Noi davanti all’Ai: l’arte perduta di fare domande
Chi ha il compito di formare le nuove generazioni non può più essere animato dall’ambizione di trasmettere illusorie verità. Ma deve insegnare ad «abitare» le domande, intese come atti retorici, linguistici, semiotici, visuali, che anticipano repliche e azioni
Noi davanti all’Ai: l’arte perduta di fare domande
Vincenzo Trione | 25 settembre 2026Chi ha il compito di formare le nuove generazioni non può più essere animato dall’ambizione di trasmettere illusorie verità. Ma deve insegnare ad «abitare» le domande, intese come atti retorici, linguistici, semiotici, visuali, che anticipano repliche e azioni
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Forse, qualcuno ricorderà una battuta pronunciata, in Parthenope di Paolo Sorrentino, dall’antropologo Marotta: «Voi giovani volete le risposte, ma non sapete fare le domande».
Per secoli, i docenti sono stati chiamati a dare (possibili) certezze. Non è più così. È in corso una svolta epistemologica, che invita noi professori ad abbandonare zone di confort e stanche liturgie. Per misurarci con una rivoluzione che sta decostruendo paradigmi e ritualità.
Ingenuo (e inutile) demonizzare l’intelligenza artificiale. Si tratta, invece, di uno «strumento» che, se adoperato con consapevolezza, può custodire una funzione benefica. Per coloro che frequentano le aule scolastiche e universitarie, quel «sistema» oramai è una protesi, che scandisce la quotidianità e impone una mobilitazione totale. Impossibile (e sbagliato) arginare questa onda lunga. Sarebbe un po’ come tentare di fermare il vento con le mani.
Dinanzi a tali scenari, torna d’attualità la lezione di Martin Heidegger, secondo il quale «domandare è la pietà del pensiero». Chi ha il compito di formare le nuove generazioni non può più essere animato dall’ambizione di trasmettere illusorie verità. Ma deve insegnare ad «abitare» le domande, intese come atti retorici, linguistici, semiotici, visuali, che anticipano repliche e azioni. Educare a formulare correttamente le questioni. A coltivare dubbi. A trattare l’AI non come un oracolo infallibile.
Quel che conta sono proprio i quesiti posti a chatbot come ChatGPT che, se articolati con intelligenza, possono delimitare un campo di indagine. Indirizzare meglio i percorsi di studio. Suggerire piste possibili. E anche indurre a pensare il sapere come percorso sempre più incerto. Talvolta, aiutando a cogliere le inesattezze presenti nei materiali elaborati dalla Rete. Senza rimuovere la bellezza dei passaggi a vuoto e dei fallimenti insiti in ogni ricerca. In un processo conoscitivo potenzialmente interminabile. Ancora «troppo umano».
Benvenuti nella civiltà delle domande. Che impone a noi, vestali del XX secolo, di sfidare noi stessi. E di interrogarci.
25 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Enzo D'erricoUn voto che «pesa» di più
Venerdì 25 settembre 2026 di Vincenzo TrioneNoi davanti all’Ai: l’arte perduta di fare domande
Venerdì 25 settembre 2026 di Paolo LepriLa non-solidarietà che allarma la Nato
Venerdì 25 settembre 2026 di Oreste PollicinoQuando la capacità di agire supera i confini dell’autorizzazione
Venerdì 25 settembre 2026 di Gian Antonio StellaQuei mercati al teatro Pirandello
Venerdì 25 settembre 2026 di Paolo ValentinoLa guerra ibrida di Putin. L’Italia è pronta?
Giovedì 24 settembre 2026 LEGGI TUTTI Vincenzo TrioneLe Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti