Cinema, Scamarcio o la potenza di essere papà. Emozione e scrittura, «I figli della scimmia» è un film da vedere
L'attore protagonista di «I figli della scimmia» dell'esordiente Tommaso Landucci interpreta senza pietismi il padre di un bambino disabile
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Cinema, Scamarcio o la potenza di essere papà. Emozione e scrittura, «I figli della scimmia» è un film da vedere
di Sara D'AscenzoL'attore protagonista di «I figli della scimmia» dell'esordiente Tommaso Landucci interpreta senza pietismi il padre di un bambino disabile
Riccardo Scamarcio e Andrea Aggio nel film «I figli della scimmia» di Tommaso Landucci
«I figli della scimmia» di Tommaso Landucci
Preparatevi a emozionarvi. Con una sceneggiatura di ferro ma scritta col cuore e un interprete che sorprende a ogni inquadratura, I figli della scimmia racconta la storia di Dario (Riccardo Scamarcio), papà di un bambino con una grave disabilità, interpretato da Andrea Aggio. Un papà presente, amorevole, giocherellone. Eppure un padre che sembra sempre inseguire qualcosa di diverso o sognare, forse, quella normalità rappresentata dal nipote, il bravo giovane attore Tancredi Naldini. Si insinua così nella sua quotidianità fatta di visite, piscina per il piccolo, cure che un po' si capiscono ma molto diventano enormi per quanto sono incomprensibili, una crepa, un tarlo, un pensiero: come sarebbe se... Un gioco pericoloso, che però viene tenuto dal regista e dalla sceneggiatura sempre al limite: al limite della scenata, al limite della tragedia, al limite di quel cinema urlato e superficiale dove le emozioni fanno fatica ad arrivare. Qui al contrario siamo di fronte a un cinema sotto traccia, vissuto più che recitato. Ed è lì che la lama del sentimento trafigge lo spettatore. Nella luce calda del bagnetto, che circolarmente rappresenta la prima scena e l'ultima, anche Dario rinasce come padre, pronunciando una parola che oggi sembra così difficile da dire e che è la parola che lo fa ridiventare genitore, lo fa riconoscere in un ruolo così difficile eppure così naturale. Landucci conduce i suoi attori in modo inedito per il cinema italiano, sembrano tutti calati in una cinematografia più nordica, anche se certe ambientazioni in campagna possono ricordare per certi versi Bernardo Bertolucci. Un esordio di cui ricordarsi, quando si parla di cinema italiano in crisi, perché qui, con poco si fa molto e si lascia intuire ancora di più.
Voto: 8. Emozione e scrittura, una macchina perfetta, dove Scamarcio diventa il padre, non recita.
«The Echo Chamber» di Andrea Pallaoro
Leo (Luca Marinelli) è un produttore musicale. Il dolore alla schiena sta diventando invalidante quando nella sua vita entra Anne (Alicia Vikander) che arriva per curarlo, ma che resta impigliata in una relazione con questo uomo misterioso che viene da un mondo così diverso dall'ordinarietà del suo. Tra i due le dinamiche sono tante e spesso i ruoli si invertono: Anne è chiaramente in soggezione quando entra nella vita di Leo, eppure lui sviluppa subito una forma di dipendenza dalle pillole che lei gli dà, contravvenendo a tutte le regole deontologiche. Lo fa per legarlo a sé, in un modo talmente sottile che forse sfugge perfino a lei stessa e anche la resa che il regista dà di questo personaggio è ambigua: fa cose discutibili ma conserva una purezza di rappresentazione che la fa sfuggire da ogni giudizio. E questo confine tra chi manipola chi, è oltrepassato diverse volte nel film in cui la macchina da presa di Andrea Pallaoro, alle prese con l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, spesso entra non vista nella casa, proprio come il personaggio di Anne, che per certi versi ricorda le atmosfere di Ferro 3 di Kim Ki-duk. E poi c'è Ava (Susan Sarandon) una cantante a fine carriera che accetta di tornare a cantare ciò che Leo le propone. Quando il lavoro di produzione del nuovo disco finisce, accadrà l'irreparabile. Il film è sempre in bilico, come i suoi personaggi. Alcune scene sono efficaci - quelle in cui Anne diventa un fantasma - altre sembrano posticce, come quelle finali. L'effetto di un film riuscito a metà, una grande possibilità irrisolta. Un'occasione mancata.
Voto: 6,5. Immagini e attori efficaci, la storia resta come sospesa. E l'indagine sulla relazione tossica non va in profondità, ma resta in superficie. Ai dettagli.
«Ritorno a Buenos Aires» di Marco Bechis
Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra (Adriano Giannini) torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. È un uomo distrutto, frammentato, fragile, quello che si decide dopo molte insistenze a valicare un confine inimmaginabile nella sua mente: quello che lo separa dall'Argentina e da ciò che lì è accaduto durante i suoi due anni e 46 giorni di prigionia. E subito capiamo il perché: rispetto alle altre vittime scampate alla morte, Mariano, detto «Tano», fa più fatica a elaborare, perché dai carcerieri era stato scelto come collaboratore e le violenze subite sono state più subliminali, più diffuse sottopelle. Bechis ce lo dice per gradi, svela il suo personaggio a poco a poco, distillando i soprusi subiti sotto forma di flashback, incubi, visioni di posizioni. Il cuore, il nucleo, è sempre la dittatura in Argentina. Ma rispetto a Garage Olimpo, il film di Bechis che raccontava la sua esperienza di prigioniero a vent'anni, qui tutto potrebbe essere anche riferito all'oggi, ai regimi che soffocano le libertà, a prigionie morali e materiali che appesantiscono i nostri animi. In una messa in scena misurata, alcuni flashback rischiano di apparire artefatti, ma sono ampiamente compensati da un'emozione che cresce, fino al finale non consolatorio ma liberatorio. E un bravo ad Adriano Giannini, che rende bene questo uomo scisso, annientato, mai più ripresosi da quel lettino e da quelle scosse elettriche.
Voto: 7,5. Lucido e analitico. Il ritratto del terrore delle dittature. Tutte le dittature.
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19 settembre 2026
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