Europa e democrazia di fronte all’avanzata delle destre
Il futuro del Vecchio Continente e gli obiettivi da porsi in un momento storico difficile
Europa e democrazia di fronte all’avanzata delle destre
Fabrizio Barca * | 18 settembre 2026Il futuro del Vecchio Continente e gli obiettivi da porsi in un momento storico difficile
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Cosa fare a livello nazionale ed europeo davanti all’avanzata delle destre nazionaliste? Dopo il voto tedesco, Mario Monti è tornato (Corriere della Sera del 10 settembre) sulla prospettiva a cui è più vicino, quella dei rischi per l’Unione Europea, ribadendo la responsabilità dei «gruppi politici di solito considerati europeisti — quali i Popolari, i Socialisti e altri — e i governi nazionali da loro guidati». Li critica di non essere stati da tempo «all’altezza dei loro predecessori che avevano visto la guerra, il nazismo e il fascismo», di non realizzare «politiche economiche europee» — il riferimento esemplificativo è alla cancelliera Merkel ai tempi della crisi finanziaria — e di «usare l’Europa come capro espiatorio delle loro politiche nazionali sempre più pavide». Il rischio che egli prefigura è quello di una «frantumazione (dell’Ue) dall’interno». Dal secco giudizio si intende che per evitare questo scenario e rispondere al nazionalismo rampante, bisogna invertire rotta e ricostruire il «senso dell’interesse comune europeo».
Come ama esordire Monti, in questa analisi ci sono cose con cui essere d’accordo e altre da cui dissentire. Ma il perno di tutto è come intendere il suo attacco alla «politica». Quando Monti vede l’inizio dei problemi nel momento in cui «si è iniettata più politica nella vita dell’Ue», sono certo che egli non intenda l’inevitabile e vitale tentativo di democratizzare l’Unione. Non vi leggo l’illusione che i «tecnici» — come se essi non avessero sempre una visione politica della realtà — possano meglio agire per il bene nell’interesse del popolo. Come egli del resto scrive, il problema sta, piuttosto, nel modo in cui l’iniezione è avvenuta: proprio nel momento in cui le «arene politiche nazionali … andavano precipitando rapidamente sulla china della mancanza di responsabilità, di serietà, di visione di lungo periodo». E, dobbiamo aggiungere, di distacco crescente e profondo delle élite politiche e tecniche da bisogni e aspirazioni della società. La migliore storia dell’Unione è fatta di accelerazioni decise spesso da queste élite, ma seguite da processi democratici dove la politica ha poi recuperato la lacerazione: è da questa sequenza che sono venuti i suoi risultati importanti sociali, civili ed economici e di pace. Il fatto è che da alcuni decenni, in particolare dopo lo strappo dell’Unione monetaria, il processo politico non è avvenuto. E sappiamo bene che alla lunga un’Unione monetaria senza comune politica sociale, fiscale ed estera è insostenibile.
Ma se questo è il punto, il ragionamento di Monti va completato, chiedendoci il perché del precipizio delle arene politiche nazionali. Cosa svilisce a un certo punto il ruolo della politica e degli stati democratici, uccidendo ogni orizzonte strategico e l’idea stessa che si possano costruire alternative? Cosa indebolisce i partiti e i parlamenti nazionali e produce una frattura con la società e i movimenti di cittadinanza? Cosa erode l’idea che la libertà d’iniziativa privata debba avere un limite nell’utilità sociale (come recita l’articolo 41 della nostra Costituzione), a cominciare da una forte tutela della concorrenza (di cui Monti è stato uno degli artefici in Europa)? Cosa erode il principio europeo della «coesione economica, sociale e territoriale»? La risposta è una sola: l’egemonia culturale del neoliberismo che raggiunge il suo apice proprio a fine secolo, influenzando l’intero arco dei partiti cosiddetti europeisti. È questa egemonia che non solo blocca ogni progresso dell’Europa, ma che, provocando crescenti disuguaglianze e annullando ogni orizzonte di trasformazione, erode anche le democrazie nazionali e crea le premesse per la crescita di forze che offrono alle persone presunti privilegi identitari, il via libera a un linguaggio del disprezzo e aiuti temporanei descritti come dono del principe. Il pericolo per l’Unione Europea non è, allora, solo la sua frammentazione, ma che essa venga messa al servizio della dinamica autoritaria, stravolgendone la missione.
Se questa è la diagnosi, diventa anche chiaro cosa oggi dovrebbero fare le forze politiche a cui Monti si rivolge. Dovrebbero ripartire dalle promesse che tanto le democrazie nazionali che l’Europa hanno tradito, dalle urgenze concrete di cittadini e cittadine, costruendo strategie di trasformazione e mostrando, come è, che la scala europea ne è condizione indispensabile.
