La guerra ibrida di Putin
Corriere della Sera - Cultura

La guerra ibrida di Putin

Domenica 20 settembre 2026
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Sabotaggi, azioni informatiche e provocazioni ai confini della Nato. Gli attacchi ibridi sono ormai quotidiani

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La guerra ibrida di Putin

Danilo Taino | 20 settembre 2026

Sabotaggi, azioni informatiche e provocazioni ai confini della Nato. Gli attacchi ibridi sono ormai quotidiani

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Ibrida non è un diminutivo. A maggior ragione se l’aggettivo è riferito alla guerra. Una guerra ibrida non è meno guerra di un altro modo di combattere. E si dà il caso che ormai ci siamo, in una guerra ibrida. Ovviamente non l’hanno dichiarata l’Italia o l’Unione europea. Formalmente, non l’ha dichiarata nemmeno la Russia di Putin, semplicemente, la sta conducendo: se per fare la pace occorre essere in due, per scatenare un conflitto basta l’aggressore, che costringe l’aggredito a difendersi. Non piace a nessuno ammetterlo, compresi i governi europei, ma forse dobbiamo dircelo senza infingimenti: siamo in guerra, l’ha deciso l’uomo del Cremlino.

L’aumento degli attacchi ormai quasi quotidiani a qualche Paese del continente, chiaramente decisi a Mosca, ha prodotto un salto di qualità nelle azioni russe: non più leggere provocazioni ma vere e proprie incursioni. Gli analisti spiegano che Vladimir Putin sta intensificando l’attività per testare fino a che limite può agire prima che la Nato si senta colpita e reagisca. Non si può dunque escludere, anzi, che a quel limite arrivi. Comprensibilmente, i Paesi della Nato non hanno inteso finora cadere nel tranello russo, dare risposte sul campo che alzerebbero la tensione e potrebbero portare a un’escalation. Ma, prima che la scintilla incendi la prateria, è forse una buona idea far sapere a Putin che sta rischiando molto: diversamente, se noterà debolezza, continuerà ad aumentare le azioni aggressive fino a superare il limite.
Quando vede titubare, ne approfitta, se si rende conto di rischiare troppo si ferma: non è mai stato un cuor di leone, anche se ama farlo credere. Se lo si lascia operare, alla guerra ibrida si aggiungeranno azioni sempre più azzardate.

Nel 2025 e 2026, le operazioni russe contro Paesi della Nato nella cosiddetta «grey zone», nella quale non scatta la reazione dell’Alleanza, si sono via via intensificate. Violazioni dello spazio aereo che costringono i jet della Nato, anche italiani, ad alzarsi e ad allontanare gli aerei russi, o ad abbattere droni armati, come è successo di recente. Dall’inizio dell’anno, 570 missioni. Soprattutto nei Paesi baltici, in Romania e in Polonia, ai confini dell’Ucraina. Sabotaggi a terra, come all’aeroporto di Lipsia (un drone armato), in Estonia, in Lituania. Attacchi cibernetici a infrastrutture, a reti elettriche e telematiche, a cavi sottomarini. Disturbo delle reti Gps. Tentativi di omicidio sventati dai servizi d’intelligence occidentali. Interferenze aggressive nelle campagne elettorali portate avanti da agenti di disinformazione legati a Mosca, con l’obiettivo di sostenere i partiti filorussi europei e delegittimare le politiche della Ue nella Difesa e nel sostegno all’Ucraina. Questo per ora.

Significa che Putin sta preparando il terreno per invadere un Paese europeo della Nato? Per ora no: vuole vincere la guerra contro l’Europa con strumenti ibridi, senza truppe e carri armati sul terreno, anche vista la pessima performance dell’armata russa in Ucraina. Intensifica l’aggressione per mettere sotto pressione e in tensione l’Unione europea, il Regno Unito e la Norvegia, fino a dividerli prima nell’appoggio a Kiev e poi a costringerli a un rapporto favorevole e sottomesso a Mosca. In questa strategia, le quinte colonne in Europa — partiti, movimenti, intellettuali, alcuni media — sono essenziali per il Cremlino. La crescita della filorussa AfD in Germania, la possibile vittoria di Marine Le Pen (non schierata con l’AfD ma sensibile alle posizioni di Mosca) alle presidenziali francesi in aprile, le elezioni dell’anno prossimo in Spagna, Polonia, Italia, Grecia, Finlandia, Paesi baltici: Putin conta di mostrare appoggi tra gli elettorati e, allo stato delle discussioni, ha qualche buona chance di successo.

La prima risposta che i maggiori governi europei farebbero bene a dare alle aggressioni russe è dire la verità. Chiarire che Putin ci ha portato in guerra, una guerra di aggressione che al momento può sembrare a bassa intensità ma che sta via via aumentando di potenza. I Paesi europei del Nord e dell’Est, più esposti, lo dicono da tempo. Sarebbe bene che chi ha al proprio interno quinte colonne filorusse, di destra o di sinistra — Francia, Germania, Italia, Spagna — chiarisca senza timidezze la realtà della situazione.

In Italia, la discussione (si fa per dire) sui disertori, buttata lì dalla leader dei giovani del Partito democratico Virginia Libero, avrebbe potuto essere, e forse ancora è, una buona occasione per spiegare la sfida che ci sta di fronte, da parte delle forze politiche che sostengono la battaglia di difesa dell’Ucraina e sono consapevoli dell’attacco che l’Europa e l’Italia stanno subendo. Un partito non diserta i suoi elettori. Nei supermercati, nelle scuole, negli uffici, nei ristoranti, all’ora dell’aperitivo, dal parrucchiere, allo stadio, in televisione, tanti, tanti italiani dicono con sempre maggiore frequenza che la guerra in Ucraina è alla fine, in fondo è troppo lontana, e ci sono ben altre emergenze da affrontare al di là della difesa europea. Spiegare, autorevolmente e senza esitazioni, che la vera emergenza è la guerra che ci è stata portata è la base sulla quale gli europei possono consolidare le opinioni pubbliche attorno a una sfida esistenziale. Solo così si potrà pensare a come rispondere alla guerra di Putin, ibrida ma micidiale. Diversamente non si potrà fare niente. Nessun democratico potrà governare senza un mandato contro il guerrafondaio del Cremlino.

20 settembre 2026

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