Le aragoste di Wallace e i cuccioli torturati sull’Appia
Corriere della Sera - Cultura

Le aragoste di Wallace e i cuccioli torturati sull’Appia

Sabato 19 settembre 2026
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A peggiorare le cose è l'uso smodato e vanesio del telefonino che ha offerto agli imbecilli una suggestione di visibilità a cui, da bravi disgraziati e ignoranti, non sanno resistere

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Le aragoste di Wallace e i cuccioli torturati sull’Appia

di Diego De Silva

A peggiorare le cose è l'uso smodato e vanesio del telefonino che ha offerto agli imbecilli una suggestione di visibilità a cui, da bravi disgraziati e ignoranti, non sanno resistere

In un famoso saggio intitolato «Considera l’aragosta», il compianto scrittore americano David Foster Wallace sostiene (qualcuno provi a dargli torto) che solo attuando un processo di rimozione collettiva del dolore si può accettare l’idea d’immergere un’aragosta viva in una pentola d’acqua bollente e lasciarla agonizzare per il mero piacere del nostro palato. Dunque, per DFW, l’indifferenza al dolore di un altro essere vivente non avrebbe, o non avrebbe soltanto a che fare con la natura del singolo, ma andrebbe letta come fenomeno sociale, condiviso: la crudeltà, il cinismo verso il dolore degli altri è il prodotto abominevole di una società malata nell’essenza.

È quello che viene da pensare davanti agli efferati episodi di crudeltà compiuti verso gli animali in questa disgraziata estate. Sembra che la gentaglia che si sollazza in questa ignobile pratica non voglia saperne di smetterla e anzi perseveri, sguazzando in una convinzione d’impunità dovuta alla mancanza di leggi adeguate.  

Gli aguzzini girovaghi avevano iniziato con Rosy (ricordate?), la gattina stuprata (dico: stuprata) in un parco. L’ultimo scempio, che impazza sui social da giorni, riguarda un cucciolo di volpe che una banda di (chiamiamoli) ragazzini (che personalmente prenderei a calci mattina, pomeriggio, sera e notte fonda insieme ai loro genitori, responsabili delle sottospecie che hanno messo al mondo) ha cercato di impiccare nel parco dell’Appia antica. E ci sarebbero anche riusciti se un signore che stava facendo jogging da quelle parti non fosse intervenuto. 

Ora: il solo accoppiare il verbo «impiccare» (che fa già schifo in sé) all’immagine di un cucciolo dovrebbe produrre una dissonanza al limite dell’acufene in un qualsiasi essere umano degno di essere definito tale. Perché non può esserci ragione che (non giustifichi, ma) spieghi un gesto così rivoltante, e vigliacco. 
Ma è qui che torna l’insegnamento (anzi, l’opinione) di Wallace: perché non a caso quell’azione è stata concepita e attuata da una banda di piccoli schifosi, in quel tipico processo infettivo di un entusiasmo maligno che si alimenta nel conio disgraziato del gruppo. 

Sarà una motivazione aggiuntiva un po’ facile, ma credo che a peggiorare le cose sia l’uso smodato e vanesio del telefonino, che ha offerto agli imbecilli una suggestione di visibilità a cui, da bravi disgraziati e ignoranti, non sanno resistere. Ed è giocoforza, per un idiota dotato della sensibilità di uno sgabello partorito da genitori indegni, scegliere di mettere in mostra i comportamenti più violenti e disgustosi per attrarre su di sé un’attenzione che mai nessuno gli riserverebbe, videodocumentando le sue malefatte. Per non parlare dei bastardi che addirittura vendono video di torture inflitte agli animali nel disgraziato dark web, un altro abominevole mercato di questi anni dove pare che si possa vedere (a pagamento) di tutto. E la rimozione collettiva è compiuta. A meno che ci si decida, finalmente, a fare qualcosa. Se mai in Italia qualcosa (qualsiasi cosa) si facesse, ogni tanto.

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19 settembre 2026

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