Alessia Giacobino, stilista e architetta: «Il lusso è cultura, non ostentazione. Fortela non è nato con l’ossessione di fatturare e vendere a ogni costo. Spero si torni a meno collezioni»
L'architetto, designer, imprenditrice e creative director dal 2019 firma la collezione femminile di Fortela: «Adoro il vintage. Credo venga dalla mia famiglia: da noi le cose belle si tramandavano»
Morto Sandro Mazzola, l'ex leggenda di Inter e Nazionale aveva 83 anni
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Alessia Giacobino, stilista e architetta: «Il lusso è cultura, non ostentazione. Fortela non è nato con l’ossessione di fatturare e vendere a ogni costo. Spero si torni a meno collezioni»
di Vittoria MelchioniL'architetto, designer, imprenditrice e creative director dal 2019 firma la collezione femminile di Fortela: «Adoro il vintage. Credo venga dalla mia famiglia: da noi le cose belle si tramandavano»
Architetto, designer, imprenditrice, creative director: Alessia Giacobino rifugge le definizioni semplici.
Nata a Rimini in una famiglia di imprenditori, a 17 anni lascia la Romagna per studiare architettura a Firenze. Poi la moda: Jo No Fui, l’esperienza nel Gruppo Tod’s come direttore creativo donna di Fay e, dal 2019, Fortela, dove firma la collezione femminile. Nel suo lavoro affianca inoltre i brand nella direzione creativa e nello sviluppo strategico dell’identità, seguendo trasversalmente prodotto, immagine, comunicazione, campagne e linguaggio complessivo. Oggi tutti questi mondi confluiscono anche in «Interiorismo», lo studio attraverso il quale esprime la sua visione dell’abitare.
Architetto, designer, imprenditrice: quale definizione sceglie?
«In realtà faccio tutte queste cose», sorride. «Architettura e moda sono due lavori diversi, ma negli anni si sono fusi perché uno solo non mi bastava. Forse sono una creatrice di mondi e identità: integro architettura, moda, arte e interior design».
Oggi architettura, interior e moda sembrano convivere sempre di più nel suo lavoro.
«L’interior ha sicuramente ripreso molto spazio nella mia vita, ma non sostituisce la moda: è un altro territorio attraverso il quale esprimo la stessa visione creativa. Moda e interni sono vicinissimi: tessuti, colori, texture, materiali. Sono molto visiva, vedo quasi delle fotografie nella mente prima ancora di scegliere».
Anche il nome «Interiorismo» racconta qualcosa di questa contaminazione.
«Sì, nasce dall’incontro tra architettura, moda, arte e oggetti, ma anche dal mio percorso personale. Non c’è soltanto “interior” come spazio, c’è anche una dimensione interiore. Negli anni la mia crescita personale e una visione più spirituale della vita sono entrate naturalmente nel mio modo di progettare. Faccio sempre più fatica a separare ciò che faccio da ciò che sono: Interiorismo è la sintesi di mondi professionali e personali che nel tempo si sono fusi in un unico linguaggio».
Il vintage è una costante della sua storia.
«Ho cominciato ad amarlo da ragazzina. A Rimini c’era un negozio, La Zia Lia, dove a 14 anni passavo interi pomeriggi. Credo venga dalla mia famiglia: da noi le cose belle si tramandavano. Mia nonna mi dava i suoi golf, gli argenti, gli oggetti di casa. Era come se l’amore passasse attraverso gli oggetti. Lo faccio anch’io con mia figlia: sono felice quando usa le mie cose. Per me il vintage è memoria di sentimenti e cultura: ci ricorda anche come le cose venivano fatte bene».
C’è un oggetto dal quale non si separerebbe?
«Un orologio vintage che mi regalò mio padre, Domenico, che tutti chiamavano Jecky. Non lo indosso quasi più per paura di perderlo. Racchiude il nostro legame e il senso estetico che ho ereditato da lui: l’idea che amare la bellezza non significhi essere superficiali, ma vedere cose che altri magari non vedono».
A volte un singolo oggetto diventa l’origine di un intero progetto.
«Mi è capitato di comprare due lampadari Venini gemelli prima ancora di firmare il contratto per una casa. Poi tutto il progetto è nato da quelli: due tavoli, due elementi speculari, una composizione costruita intorno ai lampadari. Nei mercatini mi succede di trovare esattamente il pezzo che avevo immaginato. I miei amici dicono che non è fortuna. Forse manifesto», ride.
Ha detto che il vero lusso è qualcosa destinato a durare.
«Per me il lusso è cultura, non ostentazione. È qualità, memoria, contenuto, valore affettivo. Quando progetto una casa non voglio imporre il mio stile: entro in empatia con chi la abiterà, recupero un mobile della vecchia casa, un oggetto di famiglia, un ricordo e magari costruisco tutto intorno a quello. Una casa deve appartenere a chi ci vive».
