Tajani e la donna «da sposare»: quando la lunghezza della gonna diventa un giudizio morale
Corriere della Sera - Cultura

Tajani e la donna «da sposare»: quando la lunghezza della gonna diventa un giudizio morale

Martedì 22 settembre 2026
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Nelle parole del ministro degli Esteri si condensa una piccola enciclopedia del sessismo quotidiano

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Tajani e la donna «da sposare»: quando la lunghezza della gonna diventa un giudizio morale

di Barbara Poggio*

Nelle parole del ministro degli Esteri si condensa una piccola enciclopedia del sessismo quotidiano

Antonio Tajani e Barbara Poggio

C’è la ragazza affascinante, «con qualche fidanzato di troppo e la tendenza a mettere qualche cornetto». E c’ è quella «meno appariscente», «con la gonna più lunga, seria e affidabile, destinata a diventare una brava madre di famiglia». Tra le due, Antonio Tajani non ha dubbi su quale consigliare al figlio di sposare. Nelle parole del ministro degli Esteri si condensa una piccola enciclopedia del sessismo quotidiano. Riaffiora la vecchia dicotomia tra la donna «da sposare» e quella «da frequentare»: due figure che si escludono a vicenda e che definiscono il valore femminile in funzione del desiderio e delle aspettative maschili. L’aspetto fisico, l’abbigliamento e la storia sentimentale diventano così indizi morali.

La gonna come indicatore della stabilità coniugale

La lunghezza della gonna, in particolare, viene assunta come indicatore di stabilità coniugale. Anche il punto di vista da cui viene costruito il ragionamento fa riflettere: a scegliere è il figlio, le donne sono le possibili candidate, valutate in base alle garanzie che possono offrire come mogli. Dei loro desideri, progetti e persino della possibilità che siano loro a scegliere non vi è traccia. Il matrimonio appare come una selezione nella quale l’uomo «deve saper riconoscere la donna giusta: quella che manterrà fede all’amore promesso e saprà diventare una buona madre».

Vecchi stereotipi

Sarebbe facile liquidare queste parole come semplice gaffe. Ma proprio il tono bonario e rassicurante con cui questa visione dei rapporti tra uomini e donne viene proposta merita attenzione. Tajani non rivendica apertamente la subordinazione femminile: dispensa un consiglio paterno, presentato come frutto dell’esperienza e del buon senso. È proprio così che si riproducono vecchi stereotipi: non come imposizioni, ma come indicazioni apparentemente ragionevoli su come uomini e donne dovrebbero comportarsi. 

«Patriarcato mediterraneo»

Il patriarcato non si presenta sempre con il volto aggressivo di chi ne reclama esplicitamente il ritorno. Talvolta assume quello benevolo di un padre che consiglia il figlio. Questo schema, tuttavia, non è così distante da altre suggestioni tornate di recente nel discorso politico, come quella del cosiddetto «patriarcato mediterraneo», fondato su uomini forti e donne protette e accudite. Cambiano i toni, ma resta sullo sfondo la nostalgia per un ordine in cui i ruoli sono distinti e il valore femminile coincide con rispettabilità, fedeltà, maternità. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel desiderare il matrimonio o la maternità, né nel preferire abiti più o meno lunghi. Il problema nasce quando desideri e scelte personali diventano criteri per classificare le donne e stabilire quali siano affidabili, rispettabili e, in definitiva, «da sposare». Perché, dentro questo schema, sono sempre le donne a dover offrire garanzie. Agli uomini continua a spettare il privilegio di scegliere.

*Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento

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22 settembre 2026

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