L'energia non ha partito
Una parte consistente della politica italiana continua a comportarsi come fossimo ancora nel 2011 e continua a comportarsi come se il nucleare non ci riguardasse
L'energia non ha partito
Alessandro Beulcke * | 21 settembre 2026Una parte consistente della politica italiana continua a comportarsi come fossimo ancora nel 2011 e continua a comportarsi come se il nucleare non ci riguardasse
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Alessandro Beulcke*
C'è qualcosa che non torna nel dibattito italiano sull’energia, e in particolare sul nucleare. Ma, allargando lo sguardo, il tema vero è il rapporto degli italiani e dei partiti con il consenso, la tecnologia e l’innovazione.
Ferruccio de Bortoli, nel suo bell’articolo pubblicato nei giorni scorsi su L’Economia del Corriere della Sera, nel raccontare il libro Il pezzo mancante di Chicco Testa e Giuseppe Zollino, arriva a una conclusione netta: il tempo delle discussioni infinite sul nucleare è cessato, ed è giunto quello delle scelte.
Non posso che essere d’accordo. A scanso di equivoci, va detto che Chicco Testa presiede il Comitato scientifico del Festival dell’Energia, Giuseppe Zollino ne è autorevole membro e Ferruccio de Bortoli fa parte del Comitato d’onore. Tre personalità assai diverse per storia, formazione e sensibilità che, insieme a molte altre, contribuiscono alla qualità di una comunità che in quasi vent’anni abbiamo costruito intorno al Festival, nato a Lecce nel 2008 con uno scopo preciso: offrire sul tema dell’energia una pluralità di voci laiche, informate e competenti, capaci di parlare al pubblico più ampio possibile.
Vorrei dunque spostare il ragionamento su un altro piano: quello del consenso. Perché forse l’elefante nella stanza non è più questa o quella tecnologia, e neppure il nucleare; ma la politica e la sua capacità di intercettare realmente il sentimento degli italiani sul futuro che desiderano per sé e per il proprio Paese.
Una parte consistente della politica italiana continua a comportarsi come fossimo ancora nel 2011. O, peggio, nel 1987. Come se i referendum rispettivamente di quindici e trentanove anni fa avessero congelato per sempre non soltanto una decisione, ma anche l’opinione e la natura degli italiani, che, come tutte le cose umane, non sono immobili ma in costante evoluzione. E soprattutto come se esistesse ancora una divisione quasi antropologica: nucleare a destra, rinnovabili a sinistra.
È una rappresentazione ormai insostenibile e, peraltro, pure errata. Molti non ricordano - o fingono di non ricordare - che la sinistra delle origini è stata storicamente industrialista e nuclearista: per gran parte del dopoguerra il Pci vide nell’atomo civile una risorsa pubblica fondamentale. Un orientamento che mutò rapidamente tra il Congresso di Firenze, conclusosi il 13 aprile 1986, e l’incidente di Černobyl’ di appena tredici giorni dopo, quando si impresse la svolta antinucleare italiana. Forse inaugurando già allora quella politica a rimorchio che preferisce il termometro alla bussola. E con un termometro che, spesso, non misura neppure bene.
I dati oggi raccontano però una nazione molto più avanti del dibattito politico. Lo abbiamo misurato al Festival dell’Energia nel 2025 con la ricerca Italia: energia sicura?, realizzata da GPF Inspiring Research: il 58,4% era disponibile a reinvestire nel nucleare, tra gli under 35 la percentuale saliva al 62,3%.
Non è un dato isolato. Nel giugno 2026 un altro istituto di ricerca, SWG, ha rilevato che il 60% degli italiani guarda con favore al ritorno al nucleare con impianti di nuova generazione, contro il 55% di appena un anno prima. La quota dei contrari è scesa dal 21 al 16%. E tra i giovani il favore raggiunge il 63%, contro il 47% degli over 55. È forse questo il dato più interessante.
Perché i ventenni e i trentenni di oggi nel 2011 erano bambini o adolescenti. Non hanno vissuto il nucleare attraverso le stesse categorie culturali delle generazioni precedenti. Non hanno il riflesso condizionato della Guerra fredda, di Chernobyl, delle battaglie politiche degli anni Ottanta. Fukushima appartiene alla loro infanzia. E sanno che l’incidente fu innescato da un terremoto e da uno tsunami devastanti che misero fuori uso i sistemi di raffreddamento della centrale: un incidente grave, certo, ma molto diverso dall’immagine apocalittica che ancora oggi spesso lo accompagna (mentre fu lo tsunami a causare 20.000 morti).
Guardano il problema in un altro modo, e qualche volta lo spiegano meglio di noi.
C’è un video straordinario su YouTube dal particolare nome Cartoni Morti, pubblicato nel 2022 e visto oltre 2,2 milioni di volte, che si intitola Il nucleare: i dubbi più grossi. In poco più di venti minuti affronta sicurezza, scorie, radiazioni, costi, rinnovabili, Chernobyl e Fukushima con un linguaggio comprensibile, ironico e documentato. È, per molti versi, più efficace di mille convegni.
Non è importante essere d’accordo con ogni sua conclusione. È importante il modo in cui una nuova generazione affronta il problema: dati, fonti, domande, verifica. Molto meno appartenenza.
Ed è proprio qui che la politica rischia di commettere il suo errore più grave.
