Il libro che smonta il mito «Bologna isola felice»: «Una città sempre più per pochi, con 1.500 euro si è poveri»
Corriere della Sera - Cultura

Il libro che smonta il mito «Bologna isola felice»: «Una città sempre più per pochi, con 1.500 euro si è poveri»

Mercoledì 16 settembre 2026
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Il giornalista Salvatore Papa, arrivato sotto le Due Torri 17 anni fa: «Quando Lepore ha unito le deleghe del turismo e della cultura la città si è festivalizzata e ha schiacciato tutto il resto»

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Il libro che smonta il mito «Bologna isola felice»: «Una città sempre più per pochi, con 1.500 euro si è poveri»

di Piero Di Domenico

Il giornalista Salvatore Papa, arrivato sotto le Due Torri 17 anni fa: «Quando Lepore ha unito le deleghe del turismo e della cultura la città si è festivalizzata e ha schiacciato tutto il resto»

Come è stato possibile che Bologna sia diventato «quel centro urbano sempre meno distinguibile da infiniti altri, con torme di turisti per le vie del centro, dopo aver letteralmente raso al suolo ogni esperienza sociale autonoma?». 

A questa domanda, contenuta nella prefazione di Giovanni Selmi, prova a rispondere il libro Bologna non è un’isola felice. Retoriche e realtà del brand urbano (DeriveApprodi) del giornalista Salvatore Papa, che lo presenterà il 4 ottobre alle 19,30 a Porta Pratello nell’ambito della festa delle librerie indipendenti.

Papa, da dove nascono queste 190 pagine?
«Il grimaldello della cultura ha cambiato le cose molto velocemente. Quando l’allora assessore al Turismo Matteo Lepore prese la delega anche alla Cultura, si creò un incrocio che ha fatto alla città qualcosa che non avevo mai visto prima. Così ho ricercato le tappe non casuali di un percorso frutto di scelte politiche, magari fatte anche in buona fede».

All’inizio racconta il suo approdo a Bologna.
«A Bologna ci vivo da 17 anni, ci sono arrivato dopo l’università. L’ho cercata, come tanti fuori sede, perché era la città che più mi ispirava in Italia. Sono arrivato negli anni dello “sceriffo” Cofferati, quando c’era già un restringersi degli spazi di libertà, in una città diversa da come veniva raccontata».

Lei scrive di una Bologna passata da «efficiente e democratica» a «inferno turistico».
«Oggi la questione materiale è preponderante. I dati ci dicono che senza una casa di proprietà e con un reddito mensile sotto i 1.500 euro a Bologna si è poveri. Così si è ridotto anche il tempo da dedicare alla creatività. La città si è un po’ imbastardita, tra virgolette, ma il mio non vuole essere un libro nostalgico. Voglio dimostrare che il presente sta schiacciando una città in cui la costruzione del futuro è stata sempre fondamentale. Bologna è sempre più una città per pochi e sempre meno la città di tutti».

La battaglia delle culture alternative rispetto al food preponderante è proprio persa?
«Oggi le sottoculture nate come risposta ai valori dominanti sono state schiacciate, non solo a Bologna. La libertà di sperimentare culturalmente si è compressa. La città è ancora densa di proposte ma i luoghi della cultura sono schiacciati dalla sostenibilità economica, che cozza con le sottoculture per le quali invece non è un tema».

I suoi casi di studio vanno da Atlantide e XM24 a Fico. Perché?
«Chi si era occupato di eliminare spazi autogestiti poi si è presentato con Fico, il fallimento di una visione sbagliata della città. Senza dimenticare che, a parte il cinema in piazza, “Bologna Estate”, che ormai dura 6 mesi, catalizza le risorse del Comune. Spalmate su tanti progetti, schiacciano le proposte e rendono l’attività del bar preponderante rispetto al resto. Bologna non ha mai avuto grandi eventi, anche se li ha rincorsi, e questo ha portato a un grande contenitore e all’idea di “festivalizzare” la città».

Il suo è però un finale di speranza.
«Il libro è critico ma a Bologna ci sono tante cose che funzionano, il problema è che non tutti possono più permettersi di venire a viverci. Credo però che Bologna debba e possa ancora esprimere un’alternativa in Italia. Come ha sempre fatto».

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