guardare. Il nostro intento è proprio questo, costringere a guardare e prendere posizione contro ciò che è ingiusto, perché ognuno di noi può fare qualcosa».
L’identità visiva e tecnica degli artisti in mostra non è unitaria: il percorso di «Fuck war!» è piuttosto tematico, e fa dialogare anime anche molto diverse fra loro. Fra i nomi di punta, quello di Agostino Arrivabene rappresenta il filone più onirico e simbolico: la sua pittura – in esposizione l’opera Du mal - guarda alle influenze del Rinascimento, del Barocco e dei Preraffaelliti. Su una scia simile il realismo metafisico di Wlady Sacchi, artista del tempo sospeso scomparso nel 2020. Poi ci sono le scene della Divina Commedia evocate da Rosario Fossati, e il murales Il giardino del drago di Vanni Cuoghi.
A San Felice è presente anche la scultura. Filippo Dobrilla, scultore e speleologo scomparso nel 2019, è divenuto celebre per il suo lavoro faccia a faccia col marmo: per trent’anni ha scolpito un “gigante” a 650 metri di profondità nelle Alpi Apuane, un’impresa celebrata dal film del 2021 di Tommaso Landucci Caveman. Oltre a lui sono presenti, fra gli altri, gli scultori Michelangelo Galliani e Giuseppina Fontana.
Merita uno spazio a parte la pittura cromatica di Luca Bray, in cui il protagonista è il blu di mare e cielo. In mostra l’opera El sonido del silencio, che come tutte quelle di Bray conserva il titolo inscritto nella tela. Quindi, la pop art: Fidia Falaschetti reinterpreta i simboli della cultura contemporanea, come la mela della Apple, trasformata in una granata in Iboom”; e Barbie, Padre Pio, i supereroi vengono riletti dall’ironia di Francesco de Molfetta, in arte Demo. E poi ancora: l’arte concettuale di Marco Bertin, la denuncia all’«era della plastica» di Dario Tironi, il design contemporaneo di Luiss Perlanera. Uniti, tutti, dallo stesso grido
Vai a tutte le notizie di Brescia
27 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA