La mostra «Broken» a Palazzo Strozzi con i frammenti della nostra Storia
La mostra «Broken, il potere del frammento» è una «riflessione sul significato della presenza e dell’assenza, sulla resistenza alle vicissitudini della storia, sull’impermanenza delle cose»
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La mostra «Broken» a Palazzo Strozzi con i frammenti della nostra Storia
di Chiara DinoLa mostra «Broken, il potere del frammento» è una «riflessione sul significato della presenza e dell’assenza, sulla resistenza alle vicissitudini della storia, sull’impermanenza delle cose»
Il fascino delle rovine attraversa i tempi. Il non finito di Michelangelo e la sua passione per i marmi romani, da cui carpiva segreti esecutivi, alludono anche a questo. Nel Settecento, tempo di Gran Tour e di scoperte archeologiche, da Piranesi in giù, il culto di vestigia danneggiate ha un’impennata.
Nella mostra che inaugura domani a Palazzo Strozzi — dove resterà sino al 24 gennaio per poi trasferirsi alla National Gallery di Washington con cui è coprodotta — però, c’è un salto ulteriore perché è il frammento in sé a diventare oggetto della ricerca scientifica, artistica e filosofica di un’esposizione colta e di non facile fruizione, «coraggiosa» come la definisce il presidente della Fondazione Cr Firenze, Bernabò Bocca.
Broken, il potere del frammento (curatela di C.D. Dickerson e Andrew Sears della National Gallery of Art, e di Arturo Galansino, direttore di Palazzo Strozzi) è una «riflessione sul significato della presenza e dell’assenza, sulla resistenza alle vicissitudini della storia, sull’impermanenza delle cose» per dirla con le parole di Sears a cui si deve l’allestimento, straordinario sia per l’incidenza della luce sulle opere, sia per le false pareti che fanno da quinta teatrale alle teche dove sono stanno 80 pezzi quasi tutti testimoni di siti archeologici.
Dieci sale, in cui scorrono 5 mila anni di iconoclastia, distruzioni belliche, danni ambientali, reinterpretazioni contemporanee delle stesse rovine a volte arbitrarie altre volte giocose, assemblano prestiti da 50 istituzioni di molti paesi: Cambogia, Vietnam, Stati Uniti, Italia, Grecia, Francia e Germania.
Il primo esercizio che stimola l’attraversamento delle sale consiste nel riconoscere, da materiali, tecniche, lineamenti dei volti e soggetti, il paese da cui provengono: con la Testa di Budda, prelevata dagli inglesi nel 1814 dal tempio di Borobudur sull’isola di Giava, in Indonesia, che ci porta alle religioni d’oriente, con la Figura maschile che illumina l’arte della Costa d’Avorio o la Testa di Turms dove ritroviamo la nostra Etruria. Questo gioco, che forse gioco non è, implica una visione interculturale dell’arte. Abbatte confini, pone su uno stesso piano le espressioni della storia dell’umanità, da qualunque parte arrivino e a qualunque scala di valori corrispondano. Qui non ci sono ghetti.
La bellezza è trasversale, come «la caducità nostra e delle cose — osserva Galansino — e la pervicace persistenza dell’istinto bellico nell’uomo. In questo senso vedere quanto le guerre hanno distrutto genera, per contrasto, un anelito di pace».
La mostra, che ha avuto una genesi di molti anni e la cui ideazione è partita in Stati Uniti rimbalzando a Firenze, assembla opere scelte secondo temi — la distruzioni belliche, l’iconoclastia religiosa, l’erosione del tempo — e consta di dieci sezioni che rendono conto ciascuna di un aspetto differente della stessa fragilità delle cose dell’uomo. Nella prima scorrono volti di epoche e culture diverse introdotti da un omaggio a Giovanni Pisano e ai suoi Frammenti del monumento funebre a Margherita di Brabante (1312-1314). A seguire ci sono il volto del faraone Sesostri III (1878-1840 a.C. circa), la Testa del Bodhisattva Avalokiteshvara vietnamita (VIII-IX secolo), il bellissimo Naso e labbra di Akhenaton (arte egiziana 1353-1336 a.C. circa), immagine simbolo di questa mostra.
Al corpo e alla sua caducità è dedicata la seconda sala i cui pezzi più interessanti sono il Torso di Livorno, acquisizione della collezione medicea al tempo di Cosimo I, il Frammento di Ermes che si allaccia il sandalo (arte romana del II secolo d.C.), il Guerriero con scudo, esempio di arte nuragica, la Figura stante messicana scolpita tra il 150 e il 200 d.C., la cui testa e i cui arti furono recisi durante una uccisione rituale della statua e, omaggio a Michelangelo, il Bozzetto di nudo femminile in terracotta di Casa Buonarroti.
La sezione dedicata alle iconoclastie è la più politica: ci sono parti di membra di Luigi XIV e Luigi XV volutamente smembrate, c’è il busto di Mussolini di Adolfo Wildt, Dux, che presenta ancora dei buchi a ricordare quando fu presa a picconate dai partigiani durante la Liberazione il 25 aprile 1945. Ai danni inflitti da ogni guerra è dedicata la quarta sala dove, sulla Pietà di Praga, i bombardamenti della Seconda guerra mondiale hanno lasciato intatti i soli volti di Maria e Gesù, e a cui si affiancano una Testa di Cristo lignea di fine Duecento (frammento di un Crocifisso) una Figura funeraria seduta, che risale al 1.000 a.C. e che è stata ritrovata in Siria.
Una piccola sala rende conto dei danni causati dalle forze della natura e non poteva mancare una che ci ricorda l’alluvione del 1966, il Cristo Portacroce del Museo di San Marco.
Il frammento è anche oggetto di ricostruzione, reinterpretazione, restauro: ne sono prova la divertente operazione di Francesco Vezzoli, che giustappone a un busto di donna romana una testa di Marco Aurelio nella sua The Swan, la bellissima Statuetta di giovane africana, che nel XVI secolo ha giustapposto a una testa ellenistica un corpo fatto di materiali diversi, la Testa e braccio destro restaurati di Arianna addormentata del museo Archeologico di Firenze.
Una sala è dedicata a Dan Voh, artista vietnamita che nel 2008, per trasportare una statua lignea, la tagliò in parti che nascose in un bagaglio a mano. Due sale sono omaggi a chi il frammento lo ha scolpito ex novo: scorrono Rodin, con il suo L’homme qui marche, Louise Bourgeois e Paul Thek che ha ispirato la sua opera alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo. Un’ultima sala, quella di Paul Pfeiffer, trasforma tatuaggi e membra di Justin Bieber in opere d’arte.
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