La storia del palestinese Nedal Cini Al Zyod vince il Premio Diari di Pieve Santo Stefano
La diaspora, l'amore con Giovanni, la vita in Italia nel diario «Clandestino, una vita non prevista» del 60enne che vive ad Arezzo
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La storia del palestinese Nedal Cini Al Zyod vince il Premio Diari di Pieve Santo Stefano
di Salvatore ManninoLa diaspora, l'amore con Giovanni, la vita in Italia nel diario «Clandestino, una vita non prevista» del 60enne che vive ad Arezzo
È un palestinese ormai italianizzato, Nedal Cini Al Zyod, il vincitore della quarantaduesima edizione del Premio Diari di Pieve Santo Stefano, il più singolare della stagione letteraria perchè riservato non ai professionisti della letteratura ma agli scrittori per caso, quelli che magari scrivono soltanto per sé stessi, raccontando la loro storia, e tengono i fogli in un cassetto, salvo inviarli in un secondo momento a Pieve, dove l'Archivio, unico in Italia e forse non solo, conserva ormai più di 10 mila manoscritti, uno sguardo approfondito, sfruttato anche dagli storici, sulle vicende degli ultimi due secoli riviste nell'ottica del singolo e non della grande storia.
E' il caso anche di Neda, aretino di adozione, 60 anni. Il cuore del suo diario è quello del riconoscimento di un'identità sessuale gay nascosta e anche repressa, di un grande amore concluso solo dalla morte di uno dei due protagonisti, dell'intreccio fra un senza patria e una famiglia aretina che lo adotta. «Clandestino, una vita non prevista» il titolo, ma la clandestinità, come ci tiene a precisare l'autore, è quella di un giovane alla ricerca del suo vero essere, anche dal punto di vista sessuale, il che lo porterà appunto a scoprire un'esistenza che non è quella dalla quale era partito e che probabilmente nemmeno aveva in mente.
Lo sfondo, per Nedal, nato nel 1966, alla vigilia della Guerra dei sei giorni dell'anno successivo, è quello del perenne conflitto arabo-israeliano e quindi della diaspora palestinese. Il suo primo ricordo sono le bombe di cui lui, a soli 4 anni, sente già il rumore: è il “Settembre nero” del 1970, quello nel quale l'esercito giordano reprime le organizzazioni palestinesi. Lui è ad Amman, la capitale, figlio di beduini analfabeti fuggiti dalla Cisgiordania occupata da Israele. Ma è appunto solo il quadro nel quale si dipana la gioventù del protagonista, che studia, legge tanto, vince una borsa di studio per l'estero. Tutti gli consigliano gli Stati Uniti (“Lì diventerai ricco”), lui invece, attratto da un libro su Michelangelo, sceglie l'Italia, l'università per stranieri di Perugia.
«Era la prima volta – scrive- che prendevo un aereo. E, nello stesso giorno, salii anche su un treno per la prima volta. Due mezzi di trasporto, un solo giorno: stavo entrando in un mondo completamente nuovo». Diventa però la scelta del destino, perchè lì incontra un giovane aretino, Giovanni, col quale nasce un amore assoluto. Lo segue ad Arezzo e l'altro, quando Nedal torna in patria, lo segue, a dimostrargli il suo affetto. Finiranno per stabilirsi nella città toscana, dove il palestinese comincia un'altra vita: «Dentro di me c’era un’altra voce. Una verità antica che avevo imparato a riconoscere fin da ragazzino, quando il corpo cominciò a parlarmi in un linguaggio nuovo. Ma era una faccenda privata, una formula segreta tra me e me. Aprii il bigliettino. Profumava di lui».
È un legame destinato a spezzarsi prematuramente, quando Giovanni si ammala di cancro e muore. Ma di mezzo c'è il ruolo cruciale di due madri: quella della madre di Nedal, che lo incoraggia a seguire la sua felicità, nonostante la sua omosessualità sia contraria ai costumi tradizionali della sua gente, e quella di Flora, la madre del partner, che lo adotterà e che lui assisterà come se fosse la sua negli anni della malattia.
Intanto il protagonista studia, diventa un professionista affermato, un neuropsicologo e optometrista ben conosciuto ad Arezzo, dove ancora vive e dove svolge attività politica, sia in favore dei palestinesi vittime della repressione, sia nei gruppi di estrema sinistra della sua città. «Non è stato facile – racconta – scrivere questo diario. Ero come bloccato dopo l'arrivo in Italia. Mi ha aiutato frequentare la Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari», un'altra creatura di Saverio Tutino, fondatore del premio Diari, a due passi da Pieve.
Nell'assegnargli la vittoria, la giuria, composta di storici, sociologi, psicologi e scrittori come Melania Mazzucco, ha riconosciuto comunque l'alto livello degli altri sette finalisti: Olga Aiello, Niccolò Augelli, Mario Barbieri, Fernanda Capece Minutolo, Angela Coletta, Patrizia D'Alterio e Placido Priscimone, con i loro scritti, postumi quelli di Barbieri, Capece Minutolo e Priscimone. Nell'edizione degli 80 anni della Repubblica, cui appunto il premio era dedicato, si fa notare quello di Fernanda Capece Minutolo, appartenente a una famiglia dell'alta nobiltà napoletana di fede monarchica, che racconta il giugno 1946 del Referendum da un'altra angolatura, quella degli sconfitti. La migliore qualità dell'Archivio di Pieve: saper rileggere la storia in ogni ottica.
Il premio Città del Diario, che va ogni anno a un personaggio noto della scena culturale italiana, ha visto sul palco Lella Costa, che non ha bisogno di presentazioni. Succede a nomi come Antonio Scurati, lo scorso anno, Nanni Moretti, Sergio Zavoli, Francesco De Gregori e Francesco Guccini appena scomparso.
Commosse le parole dell'attrice, cui scappa qualche lacrima inaspettata: «Struggente la visita al Museo dei diari, non solo per quello che si può vedere ma anche per il lavoro immenso che c'è dietro».
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