Il doppio standard sulla libertà
Ucraina e Gaza: se l’occidente usa due pesi e due misure. Il doppio standard ha avuto effetti assai rilevanti nel dibattito pubblico. Generando, innanzitutto, una grave confusione tra aggressori e aggrediti
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Il doppio standard sulla libertà
Goffredo Buccini | 21 settembre 2026Ucraina e Gaza: se l’occidente usa due pesi e due misure. Il doppio standard ha avuto effetti assai rilevanti nel dibattito pubblico. Generando, innanzitutto, una grave confusione tra aggressori e aggrediti
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Per il secondo anno consecutivo Freedom House, una ong americana che monitora lo stato di salute della democrazia, ha classificato i territori orientali e meridionali dell’Ucraina occupati dai russi come i posti meno liberi al mondo, superando così la Striscia di Gaza. Zero diritti politici, zero libertà di espressione, detenzioni segrete, leggi antiterrorismo contro dissidenti e minoranze religiose. «La Russia sta deliberatamente cambiando la composizione etnica al fine di distruggere una cultura o alterare gli equilibri politici a favore di un altro gruppo», sostiene il rapporto. La missione Onu per il monitoraggio dei diritti umani ha identificato almeno sedici leggi russe che colpiscono gli ucraini. La scrittrice Lily Hyde spiega su Politico che le scuole insegnano la versione russa della storia, instillano valori russi, l’uso della lingua ucraina è punito come «estremismo»; il passaporto russo è indispensabile per lavorare o curarsi: ma, una volta ottenuto, espone gli ucraini all’accusa di tradimento della patria (russa).
Intendiamoci: una tassonomia fra inferni è sempre opinabile. Peraltro, anche nel rapporto, il divario tra i territori ucraini e Gaza è minimo, e su una scala pur sempre soggettiva. La Striscia, inoltre, non soffre solo di mancanza di libertà, sopravvive sul baratro della crisi umanitaria. Eppure, colpisce la nostra radicata differenza di reazione.
Se «Free Palestine» è stato uno slogan cantato dalla folla in tutte le piazze occidentali, assai più scarsa è sempre stata la solidarietà per gli ucraini sotto il tallone russo. Come mai? I loro patimenti sono sotto i nostri occhi da ben prima dell’invasione del Donbas. Almeno da quando Putin mandò nel 2014 i suoi «omini verdi» senza mostrine dell’esercito ad assalire la Crimea per poi annettersela. Visibili non diversamente, certo, dalle sofferenze dei gazawi, delle quali però — ecco un indicatore interessante — non ci siamo granché preoccupati per i lunghi anni di sottomissione alla dittatura islamista di Hamas, scaldandoci invece molto — certo non a torto — per la guerra mossa da Israele nella Striscia dopo il pogrom del 7 ottobre.
Il doppio standard ha avuto effetti assai rilevanti nel dibattito pubblico. Generando, innanzitutto, una grave confusione tra aggressori e aggrediti. All’Ucraina, invasa su larga scala nel 2022, è stata apposta sin dall’inizio l’insidiosa etichetta di belligerante «per procura». Si assumeva cioè che fosse la longa manus occidentale contro Mosca. Persino un sant’uomo come papa Francesco finì con lo spiegare la criminale aggressione di Putin sostenendo che la Nato s’era spinta ad «abbaiare alle porte della Russia». Meno misericordiosa e assai ideologica, invece, parte dell’intellighenzia e della politica (soprattutto a sinistra) ha bollato Zelensky e i suoi come fantocci di Washington. Ai terroristi di Hamas, colpevoli del massacro di 1.200 israeliani e del sequestro di 250 ostaggi, è stato, viceversa, concesso sin dall’inizio una specie di bonus resistenziale. Sì, la strage nei kibbutzim e al Nova Festival era orribile, ma la considerazione veniva sempre corredata da un «tuttavia…». Persino il segretario generale delle Nazioni Unite, Guterres, ha sentito a suo tempo il bisogno di relativizzare i fatti del 7 ottobre, affermando che non fossero «caduti nel vuoto» (qualificandoli cioè come una risposta all’occupazione israeliana dei Territori). La reazione di Israele nella Striscia, fuori misura finanche per un conflitto «asimmetrico», e le crescenti violenze dei coloni in Cisgiordania hanno completato in questi tre anni un quadro nel quale antisionismo e antisemitismo hanno finito per saldarsi in un grumo pericoloso per la nostra convivenza, come dimostrano le crescenti aggressioni a membri delle comunità ebraiche nelle nostre città.
Senza più chiavi di lettura nel disordine globale, la risposta di molti diventa ora bendarsi gli occhi, sempre badando a invocare un ideale superiore. Gli sconfinamenti dei russi sono ormai routine quotidiana. Gli allarmi dei servizi occidentali sull’espansionismo del Cremlino si moltiplicano. Eppure, tanti giovani democratici italiani, sedotti da qualche attempato pifferaio, sono persuasi che non sia assolutamente il caso di rimpinguare forze armate in grado di resistere sì e no pochi giorni a un attacco e che l’unica soluzione sia «disertare» e spedire un «mediatore» a parlare con Putin, il quale non ha mai dato segno di voler trattare realmente con chicchessia. Il Medio Oriente brucia, certo anche a causa dell’inadeguatezza di Donald Trump. Ma tanti, dalle nostre parti, alzano il vessillo dell’equidistanza tra Iran e Usa, attribuendo ancora una volta un’aura virtuosa a chi s’oppone all’America, non importa quanto sangue abbia sulle mani.
Nessuno vuole la guerra. Ma non sempre le parole di pace sono servite a scongiurarla e non sempre sono state pronunciate in buona fede. Il neosocialista francese Marcel Déat, che nel 1939 lanciò la domanda retorica «morire per Danzica?», implicando che la posta in gioco (la città baltica contesa) non giustificasse il sacrificio di vite in un conflitto contro Hitler, finì ad esempio col fare il collaborazionista dei nazisti. Occorrerebbe qualche innesto di memoria: provare almeno per un momento la privazione della libertà e la morsa della paura che segnarono chi fu bambino durante il fascismo. William Strauss e Neil Howe elaborarono nel 1997 in The Fourth Turning (La quarta svolta) una teoria ciclica, criticata dagli storici più rigorosi e, tuttavia, non priva di fascino e senso comune: occorrono ottanta, novant’anni, per passare da periodi di forte coesione sociale e ragionevolezza a fasi di crisi collettiva, irrazionalità e guerre. È quello il tempo della vita umana, il tempo del ricordo e del suo affievolirsi. Alla fine del quale i contorni sfumano, confondendo torti e ragioni.
21 settembre 2026
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