Jerry Calà: «L'Hotel de la Poste comprato dalla famiglia Vacchi? Quella per me è casa. Spero mi lascino cantare ancora Maracaibo»
Corriere della Sera - Cultura

Jerry Calà: «L'Hotel de la Poste comprato dalla famiglia Vacchi? Quella per me è casa. Spero mi lascino cantare ancora Maracaibo»

Giovedì 17 settembre 2026
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L'attore e l'iconico albergo di Cortina dove è stato girato "Vacanze di Natale" nel 1983: «Come Billo, quando arrivo lì bevo un Mimosa e mangio un toast. Il proprietario? Gheo è un amico»

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Jerry Calà: «L'Hotel de la Poste comprato dalla famiglia Vacchi? Quella per me è casa. Spero mi lascino cantare ancora Maracaibo»

di Vittoria Melchioni

L'attore e l'iconico albergo di Cortina dove è stato girato "Vacanze di Natale" nel 1983: «Come Billo, quando arrivo lì bevo un Mimosa e mangio un toast. Il proprietario? Gheo è un amico»

«Secondo me non glielo vende». Gerry Calà ride, ma sull’Hotel de la Poste ha le idee piuttosto chiare. La notizia della trattativa tra la famiglia Manaigo, proprietaria dello storico albergo da oltre due secoli, e la famiglia Vacchi lo riporta inevitabilmente indietro al 1983, quando Cortina diventò il set di Vacanze di Natale e lui era Billo, pianista sciupafemmine, seduttore professionista. Il De la Poste, nel film di Carlo Vanzina, è uno dei luoghi simbolo di quella Cortina fatta di Moncler, Timberland, aperitivi, piste da sci e «vasche» in Corso Italia. Billo, però, aveva il suo regno poco più in là: il Vip Club, vero locale cortinese, dove Calà suonava e dove nel film incontra Ivana, Stefania Sandrelli. Quarantatré anni dopo, per l’attore l’Hotel de la Poste non è soltanto un pezzo di cinema. È diventato un pezzo della sua vita.

Calà, le hanno detto che l’Hotel de la Poste potrebbe essere venduto alla famiglia Vacchi?
«Sì, ma io parto da un presupposto: secondo me Gheo non vende».

Gheo sarebbe Gherardo Manaigo, uno dei proprietari.
«Esatto. Io lo chiamo affettuosamente Gheo, come gli amici. Lo conosco bene e mi sembra strano che sia disposto a vendere, perché quello non è semplicemente un albergo: è una cosa di famiglia, di cuore. Poi, certo, magari gli hanno fatto una proposta talmente stupefacente che non si può dire di no. Questo non lo so. Ma io continuo a sperare che non venda».

Per lei il De la Poste che cos’è?
«È Cortina. Se dici Cortina ti viene in mente l’Hotel de la Poste. È il punto di ritrovo: ti siedi fuori, prendi l’aperitivo e guardi tutto il passeggio di Corso Italia. Anzi, diciamolo: non sei nessuno se non vai lì».

E naturalmente c’è Vacanze di Natale.
«Il film comincia praticamente da lì, dall’esterno dell’Hotel de la Poste, dove arrivano e si incontrano i personaggi. È uno dei luoghi che identificano immediatamente il film e Cortina. Io invece suonavo al Vip. Ci sono tornato anche recentemente: quest’inverno abbiamo fatto una grande serata proprio per ricordare Vacanze di Natale. Quella storia per me non è mai veramente finita».

Anche perché nel 2023 siete tornati tutti al De la Poste per i quarant’anni del film.
«È stata una festa bellissima. Una grande reunion, sono arrivati giornalisti da tutto il mondo. Io ho fatto anche il mio spettacolo nella sala grande dell’hotel. È stata una cosa enorme e molto emozionante. Quindi sì, il De la Poste è legatissimo a Vacanze di Natale, ma per me il rapporto è andato molto oltre il film».

C’è qualcuno che rappresenta più degli altri questa lunga storia?
«Antonio. Il mitico Antonio, il capo barman del De la Poste, che è appena andato in pensione. Praticamente ci ha cresciuti. Io l’ho conosciuto quando sono arrivato a Cortina nell’83 per girare il film e poi l’ho ritrovato per tutti questi anni, sempre lì, sempre al suo posto. C’è un grandissimo affetto tra noi».

Aveva un cocktail “alla Billo”?
«No, io lì bevo sempre la mimosa. La mitica mimosa del bar del De la Poste. E poi i tostini, le patatine quelle fini, fini… Sono dei riti. Quando torno lì sono a casa».

Continua a frequentarlo anche senza cinepanettone?
«Sempre. A marzo ci ho passato una settimana perché ero nella giuria di “Cortinametraggio”. È stata bellissima, con tanti colleghi e giovani registi. E il De la Poste è anche il mio ristorante preferito. Ormai conosco tutti e sono diventati amici».

Ma quando Gerry/Billo entra nel suo habitat naturale, Cortina, riesce ancora a stare in pace?
«Macché! Proprio a marzo ho avuto una dimostrazione d’affetto incredibile. Ovunque andassi c’era gente che voleva fare una foto, che mi salutava, che mi offriva qualcosa. È stato veramente bellissimo. Cortina mi vuole bene e io ne voglio a Cortina».

Torniamo all’eventuale vendita. Se alla fine arrivassero davvero i Vacchi?
«La cosa importante sarebbe non stravolgere niente. Il De la Poste deve rimanere il De la Poste. È un luogo storico, ha un’identità troppo forte. Potranno sistemare gli interni, fare quello che è necessario, ma quello deve restare. Immagino che un luogo così abbia anche dei vincoli. L’importante è rispettarne la storia».

Se poi ci fossero anche delle «incursioni» dell'altro fratello Gianluca il rischio dj-set sarebbe realtà.
«Ah, sì, sarebbe qui a fare il dj!».

Però a quel punto una regola andrebbe messa subito: Maracaibo non la può suonare.
«No! Le mie canzoni no. Quelle gliele vieterei!».

Sarebbe la vendetta di Billo.
«Esatto. Il De la Poste può comprarlo la famiglia Vacchi, ma Maracaibo resta mia».

Insomma, il suo appello a Gheo Manaigo è: non vendere?
«Io dico che secondo me non vende. E spero di avere ragione. Ma se invece la vendita si farà, mi auguro soltanto che il De la Poste rimanga quello che è sempre stato. Un po’ come la Capannina di Forte dei Marmi, che è stata acquistata dal gruppo Armani: benissimo rinnovare, investire, ma sempre rispettando le origini. Perché certi posti non sono soltanto locali o alberghi. Sono pezzi della nostra storia».

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