Lo scrittore Antonio Manzini: «Nel 1999 durante le riprese di un film spostammo di peso un furgone, non sapevamo che dentro c'erano le Br: il giorno dopo uccisero D'Antona»
Il docente fu assassinato a Roma, il racconto dell'autore dei romanzi di Rocco Schiavone a Pordenonelegge: «Il furgone entrava nell'inquadratura. Inavvertitamente ritardammo di un giorno il delitto»
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Lo scrittore Antonio Manzini: «Nel 1999 durante le riprese di un film spostammo di peso un furgone, non sapevamo che dentro c'erano le Br: il giorno dopo uccisero D'Antona»
di Michela Nicolussi MoroIl docente fu assassinato a Roma, il racconto dell'autore dei romanzi di Rocco Schiavone a Pordenonelegge: «Il furgone entrava nell'inquadratura. Inavvertitamente ritardammo di un giorno il delitto»
Il luogo del delitto (archivio) e, nei riquadri, dall'alto: Antonio Manzini e Massimo D'Antona
«Inavvertitamente» la produzione di un film a cui lavorava lo scrittore Antonio Manzini, autore della fortunata serie sul poliziotto sui generis Rocco Schiavone, ha ritardato di un giorno l’omicidio del giuslavorista Massimo D’Antona, compiuto dalle Brigate Rosse il 20 maggio 1999 a Roma, sulla via Salaria, dove le vittima abitava.
Lo ha raccontato lo stesso Manzini a Pordenonelegge, durante la presentazione del suo ultimo libro «I tramezzini di Rocco Schiavone».
«Quella mattina arrivammo sulla via Salaria molto presto con la troupe, erano le 5 - ha ricordato -. Dovevamo girare in una bellissima villa proprio sulla via Salaria, Villa Albani, ma un furgone bianco entrava nell’inquadratura. E allora i tecnici della produzione, abituati a spostare qualsiasi cosa dall’area destinata alle riprese, hanno proprio sollevato di peso questo furgone, dentro il quale erano nascosti i brigatisti, pronti a uscire nel momento in cui D’Antona sarebbe passato di lì, come ogni mattina, per andare al lavoro».
Antonio Manzini a Pordenonelegge: «Nel 1999 spostammo un furgone senza sapere che dentro c'erano le Br: il giorno dopo uccisero D'Antona»
«Non potevamo saperlo»
«Noi ovviamente non potevamo saperlo, quindi abbiamo iniziato a lavorare - aggiunge lo scrittore - e al termine delle riprese i tecnici hanno rimesso il furgone dov’era. Per la seconda volta lo hanno sollevato con quelle persone dentro, che naturalmente non si sono palesate».
Il giorno dopo però, alle 8.13, il professore viene bloccato dal commando di brigatisti formato da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, ancora una volta dalle 5.30 nascosti nel furgone Nissan bianco parcheggiato al lato di via Salaria quattro giorni prima insieme a un altro, a due scooter pronti per la fuga delle Br e alle biciclette per le staffette.
«Siamo stati interrogati in questura»
Secondo quanto emerso poi a processo, Mario Galesi con una pistola semiautomatica senza silenziatore, fece fuoco su D'Antona, svuotando tutti i 9 colpi del caricatore e uccidendolo con l’ultimo colpo al cuore.
«Il giorno successivo alle riprese abbiamo saputo che era stato ucciso il consulente del ministero del Lavoro proprio dove avevano girato - spiega Manzini -. Qualche ora dopo tutti noi della troupe presenti in via Salaria 24 ore prima, e immortalati dalle telecamere di sorveglianza della zona, siamo stati convocati in questura e interrogati. A un certo punto gli investigatori hanno capito che non c’entravamo nulla, che semplicemente stavamo facendo cinema, e così ci hanno lasciati andare. Però - riflette Manzini - resta l’emozione forte di aver ritardato dal 19 al 20 maggio 1999 l’omicidio di D’Antona. E forse il rammarico che se avessimo guardato dentro quel furgone magari avremmo potuto evitarlo».
O forse diventare vittime loro stessi.
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19 settembre 2026 ( modifica il 19 settembre 2026 | 18:36)
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