È lo stesso principio che ritroviamo in Fortela?
«Assolutamente. Fortela non è nato con l’ossessione di fatturare e vendere a ogni costo. Abbiamo investito e aspettato anni perché il pubblico comprendesse quell’identità. Io sono arrivata sulla donna nel 2019 e ho portato l’essenza dell’uomo in un guardaroba femminile. Gli anelli Navajo che mi regalava mio padre, per esempio, sono diventati bottoni delle giacche. Conservo tutto: magari una cosa resta ferma per anni e poi torna».
Le boutique di Fortela portano interamente la sua firma anche dal punto di vista progettuale.
«Lo spazio di via Sirtori, a Milano, è forse l’essenza più completa di Interiorismo e del nostro percorso. Dentro convivono mobili dell’Ottocento e pezzi degli anni Settanta, oggetti raccolti negli anni, moda e vintage. Ho voluto creare non semplicemente un negozio, ma la casa del brand: c’è il camino, il salotto, un bar. Un luogo nel quale essere accolti e vivere un’esperienza».
La tendenza, quindi, non vi interessa.
«Non sappiamo quasi cosa sia. Anche negli interni non credo nel mobile che vale perché costa molto o perché in quel momento “va”. Mi interessa creare un linguaggio fuori dalle mode. Posso mettere insieme un mobile francese dell’Ottocento e un Willy Rizzo anni Settanta: se dialogano, funzionano. La bellezza può vivere oltre il tempo».
Se potesse invitare a cena un architetto e uno stilista?
«Richard Neutra, sicuramente: amo il suo modernismo, la pulizia delle forme, l’uso di legno e cemento. E poi Halston. Gli anni Settanta sono quelli che sento più miei: forme fluide, caftani, volumi precisi».
Sul sistema moda contemporaneo è molto critica.
«Nelle consulenze mi sono scontrata spesso con il predominio delle tabelle di merchandising: la creatività sembra diventata l’ultimo requisito. Abbiamo esasperato tutto, moltiplicato capsule e uscite. Le stagioni non hanno più un tempo naturale: si vende l’inverno quando fuori fa caldo e l’estate a gennaio. Così si crea merce in esubero e tutto diventa obsoleto immediatamente. Spero si torni a meno collezioni, ai tempi giusti e al saper fare. L’artigianato è un patrimonio da preservare».
E la Romagna?
«Ho sempre avuto un rapporto particolare con la Romagna. Le appartengo profondamente, ma fin da bambina sentivo un bisogno fortissimo di andare altrove, di viaggiare, conoscere, cambiare prospettiva e confrontarmi con mondi diversi. Ancora oggi ho sempre una valigia aperta e amo mettere in relazione persone e realtà lontane tra loro, perché spesso è proprio dall’incontro tra differenze che nasce qualcosa di nuovo».
Ma qualcosa di romagnolo è rimasto.
«Tantissimo: genuinità, calore, schiettezza, affetto e spirito imprenditoriale. Mio nonno era un imprenditore molto conosciuto nella ristorazione. E poi lo stare a tavola. A Milano invito gli amici, cucino e restiamo fino alle tre del mattino a parlare. Viene da casa mia, come il pranzo della domenica, la graticola coi sardoni, la piadina con l’insalata».
La piadina la sa fare?
«Sì, anche se non spesso. La faccio alla cesenate, come la mia famiglia: più spessa, con bicarbonato e olio d’oliva. Ho persino organizzato dei “piada party” per gli amici. In compenso ho un grande cruccio: non so tirare la sfoglia col mattarello. Ho fatto anche un corso, ma niente. E pensare che a casa mia se ne facevano dodici, quindici uova alla volta». Alla fine, forse, la definizione più precisa di Alessia Giacobino arriva proprio da qui: una donna con la valigia sempre aperta, che ha attraversato mondi diversi portando sempre con sé le proprie radici romagnole.
Missiroli: «Milano, ti amo ancora. Arrivai 20 anni fa, guadagnavo 1.100 euro e ne spendevo 835 di affitto. Ma sapevo che ce l’avrei fatta»di Marco Missiroli
Carolyn Bessette, il suo minimalismo torna in passerella: a New York lo show di Calvin Kleindi Federica Bandirali
Margherita de Cles, baronessa e stilista dei vip: «Amo la contaminazione, la mia moda è multiculturale. Cucivo gli abiti alle Barbie»di Francesca Negri
Martina Ferragamo porta sul set la storia della Maison e di Wanda: «Ho messo da parte che fosse mia nonna, per raccontare la donna d'impresa»di Enrica Roddolo
Vai a tutte le notizie di Bologna
19 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il video dei rapinatore seriale che segue le vittime in strada a Bologna: la fuga dopo l'aggressione e l'inseguimento delle vittime
L'informazione nella tua mailCorriere di Bologna
Le news principali su Bologna
Ogni giorno alle 18, a cura della redazione