Un’Europa senza il centro
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Sabato 26 settembre 2026
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Dalla Germania alla Francia gli elettori si spostano verso le ali estreme. Cosa c’è dietro la «migrazione» di voti

Vannacci, la foto modificata della sottosegretaria forzista Matilde Sicuracusano: la maglietta «sparisce» e la scollatura diventa profonda

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Massimo Nava | 26 settembre 2026

Dalla Germania alla Francia gli elettori si spostano verso le ali estreme. Cosa c’è dietro la «migrazione» di voti

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Pur con differenze e specificità nazionali, c’è un’interessante coincidenza fra i risultati delle elezioni regionali in Germania e i sondaggi sulle prossime presidenziali in Francia.
In Germania, al successo clamoroso dell’estrema destra di Alternative für Deutschland è seguito il sorprendente successo dell’estrema sinistra radicale di Die Linke a Berlino. In Francia, il Rassemblement National è già non da oggi il primo partito e la sua leader Marine Le Pen ha molte possibilità di conquistare l’Eliseo. Secondo i sondaggi, potrebbe vedersela con il leader della sinistra radicale, Jean Luc Mélenchon.
Nella corsa alla presidenza della Republique, centro destra e centro sinistra annaspano fra una pletora di candidati e scontri per ottenere una candidatura, mentre poco è rimasto di strutture e tradizioni dei partiti storici: la destra gollista e il partito socialista. Ai minimi termini, il partito comunista.

In Germania, dopo lo sprofondamento della Cdu e il pesante arretramento della Spd, la situazione presenta riscontri analoghi: il partito popolare che fu di Angela Merkel e la socialdemocrazia hanno perso il loro profondo radicamento nella società tedesca, come l’hanno perso fondazioni e classi dirigenti che hanno accompagnato la vita politica della Germania dal dopoguerra.
Ora il dibattito ruota attorno all’ipotesi improbabile di mettere fuori legge AfD, partito che non nasconde il carattere xenofobo e di estrema destra ma raccoglie fra il 30 e il 40 per cento dei consensi nella ex Germania Est e cresce anche nella ex Germania ovest, con propaganda ossessiva sulla presenza straniera e obiettivi sovranisti. Questo nonostante che immigrati e tedeschi di origine straniera siano in percentuale molto più numerosi a Ovest con punte altissime nelle città più ricche, come Amburgo.

Al di là del futuro quadro politico della Germania e della sorte del cancelliere Merz, lo scenario franco-tedesco mette alle corde l’asse Parigi-Berlino che ha sostanzialmente sostenuto l’architettura della Ue negli ultimi decenni, nonostante recenti polemiche e diversità di vedute su alcuni dossier europei. Se i populisti trionferanno, i loro leader potrebbero scrivere la parola fine su un modello e su un ideale, perché questo è l’obiettivo fondamentale delle destre sovraniste che stanno avanzando in Europa.

Quanto avviene in Germania e Francia, presenta punti in comune con l’Italia che, in fin dei conti, è stata nella Storia un laboratorio anticipatore di tendenze: la democrazia cristiana è morta molto prima della Cdu e dei gollisti francesi. Il partito socialista è ai minimi termini. Si sono perse molte tracce del Pci che fu di Berlinguer.
In casa nostra, i sondaggi danno in forte ascesa l’estrema destra del generale Vannacci, la presidente Meloni esalta i propri elettori con il limite degli alunni stranieri nelle scuole e lo spauracchio del burqa, la Lega si raduna a Pontida con lo slogan «Non passa lo straniero», mentre — a sinistra — Giuseppe Conte e i Cinque Stelle cercano di imporre al «campo largo» una svolta radicale, insistendo sulle politiche sociali, sul no alla guerra, sullo stop delle armi all’Ucraina.
In buona sostanza, nei tre maggiori Paesi europei (ma la tendenza è evidente in molti altri Paesi, oltre che in Gran Bretagna e persino negli Usa, con la vittoria del sindaco musulmano e di sinistra a New York e la crescita dell’ala radicale nel Partito Democratico), si sta compiendo la «grande mutazione» di partiti e movimenti e la «grande migrazione» dell’elettorato verso le estreme. Estreme che tendono a svuotare il centro.

Che la «migrazione», nella narrazione politica, sia definita estremismo, populismo, radicalismo, nazionalismo e nel caso tedesco persino neonazismo, conta fino a un certo punto. Molto più importante — anche per prevenire, se ancora possibile, l’implosione della Ue — è cercare di comprendere la genesi del fenomeno e le istanze dei cittadini votanti e provare a immaginare gli antidoti. Ovvero chiedersi che cosa c’è davvero dentro le urne. E che cosa definiamo estremismo.
Nello specifico, il caso tedesco rimanda alla riunificazione incompiuta e al divario economico e sociale fra le due ex Germanie. Il caso francese è anche la conseguenza di una cronica frattura fra periferie e centri urbani, fra territori e Stato non più protettore. Il caso italiano discende dalla fine dei partiti storici e dalla lunga stagione berlusconiana.

Più in generale, il voto a destra in regioni e province e il voto a sinistra nei centri urbani maggiori (non è casuale che la sinistra vinca a Parigi come a Berlino, come a New York), va comunque interpretato come l’espressione diffusa di volontà e sensibilità popolari che stanno diventando maggioranza.
Slogan e propaganda di coloro che stanno conquistandola possono essere deplorevoli per la loro dose di falsità e cinismo, oppure idealmente illusori, ma è innegabile che la volontà popolare forse prossima a diventare maggioritaria non si sente più rappresentata dai partiti tradizionali, chiede una svolta profonda delle politiche sociali, protesta contro i tagli della spesa sanitaria e per l’istruzione, difende posti di lavoro e diritti acquisiti, è fortemente contraria alla guerra e al riarmo dell’Europa, vede nella Ue un gigantismo burocratico controllato dalle élite e distante dai cittadini.
La contrapposizione ideologica e culturale fra destra e sinistra continua a esistere, talvolta arriva allo scontro e all’insulto, ma di fronte a queste istanze le differenze si assottigliano e nell’urna non entrano gli slogan, ma le motivazioni: del cuore e della pancia.

26 settembre 2026

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