Seppelliti negli «abissi» del Carso. La tragedia degli italiani nel 1945. Il libro con il «Corriere»
Corriere della Sera - Cultura

Seppelliti negli «abissi» del Carso. La tragedia degli italiani nel 1945. Il libro con il «Corriere»

Domenica 8 febbraio 2026
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Martedì 10 con il quotidiano, nel Giorno del Ricordo, il libro dello storico Raoul Pupo che sfata molti pregiudizi. Nel saggio la ricostruzione del lungo e complesso retroterra che portò al dramma delle foibe e all’esodo di massa dalle terre giuliane

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Seppelliti negli «abissi» del Carso. La tragedia degli italiani nel 1945. Il libro con il «Corriere»

di ANTONIO CARIOTI

Martedì 10 con il quotidiano, nel Giorno del Ricordo, il libro dello storico Raoul Pupo che sfata molti pregiudizi. Nel saggio la ricostruzione del lungo e complesso retroterra che portò al dramma delle foibe e all’esodo di massa dalle terre giuliane

Il recupero di alcune salme da una foiba in una foto d’archivio (Ansa)

«Maggio-giugno 1945. Per l’italianità adriatica, così come si è configurata nel corso di più di un secolo, sembra arrivata l’ora della fine, seppellita negli abissi del Carso»: Raoul Pupo rievoca così la situazione catastrofica che i nostri connazionali al confine orientale si trovarono a vivere subito dopo la Seconda guerra mondiale. Era al culmine la tragedia delle dure repressioni condotte dai partigiani jugoslavi di Tito (nome di battaglia con cui era noto il leader comunista Josip Broz), che usiamo denominare, scambiando la parte per il tutto, con l’imprecisa espressione «foibe». Nascevano anche le premesse per un esodo di massa dalle terre giuliane.

La copertina del libro in edicola da martedì 10 febbraio Tuttavia il libro di Pupo Italianità adriatica, in edicola martedì 10 febbraio con il «Corriere della Sera» per la ricorrenza del Giorno del Ricordo, non prende le mosse dal 1945 e nemmeno dal 1943, dalle prime stragi compiute dalle forze jugoslave in Istria. C’è un lungo retroterra da illustrare per ricostruire come si arrivò alle sofferenze che la data del 10 febbraio commemora. Del resto gli italiani di Trieste, città legata alla dinastia asburgica sin dal Medioevo, avevano un passato diverso rispetto a quelli dell’Istria e della Dalmazia, a lungo possedimenti della Repubblica di Venezia. E Fiume, per il suo rapporto con l’Ungheria e per l’avventura dannunziana tra il 1919 e il 1920, è poi un caso del tutto particolare.

Pupo scava in questa vicenda complicata con l’accortezza e la competenza dello storico esperto, sfatando molti dei pregiudizi nazionalisti che alimentano contrapposte mitologie. Ricorda la scelta compiuta dalle autorità di Vienna, dopo il 1866, nel senso di privilegiare in quelle terre l’elemento germanico e slavo (croato o sloveno) rispetto alla popolazione italiana, ritenuta non a torto meno fedele al potere imperiale. Si arroventò così l’antagonismo etnico, nutrito dalla presunzione di superiorità dei nostri connazionali e dal desiderio di rivalsa degli slavi. Materiale infiammabile che l’incendio della Prima guerra mondiale fece deflagrare.

La disintegrazione dell’Austria-Ungheria mise Italia e Jugoslavia nelle necessità di ridefinire le relazioni tra i diversi gruppi nazionali. Un problema che la dittatura fascista, giunta al potere a Roma, scelse di risolvere attraverso l’assimilazione forzata dei croati e degli sloveni, centinaia di migliaia, che si erano trovati ad abitare entro i confini del nostro Paese in seguito alla disfatta asburgica del 1918. Le lingue «allogene» furono vietate, i cognomi arbitrariamente cambiati, ogni rivendicazione identitaria repressa violentemente.

Lo storico e docente Raoul Pupo (Trieste, 1952) La politica snazionalizzatrice di Benito Mussolini fallì, perché le comunità slovene e croate non si fecero assorbire, e l’invasione fascista della Jugoslavia nell’aprile 1941, con i crimini commessi anche dalle truppe italiane nella terribile guerriglia che ne scaturì, pose i presupposti per il disastro. Dopo l’8 settembre 1943, con la dissoluzione del Regio Esercito e l’occupazione tedesca di oltre metà della nostra penisola, la situazione precipita perché, osserva Pupo, «il Litorale Adriatico non è più Italia». A comandare anche in ambito civile sono le autorità del Terzo Reich, mentre i rappresentanti della repubblica di Salò non contano nulla, emarginati e sottomessi. Nel contempo la lotta partigiana vede protagoniste le forze di Tito, ben decise a perseguire l’annessione di tutto il territorio giuliano alla Jugoslavia, Trieste compresa, e a trattare da nemici gli antifascisti italiani ostili a una soluzione del genere.

