La Ue chiede più tasse a Kiev e intanto blocca i soldi
Bruxelles chiede riforme e congela i miliardi, Kiev sotto pressione: così l’Europa rischia di indebolire l’Ucraina
La Ue chiede più tasse a Kiev e intanto blocca i soldi
Federico Fubini | 18 settembre 2026Bruxelles chiede riforme e congela i miliardi, Kiev sotto pressione: così l’Europa rischia di indebolire l’Ucraina
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Lontano dai riflettori, l’Unione europea e l’Ucraina si stanno affrontando nello scontro più duro e delicato dall’inizio della guerra. La posta in gioco, in superficie, sono i soldi: inizialmente 3,7 miliardi di euro che Bruxelles avrebbe già dovuto versare a Kiev ma tiene fermi; nei prossimi mesi una ventina di miliardi che rischiano di restare bloccati, anche se sarebbero disperatamente necessari all’Ucraina. Più in profondità però la partita è più vasta. Essa riguarda alcune domande che vanno al cuore delle motivazioni di tutti noi europei nell’aiutare gli ucraini. È giusto esigere in cambio dei soldi che essi facciano così che noi vorremmo contro la loro volontà? Ogni nostra esitazione, ogni riluttanza ad aiutare Kiev incoraggia Vladimir Putin ad aggredire ancora di più, perché avverte che il nostro sostegno non è affatto incondizionato?
In sostanza l’Unione europea avrebbe dovuto versare 3,7 miliardi di euro all’Ucraina — dal pacchetto di aiuti di 90 miliardi varato mesi fa — ma non l’ha fatto. La ragione? L’Ucraina non rispetta la «condizionalità» per ricevere quello che formalmente è un prestito (da rimborsare con le riserve russe congelate). A Kiev era richiesto di approvare certe leggi anticorruzione e di alzare certe tasse, per finanziare certe altre spese pubbliche. Ma il governo e il parlamento sono inadempienti.
La prima richiesta sembra ragionevole — data la corruzione che sfiora Volodymyr Zelensky — ma i controlli bancari imposti a vita a chiunque entri in politica (e ai suoi familiari) sono così soffocanti che molti cittadini comuni evitano di candidarsi. La seconda richiesta, invece, non sembra ragionevole. L’Ucraina ha già accettato la pretesa europea di alzare del 3,5% l’aliquota sui redditi personali per finanziare gli stipendi dei militari. Ora Bruxelles chiede che alzi l’Iva e imponga una tassa doganale sui piccoli pacchi degli acquisti in rete: un balzello che colpirebbe milioni di poveri che ormai fanno così le loro compere, non osando entrare nei supermarket presi di mira dai missili russi.
Senza queste e altre simili «condizioni», rischiano di restare bloccati nei prossimi mesi aiuti per decine di miliardi a un Paese tormentato dai bombardamenti e dall’invasione, che resiste proteggendo l’Europa da Putin. Ma noi preferiamo impartirgli una lezione di «riforme», neanche fosse la Grecia ai tempi della crisi. Intanto qualcuno da Mosca vede. E conclude che è il caso di insistere, perché noi ci stiamo stancando di difendere la preda del Cremlino.
18 settembre 2026
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