Montesarchio, il vaso più bello del mondo che fu venduto per un milione di vecchie lire e un maialino da allevamento
Il Cratere di Assteas oggi è esposto nel Museo nazionale del Sannio Caudino
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Montesarchio, il vaso più bello del mondo che fu venduto per un milione di vecchie lire e un maialino da allevamento
di Angelo AgrippaIl Cratere di Assteas oggi è esposto nel Museo nazionale del Sannio Caudino
Il Cratere di Assteas nel Museo nazionale archeologico di Montesarchio
Il vaso più bello del mondo fu venduto nel 1974 per un milione di lire e un maialino. Ma oggi, e dopo mille peripezie, è assicurato per circa 50 milioni di euro ed è permanentemente esposto presso il Museo archeologico nazionale del Sannio Caudino di Montesarchio — borgo inserito nell’elenco dei più belli d’Italia — ospitato nel castello medievale della cittadina sannita, con la torre svettante di lato — sorvegliata con passione dalle Sentinelle della Torre, l’associazione culturale nata nel 2015, i cui volontari accompagnano i turisti nella visita — che accolse la detenzione del patriota risorgimentale Carlo Poerio, come ricorda una lapide posta in quella che fu la sua cella.
Rinvenuto durante i lavori di scavo a Sant'Agata de' Goti
La Storia, quella maiuscola, si avvale spesso del contributo affluente di tante piccole storie che la irrorano al fine di conferirle la gloria che merita. Come nel caso del Cratere di Assteas, lo straordinario vaso del IV secolo a. C. che riporta il mito del Ratto d’Europa, alto 70 centimetri circa e largo 60, recante persino la firma dell’autore paestano (Assteas egraphsen: Assteas dipinse) che fu prelevato da uno scavo in corso a Sant’Agata dei Goti oltre mezzo secolo fa da un operaio di San Cipriano d’Aversa, il quale pensò bene di tenerlo a casa come oggetto di arredo, ma ancora meglio di immortalare se stesso in una foto istantanea Polaroid con accanto quel prestigioso e per lui muto reperto, giunto perfettamente integro dall’antichità, di cui poi si disfece, come abbiamo accennato, per un milione di lire dell’epoca e un maialino da allevare.
La foto Polaroid dell'operaio diventa prova per i Carabinieri
Quella foto, a sua insaputa, e a distanza di tanti anni, fu la decisiva prova documentale nelle mani dei Carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale che consentì, nel 2005, allo Stato italiano di ottenere la restituzione di quel reperto straordinario dal Getty Museum di Malibu, dove era esposto dal 1981, dopo essere stato acquistato per 380 mila dollari.
La Storia e le storie che brillano come stelle fluorescenti sulla corona di pregio assoluto del Cratere di Assteas non sono di certo inedite. Ma di tanto in tanto, tornare a riscoprire l’alba di certe attese e a percorrere i passi a ritroso fino allo stupore epifanico di un ritrovamento tanto rocambolesco, fa sempre un certo effetto. «È proprio così — conferma Enzo Zuccaro, fino a pochi mesi fa responsabile del Museo archeologico nazionale— anche perché le peripezie subite dal Cratere, con il trafugamento, la foto Polaroid dell’operaio che è stata la chiave risolutiva per ottenerne la restituzione e rinvenuta, assieme ad altri documenti, nell’auto di un ex ufficiale della Guardia di finanza divenuto trafficante di opere d’arte, morto in un incidente stradale dalle parti di Cassino a metà degli anni ‘90, racconta di vicende talmente intricate che sembrano appartenere alla trama di un giallo internazionale. Bisogna considerare che il Cratere di Assteas fu venduto dall’operaio, poi finì in un deposito in Svizzera per alcuni anni e da lì giunse negli Stati Uniti, al Getty Museum».
Il lavoro investigativo meticoloso del luogotenente Roberto Lai
Fu il luogotenente dei Carabinieri Roberto Lai a raccogliere e a ricomporre i grani dispersi di quel rosario e a recuperare ogni piccolo indizio, ogni minuscola prova. Ricominciando proprio dall’operaio che si era ritrovato tra le mani quel vaso finemente decorato e di proporzioni eccezionali ritratto in una foto. Confessò — dopo ore di tentativi di persuasione da parte del luogotenente Lai al fine di accendergli un po’ di orgoglio campanilistico — che avrebbe voluto regalarlo alla figlia per il matrimonio, ma i trafficanti non gli diedero il tempo: in poco meno di due settimane lo convinsero a cederlo, presentandogli la possibilità che con un milione di lire avrebbe potuto assicurare una dote a ciascuno dei suoi nove figli. Oggi quello che viene definito «il vaso più bello del mondo» è al centro di un percorso espositivo, presso il Museo nazionale archeologico di Montesarchio, che si accompagna non soltanto a decine e decine di altri crateri di formidabile fattura, ma soprattutto a narrazioni incrociate e inclusive: per i più piccoli ma anche per i non vedenti. Particolarmente suggestiva è quella che si sviluppa con la tecnologia del minimapping, grazie alla quale, sottolineando i contorni delle figure impresse sui vasi con precisi e definiti giochi di luce, le proietta sullo sfondo fino a generare una esperienza immersiva davvero particolare.
Il flusso di visitatori nel castello di Montesarchio
Dopo i primi anni che accolsero con entusiasmo il Cratere di Assteas, richiamando oltre trentamila accessi, oggi il flusso di visitatori si è stabilizzato intorno ai quindicimila ingressi l’anno. Mentre il«vaso più bello del mondo» continua ad andare in giro per mostrare il fascino della propria arte: al Quirinale, all’Expo di Milano e di Dubai, a Monaco di Baviera. «Il Museo gode di uno stretto rapporto di collaborazione con il Comune di Montesarchio — spiega Zuccaro — e con l’assessora alla Cultura e vice sindaca Cecere. Il nuovo allestimento permanente è stato possibile grazie proprio al contributo dell’amministrazione civica. Ma ovviamente la promozione dovrebbe essere continua, poi i problemi soliti del personale insufficiente, con soltanto sei addetti, e quello dei finanziamenti, acuiscono i contraccolpi».
Ventimila reperti nei depositi del museo
Ci sono almeno altri ventimila reperti degni di rilievo e in attesa di essere esposti nei depositi del castello di Montesarchio. Esuberi comuni in ogni complesso museale che fanno, però, a pugni con la penuria di personale e la mancanza di risorse per allestire nuovi percorsi espositivi e più adeguati. Storie di una Storia infinita che continuano a generare altre vite narrative, tra luci e ombre, ma senza mai intaccare il reale valore della propria presenza, benché nascosta, nell’attesa di una possibile e auspicabile ricomparsa verso la gloria.
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18 settembre 2026
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