Si vogliono davvero mantenere servizi sanitari nazionali a carattere universale, che offrano a ogni persona la migliore cura esistente? Allora, serve un Cern europeo della salute per la ricerca e lo sviluppo di farmaci e vaccini salvavita (come il Forum Disuguaglianze e Diversità ha proposto da tempo), impedendo che il monopolio e i prezzi imposti dalle big pharma uccidano quei servizi universali. Si vuole davvero ridurre l’insicurezza delle persone per i prezzi e la sostenibilità dei loro consumi energetici? Allora, si rilanci la transizione verde valorizzando il contributo delle imprese europee che sono sulla sua frontiera. Si vuole orientare la straordinaria potenza della transizione digitale alla prevenzione e preparazione ai crescenti disastri climatici, che potrebbero anche attivare un’importante filiera industriale di pace? Allora, serve che alla regolazione digitale dove l’Europa è più avanti, si aggiunga quella Digital Europe di cui parla il premio Nobel Giorgio Parisi. Si vuole evitare che una potenza straniera limiti la nostra libertà di parola e azione, come le crescenti azioni sanzionatorie e intimidatorie USA contro persone e associazioni europee fanno già concretamente vedere? Allora, servono circuiti di pagamento europei indipendenti che ci sottraggano al ricatto. Si vuole assicurare una reintroduzione di progressività fiscale che riduca il peso sul lavoro dipendente ed evitare la concorrenza fiscale fra paesi europei? Allora, si compiano finalmente i passi necessari verso l’omogeneità e l’armonizzazione fiscale. Si vuole assicurare a cittadine e cittadini d’Europa, ovunque vivano, sicurezza da aggressioni militari? Allora, anziché cavalcare un linguaggio bellico che normalizza la guerra, si cominci dal concordare principi e obiettivi strategici comuni di politica estera di lungo periodo e quindi una «Difesa comune» che comprenda sia una componente militare sottratta alla cattura da parte delle grandi corporations tecnologiche, sia una componente di organizzazione non violenta della cittadinanza.
Questi e altri sono gli impegni che tornerebbero a far sentire utile e vicino a milioni di persone il progetto europeo. È solo alla luce di queste priorità e proposte che possiamo valutare i Piani a cui Monti fa riferimento. Per capire se e quali parti del Piano Letta servano in questa direzione. O perché, è l’opinione di chi scrive, il Piano Draghi ci spinge nella direzione errata di un inseguimento del modello Usa di concentrazione imprenditoriale, di iper-commercializzazione della ricerca, di crescita trainata dalle armi. E’ solo discutendo con coraggio di proposte concrete che possiamo battere la deriva autoritaria nazionalista e salvare il progetto europeo. E’ solo questo il modo di rigenerare la democrazia.
Forum Disuguaglianze e Diversità
Risponde Mario Monti
Ringrazio Fabrizio Barca per l’attenzione dedicata al mio articolo. Dal suo scritto emerge nitida, accanto alla competenza, quella visione alta sia della politica sia dell’Europa che ho sempre trovato esemplare in lui. Proprio per queste ragioni chiesi a Fabrizio Barca di far parte del governo che il presidente Napolitano, con il sostegno di un’ampia maggioranza del Parlamento (oltre il 90%), mi incaricò di formare nel novembre 2011. Un governo al quale il ministro Barca diede un contributo importante e che, come egli ricorderà, non chiamai mai governo «tecnico» bensì «di impegno nazionale».
La nostra opera fu pienamente «politica», soprattutto perché — pur nell'urgenza di evitare l'incombente dissesto dello Stato — ci adoperammo affinché l'inevitabile costo gravasse anche e soprattutto sulle categorie più agiate (imposizione anche patrimoniale sugli immobili, rafforzamento degli strumenti contro l'evasione rendendo accessibili al fisco i movimenti bancari) e proteggendo, nella riforma delle pensioni, le fasce più deboli. Per noi, neppure la grave emergenza finanziaria avrebbe giustificato una disattenzione all'aspetto distributivo.
Quello delle disuguaglianze, del resto, è da molti anni il tema al centro dell'impegno scientifico e politico del prof. Barca. Al riguardo, albergano in me da anni due interrogativi ai quali non saprei dare risposta. Come mai le parti politiche alle quali Barca appare più vicino sul piano dei valori — il PD e in senso più ampio la sinistra — non si siano mai avvalse seriamente del suo contributo. E come mai quelle stesse parti politiche, che negli ultimi tredici anni hanno guidato tre governi e hanno avuto ruoli importanti in cinque governi su sette, siano stati spesso timidi o rinunciatari nel far valere le ragioni di una riduzione delle disuguaglianze, che pure è condizione necessaria non solo per la giustizia sociale ma anche per la crescita economica.
Come Barca, e pur provenendo da una formazione culturale diversa dalla sua, sono convinto delle conseguenze negative per l'Italia e per l'Europa che ha avuto «l'egemonia culturale del neoliberismo». Ma, come credo si evinca da quanto ho appena detto, ritengo che anche l'incapacità delle sinistre di costruire e realizzare (salvo qualche temporanea eccezione) convincenti proposte politiche alternative ma realistiche abbia una buona parte di responsabilità dell'agonia in cui si trovano le democrazie. Ho cercato di ragionare sulle cause di ciò, in Italia e in Europa ma anche oltre, in «Demagonia. Dove porta la politica delle illusioni», Solferino, 2024.
A differenza di Barca, io non credo di conoscere «il solo modo di rigenerare la democrazia». Mi conforta però, sinceramente, che egli ne intraveda almeno i lineamenti. Temo però che occorra partire ab imis, ben più in basso della contesa tra visioni politiche alternative.
Secondo me, tra le molte cause dell'agonia della democrazia la meno trattata, eppure la più evidente e devastante, è questa : che ormai venga dato per scontato, senza batter ciglio, che quando un governante giura che eserciterà le proprie funzioni nell'esclusivo interesse generale, lo farà in realtà dando priorità all'interesse del partito o della corrente o suo personale. E, se si tratta di una funzione a livello europeo, la eserciterà soprattutto nell'interesse nazionale o, più probabilmente, negli interessi ancor più particolari di cui sopra. Come attendersi allora, caro Fabrizio, che a livello nazionale prevalgano politiche efficaci, soprattutto per i più deboli. E che, a livello comunitario, l'integrazione proceda e la UE si dia politiche unitarie, che pure sono drammaticamente urgenti?
18 settembre 2026 ( modifica il 18 settembre 2026 | 18:38)
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