Niccolò Ghisleni, in arte Nyo, dall'Atalanta al rap: «Non volevo dedicare la vita al calcio, voglio esprimere la parte emotiva»
Corriere della Sera - Cultura

Niccolò Ghisleni, in arte Nyo, dall'Atalanta al rap: «Non volevo dedicare la vita al calcio, voglio esprimere la parte emotiva»

Lunedì 9 febbraio 2026
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Di Dalmine, a 7 anni entrò nel vivaio nerazzurro, poi i due infortuni ravvicinati. Ha appena pubblicato il singolo «Casa». «Rimpianti? Nessuno»

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Niccolò Ghisleni, in arte Nyo, dall'Atalanta al rap: «Non volevo dedicare la vita al calcio, voglio esprimere la parte emotiva»

di Rosanna Scardi

Di Dalmine, a 7 anni entrò nel vivaio nerazzurro, poi i due infortuni ravvicinati. Ha appena pubblicato il singolo «Casa». «Rimpianti? Nessuno»

Niccolò Ghisleni nell'Atalanta e nella nuova veste musicale

«A un certo punto mi sono reso conto che non avrei voluto dedicare la mia vita al calcio, essere un atleta che si divide tra allenamenti e casa: in me c’è qualcosa di più emotivo da esprimere». Niccolò Ghisleni, classe 2001, di Dalmine, per molti anni nelle giovanili dell’Atalanta, poi in prestito a Piacenza, Taranto e Acireale e, una volta svincolato, alla Virtus Bergamo e a Casazza, oggi ha intrapreso la carriera artistica. Il suo nome d’arte è Nyo. e ha appena pubblicato il singolo «Casa» per Edizioni Urban Records.

Ghisleni, cosa significa Nyo.?
«Riprende Neo, il personaggio interpretato da Keanu Reeves in “Matrix” e, in giapponese, è un termine che indica inclusività, il tutto come il niente. Il punto che segue è un segno di autorità, serve per distinguersi».

Nella sua vita si intrecciano calcio, musica, buddismo. Partiamo dal calcio.
«Da bambino sono stato notato mentre giocavo sui campi di Dalmine; a sette anni ho iniziato il percorso nel vivaio dell’Atalanta e sono rimasto nella società fino ai vent’anni, facendo la mia gavetta. Negli ultimi periodi avevo avuto l’opportunità di allenarmi con la prima squadra, a livelli altissimi, accanto a grandi talenti come Dejan Kulusevski che gioca in Premier League e Musa Barrow che milita in una squadra saudita».

Come ha perso il sogno di esordire in Serie A?
«La mia vita non è mai stata solo calcio. La musica c’è sempre stata. Da bambino prendevo lezioni di batteria, alle elementari e alle medie scrivevo canzoni; con l’ascesa del rap, praticavo il freestyle con gli amici. È vero, mi sono buttato nel mondo dell’Atalanta, ma sono stato poco fortunato».

In che senso?
«Ho subìto due gravi infortuni al crociato a distanza ravvicinata. Il secondo arrivò proprio quando sembravo rinato. Ero ad Acireale, c’erano contatti con il Catania che stava per essere promosso in C. Avevo ritrovato la fiducia. Alla terzultima partita di campionato, però, mi sono rifatto male. Potevo riprendermi ma, quando ti rompi le ginocchia e non hai un contratto, non c’è nessuno che ti aiuti. È stato allora che qualcosa dentro di me è cambiato».

Chi l’ha aiutata del mondo calcistico?
«Giorgio Cittadini che conosco dai tempi della Primavera. Abbiamo sempre avuto un rapporto molto forte e condividiamo la stessa passione per la musica. Quando ho lasciato il calcio, ho collaborato ai suoi brani in studio».

Lo scorso ottobre è uscito il singolo «Serio». Adesso, «Casa».
«Sono pezzi introspettivi, che trattano il sapersi guardare dentro e il non farsi illudere dal fuori che ci fa paura e ci fa stare fermi. In “Serio” esprimo il mio voler essere questa forma di me e non quello che mi ero creato. “Casa”, invece, per me non è un luogo, ma il percorso. Nonostante l’instabilità e le ferite, trovo in me il senso di casa, maturando sensibilità, consapevolezza e forza».

Il calcio è un sogno familiare: i suoi come hanno preso il cambio di direzione?
«Ho la fortuna di avere una famiglia che mi appoggia. E di artisti, dalla parte di mia mamma che è un’educatrice teatrale, mentre mio nonno era un batterista e mia nonna una cantante. E poi i miei genitori sono buddisti».

Lei lo è?
«Abbraccio la filosofia buddista, i valori umani, concentrati su crescita ed energia. Recito il mantra quando mi sento perso: è come una formula segreta che ti fa ricaricare e affrontare meglio una sfida; creando la giusta energia, puoi cambiare prospettiva. Ma non prego quotidianamente, è come se avessi a disposizione una Lamborghini e la tenessi parcheggiata».

Cosa ascolta?
«Sono cresciuto con i canti buddisti, la poesia di Franco Battiato e Fabrizio De André, che papà mi faceva ascoltare fin da piccolo. “Bocca di rosa” e “Il pescatore” sanno subito di casa. Poi sono arrivate le vibrazioni della scena urban: dopo un interesse verso il rap italiano, ho approfondito quello d’Oltreoceano che è una forma di protesta e mi sono innamorato di 2Pac».
Ci sono altri calciatori che hanno lasciato il campo per il canto?
«Sì, ma non si sono affermati. Il mio obiettivo è di riuscirci».

Rimpianti per aver appeso le scarpette al chiodo?
«Nessuno. Sono contento, vivo serenamente questa mia nuova professione. E poi sono convinto che un giorno il calcio tornerà nella mia vita».

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