Il mondo in bianco e nero, tutta l’umanità di Doisneau: in mostra a Palazzo dei Musei a Modena 130 scatti del maestro francese
La mostra abbraccia tutto il suo lavoro, senza limiti cronologici o di genere. Il sindaco Mezzetti: «Doisneau amava l’umanità e ha dedicato la sua vita a ritrarla con partecipazione emotiva negli scatti che ha realizzato»
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Il mondo in bianco e nero, tutta l’umanità di Doisneau: in mostra a Palazzo dei Musei a Modena 130 scatti del maestro francese
di Piero Di DomenicoLa mostra abbraccia tutto il suo lavoro, senza limiti cronologici o di genere. Il sindaco Mezzetti: «Doisneau amava l’umanità e ha dedicato la sua vita a ritrarla con partecipazione emotiva negli scatti che ha realizzato»
«Cercavo solo di rappresentare un mondo in cui mi sarei sentito a casa, un luogo abitato da persone gentili, capace di restituirmi la tenerezza di cui avevo bisogno. Le mie immagini servivano a dimostrare che un posto del genere poteva esistere davvero». È la dichiarazione di intenti del maestro francese della fotografia Robert Doisneau, «un pescatore di immagini» come amava definirsi, a cui da oggi al 24 gennaio 2027 è dedicata un’ampia retrospettiva a Modena, a Palazzo dei Musei.
Un’eredità di quasi 450 mila negativi
Un percorso di circa 130 immagini in bianco e nero, tutte provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge. Lo studio dove il fotografo ha stampato e archiviato le sue immagini per oltre cinquant’anni e dove si è spento nel 1994, lasciando un’eredità di quasi 450 mila negativi.
Il suo territorio privilegiato era la strada: innamorati seduti ai tavolini dei bistrò, bimbi che giocano, operai in pausa dal lavoro. Con il prediletto bianco e nero che gli serviva per arrivare all’essenziale. Per lavorare con discrezione utilizzava macchine fotografiche leggere e poco appariscenti. Come la tedesca Rolleiflex che gli permetteva di inquadrare e poi di scattare, guardando in macchina dall’alto, quasi senza essere notati, rifuggendo il tanto detestato artificio.
Uno dei padri del fotogiornalismo di strada
Tra le opere selezionate non manca Le baiser de l’Hôtel de Ville, tra le più popolari fotografie di ogni epoca. Il celebre bacio davanti al municipio di Parigi realizzato durante un servizio per la rivista «Life» è divenuta nel tempo una delle immagini più riconoscibili del Novecento, simbolo di una stagione di rinascita e di libertà dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1992, due signori, Denise e Jean-Louis Lavergne, si fecero intervistare dalla tv francese sostenendo di essere loro i soggetti immortalati e denunciando Doisneau per averli fotografati senza permesso. In quell’occasione l’artista francese rivelò l’origine dello scatto: dopo aver adocchiato una coppia di ragazzi che si sbaciucchiavano, colpito dalla loro chimica, cominciò a chiacchierare con loro scoprendo che erano due attori, Françoise Bornet e Jacques Carteaud, e che si frequentavano da poco. Così Doisneau chiese alla coppia di passeggiare davanti al caffè e di continuare a baciarsi. Lui li avrebbe ritratti proprio così.
Insieme a Henri Cartier-Bresson, Doisneau è considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada.
La mostra (ingresso intero 13 euro) abbraccia tutto il suo lavoro, senza limiti cronologici o di genere, soffermandosi sulle fabbriche, le portinerie, i jazz club, le scuole, le strade.
Il racconto della vita quotidiana di Parigi
Nato nel 1912 in un sobborgo di Parigi, dopo gli studi di litografia e una prima esperienza come fotografo industriale nelle officine Renault, Doisneau attraversò la stagione della guerra partecipando alla Resistenza. In seguito avviò la sua lunga attività di fotografo indipendente, raccontando per decenni la vita quotidiana di Parigi.
Per il sindaco di Modena Massimo Mezzetti si tratta di «una mostra che parla a tutti e prosegue la caratterizzazione che intendiamo dare a questa ala del Palazzo dei Musei: esposizioni che possano catturare l’interesse dei modenesi come dei turisti. Doisneau amava l’umanità e ha dedicato la sua vita a ritrarla con partecipazione emotiva negli scatti che ha realizzato. Credo che anche questo sia uno degli aspetti del successo universale della sua fotografia». Un successo che il fotografo imputava soprattutto ai suoi soggetti: «Amo la gente per le sue imperfezioni. Mi sento a mio agio tra le persone comuni. Ci parliamo: si comincia commentando il tempo e poi, senza accorgersene, si passa a ciò che conta davvero. Quando le fotografo non mi comporto da osservatore freddo che analizza un vetrino al microscopio. È uno scambio profondamente umano, ed è meraviglioso accendere i riflettori su chi di solito vive nell’ombra. Il fotografo deve assorbire la poesia del momento come una carta assorbente; la tecnica deve diventare un gesto istintivo, quasi biologico».
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