Enrico Vanzina, la fotografia e il ricordo di Carlo: «Gli chiedo come faresti tu. E lui mi risponde»
Corriere della Sera - Cultura

Enrico Vanzina, la fotografia e il ricordo di Carlo: «Gli chiedo come faresti tu. E lui mi risponde»

Giovedì 17 settembre 2026
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Dalla memoria del cinema al linguaggio della fotografia, Enrico Vanzina racconta la mostra «Snapshot Pop» a Torino, il legame con il fratello Carlo e la sua inesauribile curiosità per il racconto della vita

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Enrico Vanzina, la fotografia e il ricordo di Carlo: «Gli chiedo come faresti tu. E lui mi risponde»

di Paola Stroppiana

Dalla memoria del cinema al linguaggio della fotografia, Enrico Vanzina racconta la mostra «Snapshot Pop» a Torino, il legame con il fratello Carlo e la sua inesauribile curiosità per il racconto della vita

Il regista Enrico Vanzina con la sua macchina fotografica e con una sua opera

Dalla pellicola alla fotografia, Enrico Vanzina continua a «fermare il tempo». Sceneggiatore, regista, scrittore, produttore, giornalista. E, da qualche anno, fotografo. Enrico Vanzina (Roma, 1949) appartiene a quella rara categoria di autori curiosi e naturalmente versatili nel linguaggio espressivo, quale esso sia. Dopo una vita trascorsa a raccontare l’Italia attraverso il cinema, prima accanto al padre Steno e poi nel lungo e irripetibile sodalizio con il fratello Carlo, scomparso nel 2018, Vanzina da qualche anno affida (anche) al mezzo fotografico il suo sguardo su cose e persone, filtrato dalla memoria personale. Dal 18 settembre alla Galleria Biasutti & Biasutti di Torino presenta «Snapshot Pop», la sua quarta personale in città: cinema, memoria privata, personaggi e oggetti della quotidianità si incontrano in un linguaggio caratterizzato da immediatezza, fatto di colori, citazioni e contaminazioni. Le opere, quindici fotografie di formato medio-grande e circa cinquanta istantanee di piccolo formato, tutte opere uniche, presentate per la prima volta, saranno in mostra sino al 10 ottobre.

Perché “Snapshot Pop”? Che cosa significa per lei essere pop oggi?
«Pop significa avere uno sguardo sulla realtà. Oggi tutti possono fotografare tutto, ma bisogna cercare un punto di vista personale. È un po’ quello che dimostrava la Pop Art, che io ho vissuto in diretta: tutto ciò che ci circonda è fotografabile, tutto può diventare arte. Ma è lo sguardo che cambia tutto, è questa la sfida».

In queste nuove opere c’è molto della sua memoria personale. La fotografia è diventata anche un modo per conservarla?
«Sì, ci sono immagini di film, di attori, momenti della mia famiglia, di quando ero piccolo con mio fratello e con mio padre. Guardare le fotografie mi dà sempre molta malinconia. Ma la malinconia è una dimensione importantissima della vita».

Tra le immagini c’è anche quella di due bambini: lei e Carlo. Che cosa prova oggi guardandola?
«Sento mio fratello sempre vicino a me. Anche in questo momento, mentre stiamo parlando, guardo la sua fotografia. Spesso gli parlo, gli chiedo: “Come faresti tu?”. E lui mi risponde. Avevamo un rapporto molto bello».

Il cinema e la fotografia sembrano due modi diversi di affrontare il tempo. Che cosa trova nella fotografia che il cinema non può darle?
«Il cinema suggerisce, la fotografia cristallizza. Però il processo è simile: quando giri un film non sai ancora quale significato avrà quella scena dentro la storia. La fotografia invece è una storia già compiuta: è un momento del tempo».

Il tempo sembra essere una parola chiave della sua vita creativa.
«È la dimensione più importante della mia esistenza, è stato soggetto di alcuni miei film, ne ho scritto in molte occasioni. Non a caso il mio scrittore preferito è Proust, Alla ricerca del tempo perduto mi ha ossessionato».

Nella mostra compaiono Warhol, Calder, Mina: citazioni, omaggi, contaminazioni.
«Mi piace creare contaminazioni tra le cose che adoro. È inevitabile: quando fai fotografie ti ispiri a ciò che fa parte della tua vita e del tuo mondo immaginifico e affettivo. Tutto ciò che mi emoziona può diventare materia».

E Torino che cosa rappresenta per lei?
«La famiglia Vanzina è originaria di Arona sul Lago Maggiore, sono molto legato a questi luoghi, qui ho molti amici. Torino poi la trovo una delle città più belle del mondo: ogni volta che vengo scopro qualcosa di meraviglioso. Nell’ultimo film fatto con Carlo, Caccia al tesoro, nel 2017, una lunga parte era ambientata proprio in città».

Dopo aver attraversato tanti linguaggi, dalla scrittura al cinema, dalla musica alla fotografia, che cosa continua a spingerla verso nuove forme di racconto?
«La curiosità: mi sento sempre un artigiano, più che un artista. Ho cominciato suonando il pianoforte, continuo a suonare, scatto fotografie, scrivo libri, mi dedico al giornalismo, al cinema. Mi piace tutto ciò che è il racconto della vita. E vedo ancora davanti a me tantissime cose che vorrei fare. Mi piace guardare sempre avanti».

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