Lo scudo che insegna a pensare
È bello pensare che i nostri giovani, oggi, abbiano bisogno di uno scudo come quello di Achille, che non li separi dal mondo, ma insegni loro ad attraversarlo con l’acume del pensiero
Lo scudo che insegna a pensare
Cristina Dell Acqua | 26 settembre 2026È bello pensare che i nostri giovani, oggi, abbiano bisogno di uno scudo come quello di Achille, che non li separi dal mondo, ma insegni loro ad attraversarlo con l’acume del pensiero
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Sullo scudo di Achille c’è un ritratto della vita umana. C’è una città in pace e una in guerra, un matrimonio e un processo, campi da arare e grappoli da raccogliere, feste, famiglie, uomini al lavoro. E sopra tutto il cielo, il sole, la luna, le stelle. Omero, in questo squarcio dell’Iliade (XVIII), affida a uno scudo un compito meraviglioso: non soltanto quello di proteggere un eroe, ma quello di ricordargli per che cosa vale la pena combattere. Mi piace pensare che i nostri giovani, oggi, abbiano bisogno di uno scudo così, che non li separi dal mondo, ma insegni loro ad attraversarlo con l’acume del pensiero. Pensare è la voce più importante del verbo essere umani. Pensare vuol dire pesare. Ce lo suggerisce la sua etimologia latina: pensare è mettere un pensiero sulla bilancia, sentirne il peso, confrontarlo, scegliere. Un gesto lento e rivoluzionario nel nostro tempo.
Se avesse ragione Zohran Mamdani, il sindaco di New York, a proibire l’AI nelle scuole sino ai 13 anni? Al di là della singola proposta, la domanda è viva e frutto di riflessioni in corso in molti Paesi: come proteggiamo (che bella parola di cura) i ragazzi senza chiuderli fuori dal loro tempo?
La risposta non possiamo trovarla solo nei divieti. Ma proteggere significa soprattutto preparare, dare strumenti, parole, consapevolezza. Senza contare che con l’AI dovremo imparare qualcosa di nuovo: non solo a usarla, ma ad allenarci a leggere i suoi pensieri, interrogarne le risposte, cercare ciò che manca, riconoscere un errore, chiederci perché ci siamo fidati. Imparando anche a leggere meglio noi stessi. E mentre impariamo a leggere meglio l’intelligenza artificiale, impariamo a leggere meglio anche noi stessi. In fondo a scuola, come a casa del resto, abbiamo un compito bellissimo: dare tempo per restituire valore alle domande, alle conversazioni, ai libri, al saper esprimere i propri pensieri con parole all’altezza di quello che i nostri ragazzi custodiscono dentro di loro. I Greci avevano una parola bellissima, logos: parola, discorso, ma anche ragione, relazione, mettere in rapporto.
Pensare significa allora: creare connessioni, con parole scelte con cura, tra cose che prima sembravano separate. Un pensiero non è una risposta veloce, è un filo che collega una cosa a un’altra. Cose che appartengono a una realtà complessa e contraddittoria, proprio per questo umana. Come la nostra, come quella impressa sullo scudo di Achille. Quello che dobbiamo consegnare ai nostri ragazzi: non per escluderli dal futuro, ma per insegnare loro come entrarci.
26 settembre 2026
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