Riccardo Scamarcio: «Strafelice per il premio a Venezia. Il piccolo Andrea Aggio un fenomeno, gli facevo l'imitazione di Banfi. Io Ponzio Pilato per il bravissimo Mel Gibson»
L'attore andriese, insignito alla Mostra del Cinema con il riconoscimento di miglior interprete, porta in giro per l'Italia «I figli della scimmia». «Presto mi vedrete anche in The Resurrection of the Chris, guidato da un regista unico»
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Riccardo Scamarcio: «Strafelice per il premio a Venezia. Il piccolo Andrea Aggio un fenomeno, gli facevo l'imitazione di Banfi. Io Ponzio Pilato per il bravissimo Mel Gibson»
di Nicola SignorileL'attore andriese, insignito alla Mostra del Cinema con il riconoscimento di miglior interprete, porta in giro per l'Italia «I figli della scimmia». «Presto mi vedrete anche in The Resurrection of the Chris, guidato da un regista unico»
Un esordio italiano insolito, coraggioso, fatto di sguardi, silenzi, sottigliezze emotive e di prove attoriali in sottrazione. I figli della scimmia (titolo ispirato all’omonima fiaba di Esopo) di Tommaso Landucci, dopo l’exploit veneziano (due premi nella sezione Orizzonti) è in sala dal 17 settembre distribuito da Medusa, un’opera «commovente, ma non triste» che si sofferma sui balbettii emotivi dei padri di oggi. Il protagonista Dario, genitore di un figlio affetto da una grave disabilità, è interpretato con grande naturalezza da Riccardo Scamarcio, non a caso premiato a Venezia come miglior interprete nella sezione Orizzonti. Ma Scamarcio è anche produttore con la sua Lebowski (con Lungta e Mosaicon). L’attore andriese presenterà il film martedì 22 settembre al cinema Andrisani di Montescaglioso (al termine della proiezione delle 18) e al Guerrieri di Matera (alla fine di quella delle 20) e mercoledì a Bari con il coproduttore Maurizio Piazza, al Multicinema Galleria dopo la proiezione delle 20.30.
Poteva essere un drammone ricattatorio e lacrimoso, invece il film affronta temi molto importanti con una certa levità, per non dire dolcezza, è d’accordo?
«Sì, il tema è spinoso, può diventare pornografia del dolore. Questa è un’opera sincera, autentica, che ha anche dei momenti di commedia, qualche scena in cui si ride. Una leggerezza che viene dalla costruzione di dinamiche autentiche tra i personaggi».
Cosa l’ha convinta da produttore a puntare sul film e a caricarselo sulle spalle come interprete?
«Quando Maurizio Piazza mi ha passato questo copione, ho fatto un incontro con Tommaso Landucci che non conoscevo. Ho capito da subito che c’era la possibilità di interpretare, e prendere parte anche produttivamente, ad un progetto insolito, di grandissima qualità, e che aveva l’ambizione di mettere in scena una famiglia, in particolare un padre, attraverso chiaroscuri e contro movimenti del personaggio. Non fa quello che ci aspetteremmo da un padre nella sua situazione: scherza, fa battute, c’è qualcosa che non vuole processare, è come se si distraesse continuamente da qualcosa che lo fa soffrire. Ho trovato formidabile l’idea che il film giocasse su questo contrasto».
C’è anche il fratello Roberto, interpretato da Fausto Russo Alesi, che fatica a capire il figlio 14enne Giacomo, su cui il suo personaggio riversa tutte le sue attenzioni. Sono padri inadeguati?
«C’è una sorta di incapacità di decifrare i propri sentimenti, per semplificare potremmo dire che è un film sull’educazione sentimentale di un padre. Scherzando ma non troppo, a Venezia dicevo che il disabile nel film è il padre. Non comprende ciò che prova e quindi trasla sul nipote tutto quello che avrebbe voluto fare con Enrico, suo figlio, e che non potrà mai fare. Come il trial. Non potrà mai condividere questa passione. Io da bambino andavo a funghi con mio padre sulla Murgia. Poter condividere le cose, trasferire ai figli le proprie passioni è una cosa importante. Non poterlo fare genera, almeno in me, una grandissima tenerezza e compassione».
Sin dal look, per il film si è spogliato di ogni orpello.
«Il tono del film, lavorando contro i cliché e su micromovimenti, rende tridimensionali i personaggi. Non si può fingere nulla, bisogna essere scarni, autentici, sennò crolla tutto. Qui è come se Dario dovesse espiare qualcosa: si è tagliato i capelli per ricordarselo. Se fosse pacificato, non avrebbe bisogno di farlo. Deve ricordarsi di non sbagliare, evidentemente c’è una fragilità».
Come ha interagito con il piccolo Andrea Aggio?
«È stato pazzesco. Andrea, non potendo parlare e avendo difficoltà motorie molto gravi, ha dovuto sviluppare altri sensi. Comunica con lo sguardo, ti tocca con la manina, con lui si ha un rapporto energetico, è intelligentissimo. A livello cognitivo è un piccolo fenomeno. Abbiamo scherzato molto, io gli facevo l’imitazione di Lino Banfi, poi è stato veramente come un collega, ha fatto l’attore».
Due premi (per la sua interpretazione e per la sceneggiatura) a Orizzonti per un film italiano, l’unico premiato a Venezia, un piccolo miracolo?
«Siamo strafelici, due premi che hanno quasi dell’incredibile, non succede mai. È stato proprio un endorsement della giuria. Per noi è una conferma: tutti concordi sul fatto che sia una grande opportunità di mettere in scena qualcosa di speciale e di profondo».
Sarà Ponzio Pilato in “The Resurrection of the Christ” di Mel Gibson e Federico II in “La meraviglia del mondo” di Francesco Lopez. Come ci si prepara a incarnare personaggi così importanti?
«Dovete vedere il film per saperlo: parla anche di come ci si prepara a interpretare Federico II, c’è l’elemento metacinematografico nel nostro progetto. Verrà raccontato in maniera molto precisa e filologica, basandosi su riferimenti storici. Su Ponzio Pilato non posso dire granché, altrimenti mi ammazzano. Lavorare con Mel Gibson è stato straordinario, ma anche con Lopez. Una grandissima esperienza, Mel Gibson è stato bravissimo».
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20 settembre 2026 ( modifica il 20 settembre 2026 | 08:19)
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