Il film della settimana: «I figli della scimmia», la recensione e dove vederlo a Firenze
Corriere della Sera - Cultura

Il film della settimana: «I figli della scimmia», la recensione e dove vederlo a Firenze

Venerdì 18 settembre 2026
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L'esordio del regista toscano Tommaso Landucci che ha ben impressionato a Venezia dove ha vinto due premi tra cui quello per il miglior attore Riccardo Scamarcio nella sezione «Orizzonti»

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Il film della settimana: «I figli della scimmia», la recensione e dove vederlo a Firenze

di Marco Luceri

L'esordio del regista toscano Tommaso Landucci che ha ben impressionato a Venezia dove ha vinto due premi tra cui quello per il miglior attore Riccardo Scamarcio nella sezione «Orizzonti»

È stata una delle sorprese dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia I figli della scimmia, il primo film di finzione del regista toscano Tommaso Landucci, che ha portato a casa ben due premi della sezione Orizzonti: Miglior attore protagonista (Riccardo Scamarcio) e Miglior sceneggiatura (firmata dallo stesso regista insieme a Damiano Femfert).

Sorpresa fino a un certo punto però, perché chi ha seguito il percorso di Landucci ha potuto apprezzare già da tempo il suo talento, a partire dallo straordinario documentario Caveman da lui realizzato qualche anno fa. Ne I figli della scimmia Landucci mette in scena una famiglia apparentemente tenuta insieme dalla cura e dall’affetto, per insinuarvi lentamente una crepa che ha a che fare con il desiderio, con ciò che non si è avuto e con il bisogno, spesso inconfessabile, di riscrivere la propria vita attraverso quella degli altri.

Al centro c’è Dario, padre di un bambino con disabilità, uomo interamente assorbito da una responsabilità che sembra aver cancellato ogni altra possibilità esistenziale. La dedizione al figlio è assoluta, quasi una forma di amore necessario, ma proprio dentro questa necessità si apre lo spazio ambiguo del desiderio.

Ma instauraa un legame sempre più forte con il nipote, adolescente, legame che introduce un elemento perturbante. Tra Dario e il ragazzo nasce un rapporto di complicità e vicinanza che, almeno inizialmente, appare naturale, persino salvifico. Nel nipote Dario riconosce il figlio che avrebbe voluto avere, o forse la versione di sé stesso che non ha mai potuto essere: non tanto un semplice adolescente da proteggere, quanto la possibilità di esercitare una paternità diversa.

È qui che il film trova il suo nucleo più interessante: nell’impossibilità di separare l’amore per una persona reale dall’immagine che di quella persona costruiamo per colmare una mancanza. Landucci lavora dunque su una dinamica di proiezioni reciproche, evitando di trasformarle immediatamente in un conflitto esplicito, ma in una progressiva perdita dei confini: chi sta amando chi? Dario sta davvero entrando in relazione con il nipote oppure sta cercando, attraverso di lui, di recuperare un figlio immaginario? E quanto può essere innocente un sentimento quando si alimenta di un’assenza?

La famiglia diventa così il luogo in cui questa contraddizione non può più essere occultata. Quello che sembrava un equilibrio fondato sulla cura rivela la propria fragilità, perché ogni relazione porta con sé aspettative, fantasmi, risarcimenti. Il film sembra allora interrogare una zona particolarmente delicata della paternità: quella in cui il figlio smette, anche solo per un istante, di essere semplicemente sé stesso e diventa lo specchio delle aspirazioni paterne.

Ma I figli della scimmia non si limita a rendere visibile questa dinamica, ne mostra soprattutto il carattere umano, doloroso, quasi inevitabile. Il desiderio di un’altra vita può insinuarsi anche dentro gli affetti più sinceri, fino a trasformare la cura in possesso e la vicinanza in una forma di appropriazione emotiva.

Il titolo, enigmatico e straniante, sembra evocare una dimensione primordiale del legame familiare, là dove l’istinto e il bisogno precedono la consapevolezza. Ed è forse in questa tensione fra natura e responsabilità, desiderio e limite, che il film trova la propria ragione più profonda. I figli della scimmia racconta una famiglia che si disgrega non perché abbia smesso di amarsi, ma perché ogni suo componente, nel tentativo di essere amato e di amare, finisce per chiedere all’altro qualcosa che l’altro non può essere.

Regia: Tommaso Landucci; Interpreti: Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi, Andrea Aggio, Tancredi Naldini; Sceneggiatura: Tommaso Landucci, Damiano Femfert; Fotografia: Guido Michelotti; Montaggio: Andrea Maguolo; Distribuzione: Medusa. Italia, 2026, 110’.

A Firenze è in queste sale: Portico.

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18 settembre 2026

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