Il dilagare di una politica a somma zero: cinque idee alla prova dei fatti
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Il dilagare di una politica a somma zero: cinque idee alla prova dei fatti

Mercoledì 23 settembre 2026
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La politica a somma zero tende a trasformare differenze di appartenenza in spiegazioni causali, mentre il metodo scientifico impone di verificare ipotesi, alternative e condizioni.

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Il dilagare di una politica a somma zero: cinque idee alla prova dei fatti

Valter Tucci | 23 settembre 2026

La politica a somma zero tende a trasformare differenze di appartenenza in spiegazioni causali, mentre il metodo scientifico impone di verificare ipotesi, alternative e condizioni.

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Tra gli allarmi su un’intelligenza artificiale che potrebbe portarci alla fine del mondo — ricordate i cyborg di Terminator? — e i programmi politici che promettono di rimetterlo in ordine stabilendo chi possa restare e chi debba andarsene, viene voglia di fermarsi a ragionare. Non che manchino le opinioni: su qualunque argomento se ne trovano ormai più di quante si riesca a leggere. Più raro è chiedersi su quali prove si fondino. È qui che la scienza e il suo metodo potrebbero tornarci utili.

La scienza ha almeno questa buona abitudine: chiede quali prove sostengano un’affermazione e quali potrebbero smentirla. Ovunque la seconda domanda sembra incontrare sempre meno entusiasmo della prima. Una convinzione, del resto, può sopravvivere a qualsiasi smentita; la conoscenza cresce quando accetta di correggersi. Proviamo allora a esaminare cinque idee ricorrenti nel dibattito pubblico. Riguardano l’identità, la sicurezza, il lavoro. E hanno in comune la tendenza a spiegare ciò che accade attraverso l’appartenenza delle persone, trascurando le condizioni in cui vivono e le relazioni che le legano.

La prima è l’idea di una nazione biologicamente omogenea. Finché si parla di lingua, memoria e tradizioni, si discute di storia e di cultura. Quando si invocano il sangue, i lineamenti, il colore degli occhi per stabilire chi sia davvero italiano, si entra nella biologia. E lì gli antenati hanno lasciato testimonianze che si prestano poco alle correzioni retroattive.
Nel 2019 uno studio pubblicato su Science ha analizzato 127 genomi provenienti da 29 siti archeologici di Roma e dei suoi dintorni, coprendo dodicimila anni. Ne emerge una popolazione cambiata più volte nella propria composizione genetica, con importanti apporti dal Vicino Oriente in età imperiale. Questo è solo uno dei tanti studi con la stessa conclusione. Il DNA non misura una cultura e non assegna cittadinanze. Può però documentare quanto sia infondata la pretesa di far coincidere la continuità di una civiltà con l’immutabilità biologica dei suoi abitanti. Una tradizione non ha bisogno di un certificato genetico per meritare di essere conservata, ma una popolazione ha sicuramente bisogno di integrare altre culture per svilupparsi ulteriormente.

La seconda idea è che una sproporzione statistica contenga già la propria spiegazione. Si confronta la quota degli stranieri nella popolazione con la loro presenza nelle statistiche criminali e si ritiene di aver individuato una causa. Ma prima di interpretare una percentuale bisogna sapere chi comprende, che cosa misura e con quale altra percentuale sia lecito confrontarla.
Immaginiamo dieci stranieri e dieci italiani: nel primo gruppo vengono commessi due furti, nel secondo uno. La differenza dipende dalla nazionalità? Supponiamo che i primi siano giovani uomini senza un lavoro regolare e i secondi soprattutto pensionati con un reddito stabile. Il passaporto è soltanto una delle differenze tra i due gruppi. Per capire quanto conti, occorre confrontare persone simili per età, sesso e condizioni economiche, considerando anche la loro posizione giuridica. La distanza potrebbe ridursi, scomparire o restare. È proprio ciò che dobbiamo accertare. La responsabilità di chi ruba rimane ovviamente individuale; capire che cosa favorisca un reato serve a prevenirne altri. Per esempio, alcuni studi riportano che l’ottenimento dello status legale riduce il tasso di criminalità.

La terza idea sostiene che, poiché tutte le vite hanno lo stesso valore, distinguere il femminicidio dagli altri omicidi sia improprio. È un ragionamento che confonde l’uguaglianza delle vittime con l’identità delle circostanze. Si può discutere di come scrivere una norma penale, della sua utilità e dei suoi limiti. Ma riconoscere una dinamica ricorrente è un problema diverso: serve a capire dove e come intervenire prima che un’altra persona venga uccisa. Ignorare queste circostanza in nome dell’uguaglianza significa rinunciare a un’informazione necessaria alla prevenzione. L’eguale valore delle vite è proprio una ragione in più per proteggerle con attenzione alle loro diverse vulnerabilità.

