Torino, storia dell'ultimo lustrascarpe di Porta Nuova. Sergio Donadio: «800 lire a lucidatura, 7 minuti per finire. E un giorno sono rimasto solo io»
Corriere della Sera - Cultura

Torino, storia dell'ultimo lustrascarpe di Porta Nuova. Sergio Donadio: «800 lire a lucidatura, 7 minuti per finire. E un giorno sono rimasto solo io»

Lunedì 21 settembre 2026
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Negli Anni 50 alla stazione erano in 40, tutti dal paese di Castelmagno. Donadio ha donato a un museo gli attrezzi del mestiere. Oggi vive a Monterosso Grana e ha ricevuto una targa per una vita di fatica e dignità

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Torino, storia dell'ultimo lustrascarpe di Porta Nuova. Sergio Donadio: «800 lire a lucidatura, 7 minuti per finire. E un giorno sono rimasto solo io»

di Dario Basile

Negli Anni 50 alla stazione erano in 40, tutti dal paese di Castelmagno. Donadio ha donato a un museo gli attrezzi del mestiere. Oggi vive a Monterosso Grana e ha ricevuto una targa per una vita di fatica e dignità

Il paesaggio urbano cambia così come cambiano i personaggi che lo popolano. Un tempo, arrivando alla stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova, era possibile incontrare una fila di lustrascarpe pronti a far tornare le calzature dei loro clienti come nuove. Un mestiere praticamente scomparso. L’ultimo di quei lustrascarpe si chiama Sergio Donadio classe 1940 ed è originario di Castelmagno, così come di quel paese montano erano tutti coloro che esercitavano quel mestiere ambulante a Torino. Gli abitanti delle vallate alpine erano, infatti, soliti alternare il lavoro nei campi con mestieri stagionali come acciugai, spazzacamini, materassai, arrotini e, appunto, lustrascarpe. 

Il Paese dei lustrascarpe

Nella Torino degli anni Cinquanta e Sessanta c’erano circa una quarantina di lustrascarpe, tutti castelmagnesi. Un mestiere che si tramandava e che all’epoca pareva essere redditizio, per realizzare le scarpe, si usava infatti generalmente la pelle di vitello o di coccodrillo che richiedeva cura. In stazione le postazioni fisse di lustrascarpe erano dodici, dal lato di via Sacchi, che un tempo era considerato il lato degli arrivi. Le persone scendevano dal treno e prima di affrontare gli impegni della giornata si facevano dare una pulita alle calzature, perché l’outfit risultasse impeccabile. Gente comune ma anche personaggi illustri, come l’avvocato Agnelli.
La maggior parte riceveva il servizio seduta stante, altri lasciavano una busta con le calzature da ritirare successivamente. 

Un rito antico

Come ricorda Sergio Donadio, la tecnica del lustrascarpe prevedeva ben sette passaggi, era una procedura standard, affinata nel tempo, ma poi naturalmente ciascun lustrascarpe aveva i suoi segreti e le sue malizie del mestiere. Il primo passaggio era quello della spazzolatura per eliminare la polvere o i residui di terra. Poi si passava uno straccio imbevuto di acqua, ammoniaca e alcol. Per la preparazione di quel liquido era necessario conoscere le giuste dosi, se no il rischio era quello di bruciare la pelle delle scarpe. Una volta pulita a fondo la pelle si passava, poi, alla fase della lucidatura. Passata la cera, si aspettava qualche istante che agisse, e poi con un apposito straccio la cera veniva rimossa. Si trattava di uno speciale straccio di cotone, comprato da dei grossisti, che non lasciava fili e non graffiava la pelle. Poi per finire il lavoro realizzato a regola d’arte, si dava con un pennello la ceralacca alla suola delle scarpe. Il tempo per l’intero processo di pulitura e lucidatura era di sette minuti. Gli ultimi lustrascarpe di Porta Nuova avevano circa ottant’anni. Sergio Donadio era invece il più giovane, si può dire che era l’ultimo ad aver raccolto il testimone di quel mestiere tradizionale.

L'ultimo dei lustrascarpe

Siamo negli anni Ottanta. Ricorda: «Avevo imparato il mestiere da altri del mio paese. Ho fatto tutti i documenti, si pagava il suolo pubblico alle Ferrovie dello Stato e così ho preso la mia postazione in via Sacchi. Ero rimasto l’ultimo, solo io». Le persone che negli anni Ottanta si facevano lustrare le scarpe erano nettamente diminuite, la tipologia delle calzature stava cambiando, però un po’ di lavoro c’era ancora. Per arrotondare, la sera Sergio andava a lustrare le scarpe in qualche lussuoso albergo cittadino. La tariffa in quegli anni era di ottocento lire per la lucidatura di un paio di scarpe e di mille per gli stivaletti. Ma oramai era finita un’epoca e non appena Sergio trova un altro lavoro più redditizio decide di cambiare mestiere. E così anche l’ultimo lustrascarpe della stazione di Torino Porta Nuova se ne è andato, segnando di fatto la parola fine per il mestiere immortalato da Vittorio De Sica nel suo «Sciuscià», uno dei film capolavoro del neorealismo.

Nel piccolo museo

Donadio consapevole che con lui si chiudeva una fase storica ha deciso di donare la sua divisa e gli strumenti del mestiere al «Piccolo museo della vita di quassù» di Castelmagno, che li espone in una delle sue sale. Queste le parole al momento del suo lascito: «Ma non voglio che tutto finisca così! Sono lieto di donare tutto il materiale (cassette, sedie, cappello, tutti i ferri del mestiere, al Museo della vita del Colletto. Ad esso confido e affido i segreti dei lustrascarpe affinché non vada smarrita questa esperienza di vita e di lavoro così importante nella storia dell’emigrazione dei castelmagnesi».
Lo scorso 4 di agosto il Comune di Monterosso Grana, dove attualmente Sergio Donadio vive, ha deciso di donargli la riproduzione del suo originale cappello da lavoro, completo di targhetta e numero di autorizzazione dell’epoca, riconoscendo in questo modo il profondo valore della sua storia personale e, allo stesso tempo, collettiva per gli abitanti di quella valle. Il Comune ha così voluto celebrare l’operosità dei suoi abitanti che andavano a guadagnarsi da vivere in città in un luogo simbolo come è la stazione. Il lustrascarpe era un mestiere umile, esercitato con grande dignità da persone che non pulivano solo le scarpe, erano un punto di riferimento per chi arrivava Torino.

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