Insomma, emerge chiaramente dall’analisi di Pupo che le vicende del confine orientale non si possono ricondurre alla mera contrapposizione tra italiani e slavi, con le conseguenti improprie accuse di pulizia etnica rivolte a Tito, ma neppure a quella tra fascismo e antifascismo, che proietta sugli esuli giuliano-dalmati, per la loro ben comprensibile ostilità ai partigiani slavi, l’ombra sinistra del regime mussoliniano. Che quest’ultimo sia stato il massimo responsabile del tracollo subito dall’italianità adriatica è indubbio, ma che la politica di Belgrado si possa giustificare in quanto volta in primo luogo a cancellare ogni traccia del Ventennio nero, e magari anche disposta a tutelare le minoranze etniche, è una rappresentazione unilaterale e fuorviante della realtà. Basti pensare che molti nostri connazionali appartenenti alla Resistenza furono uccisi dalle forze jugoslave.

Certo, è giusto ricordare che gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia non vennero espulsi con la forza dalle loro case. Ma è del tutto evidente che Tito intendeva ridurli a comunità minoritaria subalterna, prona alle direttive di un potere espropriatore e liberticida, secondo i tipici criteri di marca bolscevica. La «fratellanza italo-slava» sbandierata dal regime di Belgrado era fraterna un po’ come le «democrazie popolari» dell’Est europeo crollate nel 1989 erano democratiche. Soltanto a parole. Perciò la schiacciante maggioranza della popolazione italiana decise di abbandonare le terre dei propri avi pur di sottrarsi al giogo jugoslavo. Una scelta che aprì una ferita le cui cicatrici restano visibili.

La ricorrenza del 10 febbraio, oggi che Italia, Slovenia e Croazia sono tre Stati appartenenti alla medesima Unione Europea, non può e non deve rappresentare un’occasione per rinfocolare gli odi del passato. Ma non deve neppure essere svalutata secondo la logica di chi, nella sinistra estrema, continua a echeggiare la narrazione faziosa del defunto comunismo di Belgrado. Come scrive Pupo, celebrare il Giorno del Ricordo è una «operazione doverosa nei confronti dei portatori di memorie dolenti, parenti di infoibati ed esuli giuliano-dalmati, che per decenni hanno portato la loro sofferenza nel cuore senza poterla comunicare né, in molti casi, trasmettere ai figli. Niente li compenserà delle loro perdite, ma almeno la vicinanza e la condivisione del dolore da parte dell’intera comunità nazionale potrà essere di conforto a chi ha pagato così duramente la sua scelta di italianità».

Le radici del conflitto - Il volume in vendita a euro 10,90 per un mese

Sarà disponibile da martedì 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo, e rimarrà in edicola per un mese con il «Corriere», il libro di Raoul Pupo Italianità adriatica. Le origini, il 1945, la catastrofe, uscito da Laterza l’anno scorso e ora ripubblicato dal nostro giornale. Lo si potrà acquistare al prezzo di euro 10,90 più il costo del quotidiano. Nelle primavera 1945 finisce la Seconda guerra mondiale in Europa e l’Italia, che l’ha combattuta fino al 1943 al fianco dei nazisti, ne esce sconfitta. Che significa per gli italiani che vivono alla frontiera adriatica? Per la maggior parte di loro, un sospiro di sollievo seguito da un nuovo urlo di dolore. Migliaia di italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia vennero infatti uccisi dall’esercito di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati, dove morirono. Ma come si è arrivati a questo punto? Di chi sono le responsabilità? E prima ancora, che cos’è stata quell’italianità adriatica di cui si consuma la catastrofe? Il volume ne ripercorre i passaggi fondamentali, dal processo di formazione — le cui radici si stendono molto all’indietro nel tempo — all’epoca della nazionalizzazione e della politicizzazione ottocentesche, fino alle convulse vicende novecentesche e alla loro eredità, per approdare alla più recente costruzione di un’identità di frontiera protesa verso la cittadinanza comune europea. Raoul Pupo (Trieste, 1952), tra i massimi conoscitori dell’esodo giuliano-dalmata, ha insegnato Storia contemporanea all’università di Trieste: si occupa di storia della politica estera italiana, della frontiera adriatica, delle occupazioni italiane nei Balcani e degli spostamenti forzati di popolazioni in Europa nel corso del Novecento. È autore di svariati libri.

8 febbraio 2026 (modifica il 8 febbraio 2026 | 20:01)

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