La quarta idea dà il nome a questo articolo: ogni vantaggio ottenuto da uno straniero sarebbe necessariamente una perdita per un italiano. Se trova lavoro, lo toglie a qualcuno; se accede a un servizio, ne priva qualcun altro. L’economia viene così immaginata come una sala con un numero fisso di sedie, dove ogni nuovo arrivato obbliga uno dei presenti ad alzarsi. Secoli di trasformazioni produttive e di riflessione economica per ritrovarci al gioco delle sedie!
Un lavoratore produce, consuma, versa imposte e contributi; può competere con altri, certamente, oppure svolgere un’attività che permette loro di lavorare. Nessuno di questi effetti si può dedurre dalla sua nazionalità. Chi, per esempio, propone di finanziare aumenti salariali attraverso l’allontanamento degli immigrati dovrebbe quindi presentare un bilancio che comprenda anche le entrate perdute, i costi dei rimpatri e le conseguenze sulla produzione. Il risparmio annunciato è, fino a quel momento, un’ipotesi.

Uno studio, pubblicato su Labour Economics nel 2011, offre un esempio concreto. Gli autori stimano che una maggiore presenza di immigrati nei servizi domestici e di cura accresce le ore lavorate da italiani già occupati. Se viene meno chi si prende cura di un familiare, può ridursi anche il tempo che un’altra persona dedica al proprio mestiere. Nella sala immaginaria della politica a somma zero, alcune sedie stanno in piedi grazie al lavoro di chi siede altrove.

La quinta idea riguarda chi possa dirsi italiano e a quali condizioni. Un cittadino naturalizzato commette un delitto e quel delitto viene presentato come prova della sua mancata assimilazione. Se a commetterlo è un italiano dalla nascita, difficilmente se ne ricava un verdetto sull’intera cultura nazionale. Nel primo caso si giudica un’appartenenza; nel secondo una persona.
Qui il problema è anzitutto logico. Se ogni condotta corretta lascia aperto il dubbio sull’integrazione, mentre un reato basta a negarla, l’appartenenza diventa una prova che alcuni non possono mai superare definitivamente. Si chiede loro di diventare uguali, mantenendo la facoltà di considerarli diversi. Una cittadinanza così intesa somiglia a un periodo di prova del quale nessuno ha stabilito la scadenza.

Queste cinque idee non si confrontano con dati empirici, e rivelano contraddizioni nei criteri di giudizio. Condividono però una scorciatoia: una volta individuato chi sta fuori dal «noi», sembra di aver trovato anche la spiegazione di ciò che non funziona. Da qui a pensare che basti allontanarlo per stare meglio il passo è breve. Si finisce così per non vedere quanto il benessere e la sicurezza dipendano anche da persone e decisioni che non possiamo semplicemente tenere fuori.

La politica a somma zero non si limita a descrivere male i rapporti tra le persone. Quando diventa un criterio di governo, può rendere sconvenienti persino le scelte che ci proteggerebbero.

Torniamo all’intelligenza artificiale evocata all’inizio. Se l’obiettivo è superare gli altri paesi, il tempo necessario a verificare la sicurezza di una tecnologia apparirà come un vantaggio concesso ai concorrenti. Un controllo utile ai propri cittadini potrà allora essere giudicato un ostacolo all’interesse nazionale. È una contraddizione singolare: per difendere il paese si rinuncia a una precauzione che lo difenderebbe.
Gli altri governi possono ragionare nello stesso modo. Ciascuno finisce così per accettare rischi che avrebbe preferito evitare, perché ritiene ancora peggiore lasciare un vantaggio agli altri. Non serve che qualcuno desideri una tecnologia meno sicura: basta che tutti considerino intollerabile arrivare secondi. Il confronto con il concorrente prende il posto della domanda che dovrebbe orientare la decisione: questa scelta migliora davvero le condizioni dei cittadini.
Per uscire da questo meccanismo si può provare a cambiare il calcolo: finché saltare un controllo fa guadagnare tempo e l’eventuale danno ricade su altri, la prudenza resta uno svantaggio. Se invece l’accesso al mercato dipende da verifiche indipendenti e chi introduce il rischio ne sostiene i costi, diventa conveniente ridurlo prima. Il controllo smette di essere un favore al concorrente e diventa una condizione della concorrenza. Non occorre che le imprese rinuncino a vincere: occorre che non possano vincere risparmiando sulla sicurezza altrui.

La richiesta da rivolgere alla politica, e a qualsiasi organizzazione, è dunque piuttosto semplice: spiegare attraverso quali passaggi una proposta dovrebbe migliorare la nostra vita, quali costi comporti e quali risultati indurrebbero a rivederla. Vale per una politica migratoria e per un accordo sull’intelligenza artificiale. Se nessun esito può mai mettere in dubbio una ricetta, non abbiamo modo di distinguere la sua efficacia dalla fedeltà di chi la sostiene.
La scienza non ci risparmia il compito di scegliere che cosa consideriamo giusto. Ci aiuta però a capire se ciò che facciamo produce gli effetti che dichiariamo di volere. Sarebbe già molto trasferire nella vita pubblica questa disponibilità a imparare. La politica a somma zero trova sempre più facilmente qualcuno da sottrarre, e questo vale non solo in politica, ma anche in molte organizzazioni oggigiorno. Dovrebbe almeno dimostrare che, dopo, le cose migliorano.

23 settembre 2026

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