Nel palazzo d’arte di Casamonti a Firenze: viaggio nel 1900 in 250 opere
In Lungarno Serristori apre lunedì la nuova sede della Collezione che il gallerista ha voluto condividere con Firenze, 250 opere per un affascinante viaggio nel XX secolo
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Nel palazzo d’arte di Casamonti a Firenze: viaggio nel 1900 in 250 opere
di Loredana FicicchiaIn Lungarno Serristori apre lunedì la nuova sede della Collezione che il gallerista ha voluto condividere con Firenze, 250 opere per un affascinante viaggio nel XX secolo
Ci sono collezionisti che guardano le opere d’arte con gli occhi del pubblico, pensando, prima o poi, di condividerle in uno spazio aperto a tutti, restituendole alla comunità. Lo fa da oltre mezzo secolo Roberto Casamonti che, animato da passione e attrezzato nel metodo, dopo l’istituzione del primo percorso espositivo, otto anni fa a Palazzo Bartolini Salimbeni, assegna una nuova vita alla sua immensa collezione, che apre il 28 settembre sul Lungarno Serristori, a Palazzo San Giorgio.
Tre anni di cantiere sotto la regia dello studio Archea Associati su progetto dell’architetto Marco Casamonti, sembrano passati in un battibaleno. Ora la visione delle 250 opere distribuite su due piani in 28 sale, ripagano ogni sforzo. Sotto l’egida dell’Associazione per l’arte e la cultura – Collezione Casamonti il percorso museale immerge il visitatore in una galassia di movimenti, generazioni e linguaggi differenti, alternando nuclei storici, confronti tra artisti e approfondimenti dedicati alle principali ricerche stilistiche e artistiche del Novecento e della contemporaneità.
L’allestimento mette insieme opere italiane e internazionali, segnalando le reciproche influenze in un arco temporale che copre il XX secolo ma si spinge con disinvoltura oltre, dando spazio ad artisti viventi. «Ci sono sempre dei nuovi Picasso, dei nuovi Fontana e dei nuovi Burri da scoprire», osserva Roberto Casamonti in una conversazione con Bruno Corà, pubblicata sul catalogo edito da Forma curato dallo stesso storico dell’arte e presidente della Fondazione Burri. Intento che trova risposte nell’ultima parte del viaggio tra le meraviglie della collezione che abbiamo visitato alla vigilia dell’apertura.
Come due sentinelle ecco all’inizio di un percorso pieno di luce, due altissime sculture di Arnaldo Pomodoro (La colonna del viaggiatore I, 1960) e di Giorgio de Chirico (Il grande metafisico, 1985), quasi ad avvertire il visitatore delle diverse sensibilità che hanno segnato e, continuano a definire la storia delle arti figurative.
Dalle tecniche pittoriche dei Macchiaioli, alle dinamiche tensioni del Futurismo, dal Surrealismo con le sue visioni oniriche al rigore formale dell’Astrattismo, dall’urgenza sociale dell’Arte concettuale alla forza esplosiva ed espressiva dell’Informale, dalle sperimentazioni della Pop Art fino alle più attuali ricerche dell’arte contemporanea.
Tra i numerosi artisti ci sono Balla, Kandinsky, Dalì, Magritte, Fontana, Burri, Warhol, Viola, Abramovic, Pistoletto, Boetti, Christo, Kiefer, Cattelan, Kapoor. «È il dono del gallerista a Firenze — dice il direttore Jonathan Paonetti — un viaggio visivo straordinario nell’arte, con la ricostruzione in un unico luogo di tracce del tempo definite da ogni singola opera in mostra. Un luogo privilegiato per la ricerca, la contemplazione e il costante incontro con la bellezza espressa dagli artisti in più di un secolo. Questa collezione — aggiunge il direttore — evidenzia da un lato l’identità di un collezionista d’arte dal gusto genuinamente romantico: le opere vengono acquisite non per il loro valore di mercato ma esclusivamente per il loro valore estetico e culturale. Il collezionismo è di per sé un’arte, un atto di cura, di intuizione e di visione».
Il percorso comincia da un elegante piano interrato seguendo una cronologia rigorosa che arriva ai giorni nostri con la potenza di Carla Accardi. Tra le opere anche il ritratto del padre di Roberto Casamonti, Ezio, dipinto da Rosai nel suo atelier nel 1895.
Siamo nella prima sala e poco distante ecco uno splendido ritratto della principessa Demidoff (1911), una delle eredi del Palazzo Serristori. La nobildonna avvolta in un tulle bianco posa davanti al cavalletto di Corcos, interprete centrale della Belle Époque.
Nella sala successiva si scopre un Giacomo Balla non ancora in odore di Futurismo. Un dipinto sorprendente del primo Balla, che riferisce delle notti capitoline burlesque (Grande serata nera al Sal0ne Margherita, 1903-1904). In seguito si firmerà «Futur Balla».
Da Campigli a Marino Marini gli occhi roteano sulla bellezza che sala dopo sala accarezza il XX secolo e oltre, su fino al piano terra. Fino a Picasso di cui il gallerista schiera due opere Deux Pigeons (1960) e Combat de faune et de centaure (1946). «Peccato quei due Basquiat che anni fa mi hanno convinto a vendere», commenta contrariato Roberto Casamonti. L’indulgenza avrà la meglio mentre mostra una tela (Untitled 1984) dell’artista newyorchese morto appena ventisettenne per overdose. Una grande opera che è una summa di neoespressionismo, graffitismo e arte primitiva.
«Roberto Casamonti — riprende il direttore Paonetti — ha attraversato le epoche e le correnti artistiche di più di mezzo secolo con uno sguardo sempre attento e, al tempo stesso, personale. Ogni opera esposta in questo nuovo spazio culturale non narra esclusivamente la storia dell’artista e il tema che rappresenta, ma testimonia profondamente un incontro e una scelta attenta con la visione di una responsabilità intellettuale. Ciò che rende la vita del gallerista ancor più ricca di valore e significato è la decisione della “condivisione”. La volontà di rendere pubblica una raccolta privata è un grande gesto di generosità e fiducia attraverso il quale le opere d’arte non restano custodite nel silenzio ma vengono offerte alla visione e all’emozione di studiosi, appassionati e visitatori di tutto il mondo». «È una raccolta dinamica — spiega Bruno Corà — suscettibile di integrazioni, aperta verso ulteriori pronunciamenti artistici in risposta alla sete di conoscenza del collezionista».
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