Iran, nelle voci del silenzio c’è l’urlo di un popolo: «Libertà, libertà!»
Corriere della Sera - Cultura

Iran, nelle voci del silenzio c’è l’urlo di un popolo: «Libertà, libertà!»

Mercoledì 23 settembre 2026
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Greta Privitera racconta in un volume edito da FuoriScena proteste, repressione e coraggio degli iraniani

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Iran, nelle voci del silenzio c’è l’urlo di un popolo: «Libertà, libertà!»

di Francesco Battistini

Greta Privitera racconta in un volume edito da FuoriScena proteste, repressione e coraggio degli iraniani

Seduto sotto il melo d’una villetta scalcinata e senz’acqua calda, a 40 minuti da Parigi, un vecchio imam dalla lunga barba parla lento. Esiliato, vive lì da qualche mese. A Teheran è scoppiata la rivoluzione contro lo Scià, il vecchio ne è diventato il simbolo e ora quel giardinetto — prestato alla causa da un esule persiano — è invaso dalle telecamere della Bbc, della Cbs, dell’Abc e di tutto l’alfabeto dell’informazione globale. Ayatollah Khomeini, gli chiedono i giornalisti, che cosa succederà in Iran? 

Il vecchio risponde in un farsi zoppicante, usa male i verbi, ha un accento terribile. Ma ha carisma. E strega: i suoi sermoni dalla villetta vengono registrati, le cassette riprodotte e diffuse clandestinamente in un primitivo e artigianale social network anni Settanta, non diverso da quel che vedremo con le Primavere arabe. Il mezzo è il messaggio e il messaggio già rivela che non sarà una rivoluzione come le altre. «Velayat-e faqih», dice a un tratto Khomeini: ci baseremo sulla legge islamica. Il traduttore è sorpreso. Pensa sia una «pazzia innocua», soltanto una bizzarra frasetta buttata lì per tranquillizzare qualche religioso. E così lima, liscia, ne attenua il significato. Nessuno ci fa caso. «Ho creato un mostro, lo so — dice oggi l’esule, pentito d’essersi prestato all’affitto e alla traduzione —. Ma non potevo immaginare che il nostro sogno di libertà si sarebbe trasformato in un disastro».

Non è mai stato facile, raccontare l’Iran. La terra dove due silenzi fanno una voce, secondo Fatemeh Ekhtesari, una poetessa che per aver poco taciuto fu condannata a 99 frustate. E dove la taqiya, il nascondimento, l’arte sciita di mentire su quel che si pensa, è una legge di sopravvivenza: ti ricordano sempre che Allah ci ha donato due orecchie per ascoltare molto e una sola bocca per parlare molto meno. A Teheran, non è mai stato facile nemmeno andarci a fare i giornalisti. Non basta il visto, per evitare una cella a Evin. Dunque, non resta che captare le voci del silenzio e i silenzi più rumorosi. Quel che da quattro anni, con grande capacità, Greta Privitera fa ogni giorno per le pagine del Corriere della Sera: «Ascolto note vocali che arrivano nel cuore della notte, video girati e subito cancellati, telefonate dagli studenti nei dormitori, dai palazzi del centro di Teheran, dalle case in esilio in Europa e in America». 

Un lavoro attento che ora è diventato "Libertà, libertà!" (edizioni FuoriScena), il primo grido che le donne levarono quando nel 1979 fu imposto il velo, il titolo del primo libro di Greta. Che racconta del tradimento d’una rivoluzione diventata dittatura con l’assenso perfino della sinistra, quando un foulard non era così importante e si diceva «per ora possiamo tenerlo in testa, i problemi veri sono altri, prima viene la lotta all’imperialismo». O del khomeinismo più arrogante: lo sapevate di quando la Grande guida s’atteggiava a Maria Antonietta e al popolo affamato rispondeva che «non abbiamo fatto la rivoluzione per abbassare il prezzo dell’anguria»? O ancora, del khameneismo più spietato: lo chiamavano «l’ayatollah d’una notte», ma è durato 37 anni e se «Khomeini ha fondato la Repubblica islamica, Khamenei l’ha costruita». E poi le trincee contro l’Iraq, i bambini mandati al fronte a diventare martiri, la chiave del paradiso appesa al collo: «Una delle più sanguinose guerre della seconda metà del ‘900, eppure rimasta stranamente ai margini della memoria occidentale». 

Gli ostaggi e il Grande Satana, le sanzioni occidentali e Trump, l’Onda Verde e le ragazze in piazza, l’atomica e Bibi Netanyahu. Con tenacia da cronista, Greta Privitera va a caccia di testimonianze esclusive, talvolta inedite. Trova a Washington il primo interprete pentito di Khomeini. E pure una ragazza che all’inizio ci credeva, tanto da correre in minigonna ad accogliere l’ayatollah che tornava in patria: «Ricordo la speranza e l’ingenuità di quel giorno. Non immaginavo che le mie gambe e i miei capelli scoperti sarebbero diventati così in fretta un problema politico». Una quantità di voci e di sguardi: Greta raggiunge in carcere l’attivista Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023, intervista la scrittrice Azar Nafisi che si raccontò in "Leggere Lolita a Teheran", registra la voce di Shirin Ebadi che fu la prima giudice dimissionata dai chierici. Fino a convincere una mamma a parlare di come morì la sua ragazza: Masha Jina Amini, torturata perché portava male il velo, scintilla della rivolta Donna-Vita-Libertà nel 2022. «Ho provato a raccontare un regime che ha costruito la sua intera esistenza sulla parola “resistenza”, che non sa sfruttare le sue ricchezze, che sperpera il denaro. Un regime che fa malissimo quasi tutto e benissimo due sole cose: sopravvivere e reprimere».

Sono rimasti pochi iraniani, il 15-20 per cento, a credere ancora nella rivoluzione. Il fanatismo Pasdaran concentra almeno un terzo del potere economico, ci fa capire Privitera, la corruzione è diffusa e le illusioni sono un velo ormai caduto per sempre: ogni volta che s’affaccia al potere un conciliante Khatami o un moderato Rouhani, e s’avanza qualche timida riforma, è solo per preparare poi un feroce Raisi o un folle Ahmadinejad, quello che negava nascessero gay in Iran e accusava l’Occidente di rubare la pioggia. E perché Trump e Bibi sono riusciti a uccidere Khamenei, ma non il sistema? «La guerra non libera e nessun cambio di regime dall’alto libererà». La Persia viene da un impero millenario e fin dai tempi del conflitto Iran-Iraq «la patria era l’Iran, al di là della dittatura. E anche chi odiava Khomeini, finiva per combattere la sua guerra».

L’ultimo miglio è il più faticoso, il più pericoloso. E Greta ce lo descrive in molte immagini. Quella di Reyhaneh, 26 anni, impiccata per essersi difesa da uno stupro. Prima dell’esecuzione, la madre andava a trovarla in carcere ogni martedì. Venti minuti di colloquio, un vetro in mezzo. E una tendina che calava piano sulla finestrella, a scandire il tempo: «Per continuare a vederci, abbassavamo la testa e la mettevamo in orizzontale sul tavolino. Ci mandavamo baci fino alla fine». Aspettando che il sipario calasse, su questo teatro dell’orrore.

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