Nel centrosinistra, nel Partito Democratico e nel Movimento 5 Stelle, esistono sensibilità diverse sul nucleare e non poche personalità con posizioni assai meno dogmatiche di quelle espresse ufficialmente dai rispettivi partiti. Nell’area riformista di Calenda e Renzi, invece, il sostegno è esplicito. Eppure continua a prevalere una convinzione: il nostro elettorato non lo vuole.
Ho diretto per tredici edizioni l’Osservatorio Nimby Forum, che dal 2004 ha analizzato migliaia di contestazioni territoriali contro infrastrutture, grandi opere e impianti. Una cosa l’ho imparata: il Nimby non ha colore politico. Quando un’infrastruttura arriva sul territorio, le appartenenze nazionali spesso evaporano. Destra e sinistra possono opporsi allo stesso impianto, magari con parole diverse.
E c’è un altro dato utile. Nell’ultima rilevazione dell’Osservatorio il 73,3% delle opere energetiche contestate riguardava fonti rinnovabili: fotovoltaico, biomasse, geotermia, eolico. L’idea che esistano tecnologie politicamente “buone”, automaticamente accettate dai territori, e tecnologie “cattive”, respinte per definizione, non regge alla prova della realtà.
Ma quei dati risalgono al 2017.
Da allora abbiamo avuto una pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, la più grave crisi energetica europea degli ultimi decenni, il ritorno della geopolitica delle materie prime, la crisi di Hormuz. Abbiamo scoperto, forse brutalmente, che l’energia non è soltanto una voce della bolletta o un capitolo delle politiche ambientali. E questa estate bollente appena trascorsa ha fatto capire anche ai più scettici che cosa significhi davvero cambiamento climatico.
Energia è sicurezza nazionale, libertà, industria, lavoro, competitività, politica estera. Ma nel frattempo una parte politica continua a comportarsi come se il nucleare non ci riguardasse.
L’Italia il nucleare lo usa già, solo che non lo produce. Importiamo energia dalla Francia, dove l’atomo rappresenta la principale fonte di produzione elettrica. Abbiamo insomma abolito le centrali nucleari italiane, non gli elettroni prodotti da quelle francesi.
E mentre continuiamo a discuterne come di una tecnologia futuribile, nel mondo sono in funzione oltre 400 reattori e decine di nuovi impianti sono in costruzione.
Anche sull’ambiente sarebbe utile liberarci dalle caricature.Nucleare e rinnovabili non sono avversari: sono strumenti diversi per lo stesso obiettivo. Entrambi producono energia a bassissime emissioni di CO₂ e possono concorrere alla decarbonizzazione, riducendo al tempo stesso la nostra dipendenza dalle fonti fossili. E dall’estero. Il punto non dovrebbe essere scegliere ideologicamente tra sole, vento e atomo, ma costruire il mix migliore per avere energia abbondante, decarbonizzata, programmabile, a costi sostenibili e con una minore dipendenza dall’estero.
È la tesi che Testa e Zollino sviluppano nel loro libro e che de Bortoli riprende: rinnovabili e nucleare insieme. Non nucleare contro rinnovabili.
E allora arrivo alla politica. Forse è proprio il centrosinistra che avrebbe più ragioni per entrare in questa discussione. Non per contendere una bandiera alla destra, al contrario: per sottrarre il nucleare alla logica delle appartenenze e farne tema di interesse comune.
La politica, del resto, non può limitarsi a inseguire ciò che presume pensino i propri elettori. Il suo compito è interpretare i cambiamenti, assumersi la responsabilità delle scelte e, quando serve, indicare una direzione. Tanto più quando i dati suggeriscono che una parte del Paese quella direzione sia già pronta a prenderla.
Secondo le ultime affermazioni del Governo si dovrebbe votare nell’autunno del 2027. Il prossimo Festival dell’Energia si terrà a maggio e proprio in quella sede vorremmo proporre un Patto di Lecce sull’Energia. Non certo un accordo pro o contro, ma qualcosa di più semplice e comunque ambizioso: un terreno comune tra le principali forze politiche italiane sulla neutralità tecnologica e sulle scelte energetiche strategiche che impegnano il Paese per decenni.
Rinnovabili, reti, accumuli, efficienza, gas nella transizione, ricerca e nucleare dovrebbero essere valutati sulla base di sicurezza, costi, decarbonizzazione, maturità tecnologica e interesse nazionale.
Perché dire che il nucleare è di destra e le rinnovabili sono di sinistra è un insulto all’intelligenza degli italiani. E, soprattutto, alle speranze delle nuove generazioni.
Sono loro che utilizzeranno il sistema energetico che stiamo costruendo oggi. Ragazzi cresciuti con internet, smartphone, AI, crisi climatica e guerre tornate alle porte dell’Europa. Hanno probabilmente più familiarità di noi con l’idea che una tecnologia non sia né buona né cattiva per appartenenza ideologica: va capita, governata e migliorata.
Stiamo già consegnando ai giovani un debito pubblico enorme, un clima alterato, una demografia quasi insostenibile e una crescente competizione internazionale. Vogliamo davvero consegnare loro anche un sistema energetico più costoso, più fragile e più dipendente dall’estero soltanto perché non abbiamo avuto il coraggio di cambiare idea?
Quindici anni sono passati dall’ultimo referendum. I bambini di allora oggi votano, forse è arrivato il momento di pensare al loro futuro, più che alle nostre paure.
* Fondatore e presidente Festival dell'Energia.
21 settembre 2026
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