L’altra Resistenza dei prigionieri in Germania
Corriere della Sera - Cultura

L’altra Resistenza dei prigionieri in Germania

Venerdì 18 settembre 2026
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Roma, studente 13enne accoltella una professoressa a scuola. Il marito: «In galera lui e i suoi genitori»

L’altra Resistenza dei prigionieri in Germania

risponde  Aldo Cazzullo

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Caro Aldo,
sono un ex «balilla» classe 1931. Avevo 12 anni l’8 settembre 1943 data dell’Armistizio. Allora tutti a casa? No. Iniziava invece il periodo peggiore. Centinaia di migliaia di militari italiani furono deportati in Germania a disposizione dei nazisti per lavorare in industrie e ripristinare ferrovie distrutte dai bombardamenti angloamericani. Molti non tornarono più a casa. L’Italia, dopo 83 anni, si è ricordata dei suoi figli morti in Germania, Internati militari italiani (Imi), con la Legge n. 6 del 13 gennaio 2025 che prevede che il 20 settembre sia ricordato e onorato chi ha dato la vita per la sua patria. Uniamoci domani nel loro ricordo.
Luciano Lorenzelli, Bari

Caro Luciano,
il sacrificio degli Internati militari in Germania è passato per troppo tempo sotto silenzio. Loro stessi non amavano raccontare le sofferenze che avevano attraversato. In questi dieci anni di conversazioni quotidiane ne abbiamo parlato spesso, ma giova tornarci su.
L’8 settembre l’Italia si arrende agli angloamericani. Il re fugge. I nazisti invadono il nostro Paese, e Mussolini si mette al loro servizio. Ottocentomila soldati italiani vengono deportati in Germania, chiusi nei lager, spogliati, affamati, umiliati, azzannati dai cani lupo. Poi viene detto loro: ora vi diamo da mangiare, vi forniamo una divisa, vi liberiamo; ma dovete firmare qui e impegnarvi a combattere per noi, per i tedeschi. Oltre seicentomila, la netta maggioranza, risponde di no, e sceglie di restare nei lager in condizioni disumane — almeno sessantamila moriranno di fame e di stenti — pur di non combattere più per Hitler e Mussolini. Tra loro c’era Alessandro Natta, futuro capo del Partito comunista, che solo in tarda età pubblicherà un libro intitolato non a caso «L’altra Resistenza»; e c’era Giovanni Guareschi, anticomunista di ferro, il papà di don Camillo e Peppone, che nel suo diario scrive: «Non muoio neanche se mi ammazzano». C’erano i padri di Francesco Guccini e di Al Bano, di Antonio Di Pietro e di Vasco Rossi, che si chiama così perché un commilitone di nome Vasco salvò suo padre, Giancarlo Rossi, caduto in una buca durante il bombardamento alleato del lager tedesco in cui era rinchiuso.
C’era l’Italia. Perché la Resistenza al nazifascismo, nelle sue varie forme, è patrimonio della nazione e non di una fazione.

18 settembre 2026

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