Adolescenti sotto pressione
Tra violenza, paura e una speranza che chiede ascolto. Con una lettera a una figlia adolescente
Adolescenti sotto pressione
Pierpaolo D'Urso * | 8 febbraio 2026Tra violenza, paura e una speranza che chiede ascolto. Con una lettera a una figlia adolescente
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Una ragazza di diciassette anni uccisa con ferocia e poi spinta in un canale da un amico. Uno studente accoltellato a morte in classe da un compagno. Aggressioni nelle città che si moltiplicano e diventano sempre più frequenti. Episodi che colpiscono profondamente l’opinione pubblica, non solo per la loro gravità, ma perché sembrano affiorare da un tessuto sociale sempre più lacerato, in cui la violenza giovanile non appare più come un’eccezione marginale, bensì come il segnale inquietante di un disagio profondo e diffuso.
Questi fatti di cronaca non possono essere letti come eventi isolati. Essi si inseriscono in una dinamica strutturale che riguarda gli adolescenti di oggi, cresciuti in un contesto radicalmente diverso da quello delle generazioni di fine Novecento: più connessi, ma spesso più soli; più informati, ma meno accompagnati; più esposti a stimoli continui, ma con strumenti emotivi e sociali spesso inadeguati per gestirli.
I dati ufficiali confermano questa percezione. Secondo l’Annuario Statistico Italiano 2025, pubblicato lo scorso dicembre, nel 2024 oltre 22.200 giovani sono stati seguiti dai servizi della giustizia minorile, con un incremento rispetto all’anno precedente. Colpisce in particolare l’aumento dei minori tra i 16 e i 17 anni, così come la crescita degli ingressi negli Istituti penali per i minorenni, che superano per la prima volta le soglie del periodo pre-pandemico.
Ancora più significativo è il dato qualitativo: aumenta la quota di procedimenti legati a reati violenti e contro la persona, mentre diminuisce il peso relativo dei reati esclusivamente patrimoniali. In particolare, il 22,7% dei procedimenti riguarda reati contro la persona e il 9,5% è legato agli stupefacenti. Aumentano inoltre gli ingressi di giovani detenuti sia per la violazione della normativa in materia di armi sia per altri delitti. Questo segnala una trasformazione delle modalità del disagio giovanile, sempre meno silenzioso e sempre più esplicitamente aggressivo.
Parallelamente cresce la paura. Nel 2024 il 26,6% delle famiglie italiane dichiara che il rischio di criminalità è un problema molto o abbastanza presente nella zona in cui vive, un indicatore in continuo aumento che segna un +3,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
La percezione di insicurezza non è uniforme sul territorio: nelle regioni del Centro la quota di famiglie che avverte questo problema è più elevata rispetto alle altre ripartizioni (30,7%), seguite dal Sud (29,5%) e dal Nord-ovest (27,5%). La Campania continua a detenere il primato, con il 39,6% delle famiglie che percepisce fortemente il rischio di criminalità, seguita dal Lazio (38,3%, in crescita di 5,5 punti percentuali rispetto al 2023). Nei comuni centrali delle aree metropolitane il dato assume dimensioni ancora più critiche: quasi una famiglia su due ritiene il problema della sicurezza molto o abbastanza presente nel proprio contesto di vita.
La sicurezza, dunque, non è soltanto un indicatore statistico, ma un’esperienza quotidiana che incide profondamente su stili di vita, relazioni sociali e libertà individuali.
Ma cosa sta accadendo agli adolescenti di oggi? Rispetto ai giovani di fine secolo scorso, essi vivono una trasformazione profonda degli stili di vita: la socialità si è in larga parte trasferita online, l’esposizione alla violenza mediatica è continua, il rapporto con l’autorità adulta appare spesso fragile o conflittuale. La crescita della percezione di insicurezza rappresenta un elemento critico, perché incide direttamente sulla capacità dei territori di intercettare precocemente il disagio e di costruire risposte educative e sociali efficaci.
In questo contesto, la violenza diventa talvolta un linguaggio sostitutivo: un modo distorto per affermare sé stessi, per esistere agli occhi degli altri, per reagire a frustrazioni che non trovano canali di espressione più maturi. Punire soltanto non basta. I dati mostrano che il sistema della giustizia minorile italiana, fondato sulla rieducazione e sul reinserimento, è sottoposto a una pressione crescente, ma resta uno strumento importante per intercettare il disagio prima che diventi irreversibile.
