Fastidio, il tormento dopo una molestia diventa un sentimento
La nervosa insofferenza che indica ripugnanza, rifiuto, biasimo, disapprovazione, insoddisfazione e nasce dal contrasto dei gusti, dalla non corrispondenza dei sentimenti o delle idee con altre persone
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Fastidio, il tormento dopo una molestia diventa un sentimento
di Paolo FallaiLa nervosa insofferenza che indica ripugnanza, rifiuto, biasimo, disapprovazione, insoddisfazione e nasce dal contrasto dei gusti, dalla non corrispondenza dei sentimenti o delle idee con altre persone
Illustrazione di Doriano Solinas
L’impressione è che siamo circondati da questa strana sensazione di malessere diffuso, una malinconia nel migliore dei casi e la ripugnanza nel peggiore. Insomma, è sempre più frequente una sensazione generale di fastidio. Consoliamoci almeno indagando sull’origine del termine.
Una composizione antica. La parola fastidio ha una chiara origine latina. Deriva dal termine latino fastidium, che a sua volta nasce probabilmente dall'incrocio di due parole: "fastus" (orgoglio, superbia, disdegno) e "taedium" (tedio, noia, ripugnanza). All'origine, quindi, il fastidio era lo "sprezzo" o la "ripugnanza" che nascevano dalla superbia o dalla sazietà. Con il tempo, il significato si è evoluto nell'accezione moderna di molestia, seccatura o leggera insofferenza fisica e psicologica.
Una famiglia allargata. Nel latino classico, fastus indicava l'alterigia e l'ostentazione che portavano a guardare gli altri dall'alto in basso (da cui il "disprezzo" che compone la parola fastidio). In italiano questa radice ha generato fasto (sostantivo che indica l'ostentazione di ricchezza, il lusso o la magnificenza), fastoso (aggettivo per descrivere qualcosa di sfarzoso, pomposo o ricchissimo). Infastidire e fastidioso: derivati diretti che mantengono l'evoluzione semantica del "recare disturbo”. La seconda parte di fastidio proviene da taedium. Da questa stessa radice abbiamo tedio, sinonimo letterario e profondo di noia esistenziale o prolungata insofferenza, e tedioso, aggettivo per definire qualcosa di estremamente noioso, monotono e pesante.
Vicine e molto lontane. Fastidio e astio sono parole che appaiono molto vicine per la simile fonetica e perché nel linguaggio comune hanno sfumature di significato legate a un senso di insofferenza o malanimo. Ma le loro origini linguistiche appartengono a ceppi e storie diverse. Di fastidio abbiamo detto: astio ha invece una probabile origine germanica. La tesi più accreditata dagli etimologisti (tra cui il Vocabolario Treccani) la fa derivare dal termine gotico "haifsts", che significava "lite" o "contesa". Un'altra ipotesi la collega alla voce longobarda o all'antico alto tedesco hassi (odio, da cui il moderno tedesco Hass).
Un verbo raro e i dialetti. Nel maggio 2022, sul sito dell’Accademia della Crusca, il linguista Nicola De Blasi ha risposto ad alcuni dubbi dei lettori sul verbo sfastidiare. Un verbo che “ha incontrato in italiano una fortuna limitata” ma che “nell’italiano parlato nell’Italia centromeridionale ed è saldamente in circolazione nei dialetti della stessa area, con una documentazione che per il napoletano è già trecentesca”. “Nella situazione dell’italiano contemporaneo - scrive Nicola De Blasi - sfastidiare, sfastidiarsi e sfastidiato si propongono come forme più connotate in senso espressivo (e anche, ma forse non necessariamente, con consapevole colore locale) che vanno ad aggiungersi ai più diffusi infastidire, infastidirsi, infastidito. Rispetto a queste forme, a prima vista, sfastidiare e sfastidiarsi sembrerebbero doppioni superflui, ma a ben guardare la ricchezza comunicativa di una lingua è data anche dalla possibilità di avere a disposizione forme diverse per esprimere un pensiero con la sfumatura giusta, che in questo caso alluderebbe appunto a un fastidio che sta raggiungendo livelli piuttosto elevati”.
Le preoccupazioni di Don Abbondio. Al cessar di quella pauraccia, s’era da principio sentito tutto scarico, ma ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent’altri dispiaceri. Così, nel secondo capitolo dei Promessi sposi, Alessandro Manzoni descrive lo stato d'animo di Don Abbondio dopo il colloquio terrorizzante con i bravi, quando cessa il grande spavento e lascia il posto a una folla di ansie, preoccupazioni e sottili tormenti quotidiani. Ma la frase compare come l’abbiamo registrata nell’edizione definitiva del suo romanzo nel 1840. Nella prima edizione, nel 1827, Manzoni aveva utilizzato un’altra versione: Ben tosto cominciarono a dare in fuora cento altri fastidii.
Le correzioni di Manzoni. Negli interventi di revisione tra le varie versioni dei Promessi sposi, altre volte ha eliminato la parola fastidio. La frase «Di questo non si prenda pensiero» è pronunciata da Fra Cristoforo nel capitolo VI dei Promessi Sposi. Il frate cappuccino si rivolge a Don Rodrigo durante il loro teso colloquio nel palazzotto signorile, rifiutando con ferma dignità le sue offerte di protezione e chiarendo che la tutela di Lucia Mondella è affidata a Dio. Ma nella prima versione del 1827 Fra Cristoforo esclamava Di questo non si dia fastidio. E ancora, nel terzo capitolo, il narratore racconta Lucia Mondella che decide di confidarsi con la madre Agnese e con il fidanzato Renzo riguardo alle avances e alle minacce subite da don Rodrigo. Il rifiuto, per quanto fosse umile, poteva parer disprezzo, o almeno capriccio e leziosaggine. Ma la stessa frase, che descrive i timori di Lucia, nella prima edizione era diversa: Il rifiuto avrebbe avuto sembiante di disprezzo, e lo scusarsi di sconoscenza o di fastidiosaggine.
Il rimpianto (e il pessimismo). E pur men grava e morde / il mal che n’addolora / del tedio che n’affoga. Oh te beato, / a cui fu vita il pianto! A noi le fasce / cinse il fastidio; a noi presso la culla / immoto siede, e su la tomba, il nulla. Questi versi appartengono alla quinta strofa della canzone "Ad Angelo Mai", composta da Giacomo Leopardi nel 1820. Il componimento nasce per celebrare il ritrovamento, avvenuto nel dicembre 1819, di ampi frammenti del De re publica di Cicerone da parte di Monsignor Angelo Mai, allora custode della Biblioteca Vaticana. Leopardi vede in questo evento un segnale simbolico: la voce degli antichi romani torna a parlare per scuotere un presente pigro e privo di ideali.
Una saggezza proverbiale. Nel terzo libro Ab urbe condita, lo storico Tito Livio scrive "...fecit statim, ut fit, fastidium copia…" (Traduzione: "Subito l'abbondanza generò, come spesso accade, fastidio/saturazione”). Tito Livio usò questa frase per descrivere un fatto storico ed economico ben preciso: la distribuzione gratuita di terre ai cittadini romani nella città di Anzio. Poiché c'erano troppi terreni a disposizione per tutti, i cittadini paradossalmente persero interesse ed entusiasmo, rifiutando l’offerta. Fa parte invece della ricchissima raccolta dei proverbi toscani È meglio un soldo di meno che un fastidio o una pulce di più. È sempre meglio rinunciare a un piccolo guadagno economico pur di evitare un problema, una preoccupazione o un inutile fastidio. Saggezza fuori dal nostro tempo.
23 settembre 2026
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