Asse Usa-Cina, l’Europa ai margini
Trump e Xi Jinping ridisegnano gli equilibri. Il vecchio continente si divide sul riarmo
Asse Usa-Cina, l’Europa ai margini
Giuseppe Sarcina | 25 settembre 2026Trump e Xi Jinping ridisegnano gli equilibri. Il vecchio continente si divide sul riarmo
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La sedia che la Cina potrebbe occupare al tavolo della diplomazia mondiale resta vuota. Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, che si è concluso ieri a Washington, non sembra aver avuto alcun impatto sulla guerra in Ucraina. Per quanto riguarda il Medio Oriente, abbiamo solo qualche labile indiscrezione: il leader cinese avrebbe proposto al presidente americano di interrompere l’invio di armi a Taiwan. In cambio, Xi avrebbe fatto lo stesso con Teheran.
Insomma un patto leonino, incurante degli effetti sugli alleati più o meno stretti: Taiwan per gli Usa; l’Iran per la Cina.
Vera o falsa che sia questa notizia, usciamo da questa settimana con alcune deludenti conferme. All’Onu è terminata un’altra Assemblea generale: tanto aspra, drammatica, quanto inutile. In parallelo, Xi Jinping ha proposto a Trump di evitare la «Trappola di Tucidide», cioè lo scontro tra una potenza emergente e una dominante. Per fare cosa, invece? Per costruire, ci sembra di capire, una diarchia dal sapore antico, con l’Imperatore d’Occidente che anziché a Roma sta a Washington e l’Imperatore d’Oriente, insediato non a Bisanzio, ma a Pechino. Vedremo. Le incognite e i fronti aperti sono tanti: commerciali, tecnologici, militari, ora anche spaziali. Da qui alla fine dell’anno, Trump e Xi si incontreranno altre due volte. Il presidente americano punta a coinvolgere anche Vladimir Putin, in un ruolo da definire.
A questo punto, quindi, sarebbe meglio archiviare le illusioni: la Cina non ha alcuna intenzione di spendersi per una seria iniziativa diplomatica, in particolare a favore dell’Ucraina. Ne ha preso atto anche Volodymyr Zelensky che a lungo aveva offerto accordi vantaggiosi a Xi Jinping, sperando potesse convincere Mosca a negoziare. Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha riassunto così l’atteggiamento dei cinesi: sono come alcuni giocatori di pallanuoto, in superficie rispettano le regole, ma sott’acqua tirano calci. Bessent si riferiva ai comportamenti economici, ma la sua metafora si adatta anche alle scelte politiche. Xi Jinping dichiara di volere la «stabilità strategica», ma intanto le aziende cinesi inviano armi ai Pasdaran e tecnologia «dual use», civile e militare, a Mosca.
Siamo arrivati quasi a metà e ancora non abbiamo parlato dell’Europa. Per forza: i leader dei principali Paesi sono stati semplici comparse nella settimana newyorkese. Alcuni, come Giorgia Meloni, non si sono neanche presentati. Il 20 gennaio scorso, a Davos, il premier canadese Marc Carney aveva detto: o noi medie potenze ci sediamo al tavolo, oppure saremo nel menù. Il vertice Xi-Trump ci ha fatto fare un altro passo verso la carta delle pietanze? È probabile. Il problema, però, è che in questa fase gli Stati europei sono come paralizzati da un confronto lacerante sul riarmo, sull’appoggio all’Ucraina e, in definitiva, sulla reale portata della minaccia posta da Putin. È un dibattito sempre più cruciale e sempre più ruvido anche in Italia. Si mescolano argomenti di varia natura, morale, giuridica, religiosa, economica. Non mancano le zone d’ombra e le approssimazioni. Innanzitutto, quali pericoli reali stiamo correndo?
Ieri, sul Corriere, Paolo Valentino ha raccontato la riunione convocata nei giorni scorsi da Emmanuel Macron con i leader dei partiti di opposizione per discutere di interferenze russe. Al termine, Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno diffuso un duro comunicato contro le manovre di Mosca. Un inedito assoluto per i capi del Rassemblement national, formazione storicamente pro Cremlino. Perché il governo italiano non fa la stessa cosa? Così come sarebbe utile pubblicare l’elenco delle armi inviate all’Ucraina. Lo fanno praticamente tutti, a cominciare dagli Stati Uniti. Veniamo al versante dell’opposizione. La polemica riguarda l’impegno sottoscritto dall’Italia con la Nato per aumentare gli stanziamenti militari dal 2% al 5% del pil entro il 2035. Ma se si vuole parlare di armi, il numero corretto è 3,5%, vale a dire la metà tra 2% e 5%. Se prendiamo una delle stime più ricorrenti, vuol dire ragionare su 250 miliardi anziché su 500 spalmati su dieci anni. Gli altri 250 sono uscite collegate alla sicurezza, ma non agli ordigni. Inoltre, nel 2029 gli alleati faranno una verifica delle necessità per la Nato. Trump non occuperà più la Casa Bianca. Putin, non sappiamo. Lo scenario potrebbe cambiare. In ogni caso, stando ai piani del governo, nella legge di Bilancio per il 2027 figurerà un incremento di 7,1 miliardi per la difesa. Altri 15 miliardi sono previsti per il 2028. Ma ci sarà un altro esecutivo e si vedrà. Le risorse per il 2027 saranno scaricate sul debito, non verranno tolte da altre voci e l’onere immediato per le casse pubbliche sarà il pagamento degli interessi sui Buoni di Stato necessari per coprire le nuove uscite. Dopodiché, naturalmente, si può sempre obiettare che questi soldi sono comunque troppi o che non va speso neanche un centesimo in più per la difesa. Però sarebbe utile stare sulle cifre reali.
25 settembre 2026
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