Se questo è il quadro, servono risposte all’altezza della complessità del problema. Alcune linee di intervento appaiono oggi non più rinviabili.
Rafforzare la scuola come presidio educativo e relazionale. La scuola resta uno dei pochi luoghi in grado di intercettare precocemente il disagio adolescenziale. Non servono solo più ore di lezione, ma figure stabili di supporto psicologico, educatori e programmi strutturati di educazione emotiva e gestione dei conflitti. Senza un sostegno adeguato, la scuola non può reggere da sola l’impatto di trasformazioni sociali così profonde.
Investire nella prevenzione territoriale e nella prossimità. La percezione di insicurezza cresce dove arretrano i servizi. Centri giovanili, sport di base e presidi culturali nei quartieri fragili sono strumenti di sicurezza preventiva, non costi accessori. Ogni riduzione della prevenzione genera, nel tempo, maggiori costi sociali e repressivi.
Educare all’uso consapevole del digitale e dei social media. Identità e relazioni degli adolescenti si costruiscono sempre più online. Senza alfabetizzazione digitale ed emotiva si normalizzano odio, umiliazione e violenza. Servono programmi strutturali di educazione al digitale che coinvolgano scuola, famiglie e piattaforme.
Sostenere le famiglie, soprattutto le più fragili. Genitori spesso disorientati da precarietà, carichi lavorativi e solitudine educativa necessitano di politiche di sostegno alla genitorialità, servizi di consulenza e reti di supporto. Rafforzare gli adulti è essenziale per prevenire la trasmissione del disagio alle nuove generazioni.
Integrare politiche di sicurezza e politiche sociali. I dati sulla percezione di criminalità mostrano che repressione e prevenzione sono complementari. Stazioni, nodi di trasporto e periferie urbane richiedono un presidio integrato: forze dell’ordine affiancate da interventi sociali, illuminazione, riqualificazione urbana e una presenza istituzionale stabile.
La violenza giovanile non nasce dal nulla. È il prodotto di una frattura generazionale, sociale e culturale che riguarda l’intera comunità. Guardare in faccia questa realtà, senza allarmismi ma senza rimozioni, è il primo passo per restituire agli adolescenti ciò di cui hanno più bisogno: adulti credibili, istituzioni presenti, orizzonti di senso.
Perché dietro ogni gesto estremo c’è quasi sempre una domanda inascoltata. E una società che non investe sui propri adolescenti non perde solo sicurezza: perde futuro.
E forse, dopo i numeri, le analisi, le proposte, è proprio qui che occorre fermarsi un istante. Perché dietro le statistiche sulla criminalità minorile, dietro la percezione crescente di insicurezza, dietro gli episodi di violenza che ci scuotono, ci sono volti, storie, fragilità. Ci sono ragazze e ragazzi che non sono «un problema da gestire», ma una generazione che chiede ascolto, tempo, fiducia.
Parlare di adolescenti significa anche assumersi una responsabilità adulta: non limitarsi a descrivere ciò che non funziona, ma provare a restituire senso, orizzonte, parole che non giudichino ma accompagnino. In fondo, ogni riflessione sulla sicurezza, sulla violenza, sulla fragilità dei giovani, prima o poi si riduce a una domanda essenziale: che mondo stiamo consegnando a chi cresce oggi? E, soprattutto, che parole scegliamo per stare accanto a chi prova a trovare il proprio posto dentro un tempo così complesso?
Per questo, a chiudere questo articolo, c’è una lettera. Una lettera a una figlia adolescente, che diventa idealmente una lettera a tutte e a tutti i giovani che oggi si affacciano alla vita adulta con un carico di paure che non hanno scelto, ma anche con una forza che spesso gli adulti faticano a riconoscere.
Lettera a mia figlia sul mondo e dintorni
Cara Giordana,
ti scrivo mentre il mondo sembra correre troppo veloce e, allo stesso tempo, inciampare su se stesso.
