Paolo Mereghetti: «Giamatti, Reeves o Nolan. Quanti racconti in cui il vino incrocia il grande cinema»
Il decano dei critici cinematografici al Trentodoc Festival: «Con un buon bicchiere qualsiasi film prenderebbe punti. Pensare a Leonardo DiCaprio e al brio di un grande calice nel Grande Gatsby»
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Paolo Mereghetti: «Giamatti, Reeves o Nolan. Quanti racconti in cui il vino incrocia il grande cinema»
di Silvia M. C. SenetteIl decano dei critici cinematografici al Trentodoc Festival: «Con un buon bicchiere qualsiasi film prenderebbe punti. Pensare a Leonardo DiCaprio e al brio di un grande calice nel Grande Gatsby»
Leonardo DiCaprio nel film «Il grande Gatsby». Nel riquadro, il critico cinematografico Paolo Mereghetti
«Nel calice non c’è solo l’ebbrezza ma un modo intero di intendere il tempo, la terra e i sentimenti: il vino e il cinema raccontano storie straordinariamente simili». Paolo Mereghetti, decano della critica cinematografica e storica firma del Corriere della Sera, sarà tra i protagonisti del TrentoDoc Festival nel Wine Talk di venerdì 25 settembre alle 17 a Palazzo Geremia: un incontro dal titolo «Vino da Oscar: storie, volti e pellicole nati tra le vigne». Insieme al wine maker Luca Marrone e alla viticoltrice Augusta Bargilli, guidati da Luciano Ferraro, condurrà il pubblico tra set e filari.
Mereghetti, qual è il suo rapporto personale con il vino?
«Gioioso, aperto e generoso con tutte le etichette e i vitigni. Personalmente preferisco il vino fermo alle bollicine e ho una passione particolare per i bianchi secchi, non fruttati, che vanno dal Trentino fino al confine con l’ex Jugoslavia. Ma di fronte a un rosso corposo non mi tiro indietro».
Dal 1993 passa in rassegna il cinema mondiale nel suo celebre «Dizionario dei film». È cambiato il modo di raccontare la cultura enologica?
«Decisamente. All’inizio della storia del cinema il vino aveva un ruolo negativo: chi beveva finiva per perdere il ben dell’intelletto. Penso a un famoso corto di Griffith sui danni dell’alcol o al drammatico Giorni perduti di Billy Wilder. Negli ultimi decenni invece si è affermato il piacere del buon bere; pensiamo al cult Sideways con Paul Giamatti in viaggio per bere un mitico Château Cheval Blanc. Ma in generale è proprio cambiato il costume: se un tempo tornando a casa i personaggi si servivano un Martini, da vent’anni stappano una bottiglia di vino».
Esiste una pellicola d’epoca che lo ha immortalato in modo sorprendente?
«Un film muto francese del 1918 di Louis Feuillade intitolato Vendémiaire. Dura due ore e mezza e racconta varie vicende ambientate in una vigna del sud della Francia durante la guerra. Contiene una scena di due minuti, fantastica, che farò vedere a Trento: mostra esattamente come raccoglievano l’uva e come la trasportavano all’epoca».
Altri film che hanno saputo raccontare la vigna senza cadere nel cliché?
«Penso a Un’ottima annata di Ridley Scott con Russell Crowe, a Il profumo del mosto selvatico con Keanu Reeves nella Napa Valley o a un film recente sulla vedova Clicquot, capace di intrecciare l’amore per lo Champagne con la difesa dell’indipendenza e dell’emancipazione femminile».
Il mestiere del vignaiolo assomiglia a quello del regista, tra lunghi anni di maturazione e la ricerca dell’annata perfetta. Chi incarna oggi questa ostinata artigianalità?
«Christopher Nolan. Nel suo modo di girare cerca sempre di ridare al cinema la sua forza immaginifica originaria, rifiutando i facili effetti speciali o l’intelligenza artificiale. Per girare certe scene, come quelle dei Lestrigoni nell’Odissea, ricorre a trucchi visivi che ricordano Méliès, usando atleti altissimi accanto a controfigure molto piccole senza usare computer. È un regista incredibilmente attento alle piccole meraviglie, che cura ogni dettaglio anche scegliendo di girare in 70 mm».
Quanto c’è di autentico e quanto di costruzione mitologica nel racconto della vigna?
«Le due cose si incontrano. Da un lato c’è stata una spinta commerciale per promuovere il consumo rispetto ad altre bevande come la birra, più selvaggia e disordinata: il calice, presente anche nelle case dei personaggi più poveri, ne è la spia. Dall’altro le vigne offrono scenari estremamente fotogenici e poetici, capaci di veicolare bellezza».
Un abbinamento perfetto tra un film d’autore e le bollicine Metodo Classico del TrentoDoc?
«Con un buon bicchiere di bollicine qualsiasi film guadagnerebbe punti! Ma la festa, la brillantezza e la vivacità visiva di un’opera come Il grande Gatsby con Leonardo DiCaprio si sposerebbero alla perfezione con il brio di un grande calice».
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24 settembre 2026 ( modifica il 24 settembre 2026 | 19:00)
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