Felice Andreasi «il cupo che faceva ridere». La moglie Grazia ricorda il carabarettista torinese: «Amava la Juve, la pittura e me»
Corriere della Sera - Cultura

Felice Andreasi «il cupo che faceva ridere». La moglie Grazia ricorda il carabarettista torinese: «Amava la Juve, la pittura e me»

Venerdì 18 settembre 2026
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Dal Los Amigos di Torino al Derby di MiIano con Jannacc e Pozzetto, poi cinema e tv. «Per farlo salire la prima volta su un palco dovettero farlo bere. Per fortuna aveva la sbornia allegra. Non ha mai ceduto alla comicità facile»

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Felice Andreasi «il cupo che faceva ridere». La moglie Grazia ricorda il carabarettista torinese: «Amava la Juve, la pittura e me»

di Fabrizio Dividi

Dal Los Amigos di Torino al Derby di MiIano con Jannacc e Pozzetto, poi cinema e tv. «Per farlo salire la prima volta su un palco dovettero farlo bere. Per fortuna aveva la sbornia allegra. Non ha mai ceduto alla comicità facile»

«Mio marito Felice Andreasi diceva di avere tre amori: la pittura, la Juve e me. In quest’ordine, naturalmente». Grazia Andreasi — 93 anni portati splendidamente — racconta con garbata ironia il lato privato del grande cabarettista torinese in occasione della proiezione di Io sono Felice - Riscoprire Felice Andreasi, film di Michael Zampino e Antonio De Lucia in anteprima stasera al Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo di Milano.

Cominciamo dal «primo» amore?
«Lui si sentiva prima di tutto un pittore. Non ho mai capito se i suoi quadri, che pur erano apprezzati dalla critica, fossero proprio così belli, ma dipingere era tutta la sua vita».

Anche più del cabaret, e poi della tv?
«Il suo lavoro lo rendeva felice soprattutto perché non era costretto a vendere i suoi quadri per mantenersi».

Ma perché la Juve?
«Lui diceva che era colpa dei Rosminiani. Aveva frequentato lì le scuole e, diceva, erano tutti juventini».

Come ha iniziato la sua carriera?

«Nel 1964, dopo una lunghissima corte del manager del locale Los Amigos di Torino, accettò di salire sul palco. Qualcuno racconta che lo avessero fatto bere un po’, ma per fortuna aveva la sbornia allegra. Fu un successo».

Poi, i fasti del Derby. Come ci arrivò?
«Grazie alle insistenze di Jannacci. “Tu meriti la Serie A!”, gli disse, e lo convinse a lavorare nel più importante locale di cabaret d’Italia. E posso dire che a Milano, per essere un torinese doc, si trovò benissimo anche perché lì apprezzavano il suo umorismo sofisticato».

Era così tagliente anche a casa?
«Mi diceva sempre “io sono di natura cupa e malinconica”. Ma quante risate. Era bellissimo quando provava i suoi numeri con me. Io li ascoltavo e se vedeva che ridevo li lasciava così, se no li correggeva. Insomma, ero la sua prima spettatrice».

Guido Chiesa sostiene che fu deluso dal cinema, forse perché era fuori dai «salotti buoni»: è d’accordo?

«Chiesa e Soldini lo hanno diretto veramente bene, ma nonostante fosse considerato un bravissimo attore, mancavano i ruoli: in più, lui non ha mai ceduto a una comicità facile».

Ci racconta un aneddoto del vostro privato?

«Primo incontro, sul pianerottolo dove vivevo in corso Rosselli: si presentò dopo una strana telefonata per farmi un ritratto e non era così male. Ma ancora oggi mi domando perché si sia arrotolato al collo una sciarpa enorme e un impermeabile più grande di due taglie. Sembrava un clochard».

Gli amici?

«Era un solitario, ma quando era in compagnia diventava socievole e simpaticissimo. Oltre a Enzo Jannacci e a Lino Toffolo, ricordo in particolare Renato Pozzetto».

Perché proprio lui?
«È sempre stato generosissimo, ma lo vorrei ricordare pubblicamente per avere accudito Felice durante la sua malattia. Non lo ha mai abbandonato e lo accompagnava in auto da un luminare che, tra l’altro, era il medico di papa Wojtyla».

Nel film si parla della vostra casa di campagna a Cortazzone. Amavate la natura?
«Io gliel’ho insegnato. Come l’amicizia per il nostro pappagallo e la passione per i funghi che compare anche nei suoi sketch e che sapeva cucinare meglio di tutti gli altri. Ricordo l’esatto momento in cui fu illuminato. Era seduto su un sasso per fumare — fumava più di Yanez di Sandokan — e a un certo punto si accorge di essere immerso in un giardino di porcini: fu una folgorazione».

Nel film, Andreasi cita Dio in rapporto alla pittura. Come si rapportava con la fede?
«Confesso che non ne parlavamo. Ma se, come credo, lui ragionava come me, pur da non credente, all’Altrove doveva pensare per forza. Perché nessuno può dire con certezza che un dio “non esiste”».

Cosa le manca di Felice?
«Quel momento in cui mi diceva “dormi tranquilla Ninin”. Lui si svegliava alle 6 per dipingere e io mica avevo voglia di alzarmi a quell’ora. Grazie a lui, ho avuto una vita fortunata: forse siamo in pochi a riconoscerlo, ma io sono davvero felice per come è andata».

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