Le notizie arrivano come raffiche che non danno tregua, colpi brevi e continui che tolgono il respiro: conflitti che non si spengono, che divorano tempo e futuro, e che continuano a fare vittime innocenti, soprattutto civili e bambini, i più indifesi. Arrivano le parole urlate dei potenti, frasi che sembrano più forti delle persone, e i nomi che rimbalzano ovunque — leader lontani, eppure così presenti nelle nostre vite, capaci di entrare nelle nostre case e nei nostri pensieri senza mai chiederci il permesso. E poi ci sono le storie che fanno più male di tutte: quelle delle ragazze e dei ragazzi, fragili e luminosi insieme, che a volte non ce la fanno, travolti non solo dal peso del mondo, ma anche da forme di violenza tra coetanei. Penso anche a Crans-Montana, a quei giovani già appesantiti dai problemi del mondo — guerre, tensioni sociali, paure diffuse — che in un momento di gioia, di leggerezza tanto cercata, hanno incontrato la morte e la sofferenza. È un dolore che disorienta, perché colpisce proprio dove dovrebbe esserci vita, spensieratezza, speranza, futuro.
Ci sono giorni in cui l’attualità sembra una stanza senza finestre. E allora capisco la paura, lo smarrimento, persino la rabbia.
Vorrei dirti una cosa semplice, ma vera: il mondo non è rotto per sempre. È ferito. E dalle ferite, se non distogliamo lo sguardo, si impara. Si cresce. Si cambia direzione. Non bisogna abituarsi al rumore, né voltarsi dall’altra parte. Bisogna attraversarlo con cura, senza cinismo. Combattere — sì — ma con intelligenza. Non contro qualcuno, bensì per qualcosa.
Quando senti parlare di guerre, di minacce, di confini che tornano muri, ricordati che la storia non è mai solo nelle mani di chi governa. La storia vive anche nei gesti quotidiani, nella capacità di ascoltare, nella scelta di non ridurre l’altro a un’etichetta. Vive nella scuola, nelle amicizie, nella fatica di crescere. Gli adolescenti portano sulle spalle un peso enorme: aspettative, giudizi, solitudini invisibili e affollate. Alcuni cadono, e il dolore che lasciano è un monito che ci obbliga a fare meglio, a prenderci più cura, a non banalizzare mai la fragilità.
Crescere non significa diventare duri. Significa diventare profondi. Capire che le difficoltà non sono una sconfitta, ma una palestra dell’anima. È così che si impara a riconoscere i problemi veri e a immaginare soluzioni che non siano scorciatoie. È così che si prepara un futuro migliore — e quel futuro, credimi, avrà bisogno soprattutto di voi giovani: della vostra sensibilità, del vostro sguardo meno stanco, della vostra capacità di tenere insieme giustizia e compassione.
Ricordi quando viaggiamo in treno? C’è un momento in cui guardi avanti, verso la meta, e ti chiedi quanto manca. È il tempo verticale, quello dell’orologio, dell’arrivare presto. Ma c’è anche un altro tempo: quello orizzontale. È quando guardi fuori dal finestrino, i campi che scorrono, le case che appaiono e scompaiono, le vite che non conoscerai mai e che pure esistono. È lì che il viaggio diventa esperienza. È lì che capisci che non conta solo arrivare, ma come attraversi il percorso.
Ecco, la vita chiede questo equilibrio. «Festina lente», affrettati lentamente. Non rinunciare all’urgenza di migliorare il mondo, ma non sacrificare la profondità alla velocità. Non avere paura di fermarti a capire. Non smettere di indignarti, ma impara a trasformare l’indignazione in cura, in progetto, in speranza condivisa.
Se oggi il mondo sembra confuso, domani potrà essere più giusto. Non perché qualcuno lo promette, ma perché qualcuno — come voi— lo costruirà. Io credo in te. Credo nella vostra generazione. E so che, guardando avanti senza smettere di guardare intorno, saprete portare luce anche dove oggi sembra mancare.
Forse è da qui che dobbiamo ripartire: dalla capacità di parlare ai giovani non solo dei rischi che corrono, ma della fiducia che riponiamo in loro. Perché nessuna politica di sicurezza, nessuna statistica, nessuna riforma sarà davvero efficace se non sapremo restituire agli adolescenti ciò che più manca in questo tempo fragile: la certezza di essere visti, ascoltati, creduti.
* Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione, Sapienza – Università di Roma
8 febbraio 2026 ( modifica il 8 febbraio 2026 | 16:19)
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