Patrizia Rinaldi e la storia di Alena, che non sapeva di essere santa
Corriere della Sera - Cultura

Patrizia Rinaldi e la storia di Alena, che non sapeva di essere santa

Sabato 19 settembre 2026
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La scrittrice napoletana firma un romanzo al femminile, con una trama avvincente che si snoda dagli anni Cinquanta al presente

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Patrizia Rinaldi e la storia di Alena, che non sapeva di essere santa

di Mirella Armiero

La scrittrice napoletana firma un romanzo al femminile, con una trama avvincente che si snoda dagli anni Cinquanta al presente

Patrizia Rinaldi

Patrizia Rinaldi ha un talento versatile: ci ha intenerito e divertito con i suoi geniali libri per ragazzi, ci ha intrigato con i polizieschi di Blanca, ora si avventura per la seconda volta nel territorio del romanzo storico con il nuovo «La santa di casa» (edizioni Piemme), dopo «Il corredo». Storie di donne, come si intuisce già dal titolo. Quindi storie che si inseriscono pienamente nel mainstream del momento e hanno grande presa sul pubblico di lettrici, ormai dominante. 
Al centro del racconto c’è Alena, madre giovanissima di un parto quadrigemellare, ragazza solida e schiva, che non si lascia abbattere da un mondo poco empatico nei suoi confronti. A partire da sua madre, che verso la figlia alterna rimproveri e sentimenti di insofferenza, insieme a qualche rara tenerezza. Alena però resta salda, con la sua statura imponente, la bellezza inconsapevole e la capacità di giustificare le magagne altrui, per esempio quelle del marito Sergio. Il suo sogno è quello della maternità, ma scoprirà presto che anche questo territorio può essere franoso come altri della vita. Meno male che c’è Mariastella (o almeno la sua idea, la sua immagine), unica dei gemelli a non sopravvivere, ma presente e viva nei pensieri di Alena, che conduce con la figlia «santa» un dialogo ininterrotto e salvifico. 
L’avvio dell’intreccio data 1956, anno della grande nevicata a Napoli, poi si dipana attraverso i decenni successivi, tra contestazioni studentesche, lotte operaie e contrabbando di «bionde». Con una partenza un po’ faticosa, il romanzo poi decolla e può contare su una sapiente architettura e su una scrittura sciolta, senza fronzoli, eppure centrata, coinvolgente. Il personaggio di Mariastella si trasforma: da ragazzina sempre preoccupata della propria inadeguatezza si ritrova alla fine donna emancipata e in qualche modo serena. Per arrivare a questo risultato non basta però la quotidianità con i suoi affanni, ad aiutarla ci sono i libri, una passione che scopre casualmente e che fa parte del canone ormai ben definito dei personaggi femminili di questi anni. Rinaldi però va oltre il consueto e ci fa entrare nei gusti di Alena, che con la figlia morta discute perfino di Simenon. Altro merito dell’autrice è quello di mostrarci una Napoli finalmente diversa, abbastanza lontana sia dal centro sia dalla periferia più raccontata. Entrano così in questa nuova geografia napoletana luoghi come il «Buvero», ovvero il borgo di Sant’Antonio Abate, e il Cavone, quartiere appartato dal quale piazza Dante è uno scorcio in fondo alla strada. Personaggio ambiguo e interessante è poi l’«altra» Alena: singolare alter ego della protagonista, «femminiello» di rara bellezza e alterigia, che fa innamorare di sé qualsiasi uomo e che non sarà solo una comparsa nella storia principale. A chiudere il cerchio della narrazione, che si tinge quasi di giallo verso la fine, sono le storie dei figli, i tre gemelli e il più piccolo, venuto dopo e quasi per caso. Anche su di loro, però, vigila Mariastella la santa. E non invano. 

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19 settembre 2026

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