I politici e la miseria retorica dell'insinuazione
I politici e la miseria retorica dell'insinuazione
di Aldo Grasso | 27 settembre 2026I tuoi preferiti
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Nel 1869 Francesco De Sanctis scriveva: «Ci è una parola caratteristica, venuta oggi molto in voga, ed è “insinuazione”: cioè a dire un’accusa lanciata con tante scappatoje e sotto così mutevoli apparenze, che non vi è parola o frase dove tu possa coglierla, arrestarla e riconoscerla».
In questi giorni ne abbiamo avuto alcuni esempi. Roberto Vannacci ha attaccato duramente la riforma elettorale in discussione, insinuando apertamente: «Sembra fatta contro di noi». Giorgia Meloni, davanti ai dati Istat sul deficit al 3,08%, si è molto rammaricata: «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo».
Nessuna accusa esplicita, dunque. Solo un interrogativo, un dubbio, un’ombra.
È questo il genio dell’insinuazione: non ha bisogno di prove perché non si presenta come un’accusa. Si limita a mettere in circolo un sospetto e poi si ritira, lasciando agli altri, soprattutto ai social, il lavoro sporco dell’interpretazione. L’insinuazione è la forma più elegante della miseria retorica: non dice «è così», dice «e se fosse così?». E proprio per questo è difficile da smentire. Come si può confutare un dubbio? Come si può processare una supposizione? L’insinuazione non cerca la verità: cerca un sospetto abbastanza resistente da sopravvivere alla verità.
Ancora De Sanctis: «Senti la trafittura e non vedi la spada».
27 settembre 2026
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