Tassi Usa, un conto salato che pagheremo anche noi
La Fed alza il costo del denaro per contenere l’inflazione in America. Trump era contrario. Le ricadute sull'Europa
Tassi Usa, un conto salato che pagheremo anche noi
Daniele Manca | 16 settembre 2026La Fed alza il costo del denaro per contenere l’inflazione in America. Trump era contrario. Le ricadute sull'Europa
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Da ieri il costo del credito per famiglie e imprese americane sarà più caro. E probabilmente non solo per loro. Non accadeva dal 2023. Non deve essere stata una decisione facile il rialzo dei tassi per Kevin Warsh. Nominato lo scorso 30 gennaio da Trump a capo della banca centrale statunitense ha preso il posto dell’odiato, da Mr Donald, Jerome Powell. Secondo il presidente degli Stati Uniti, l’America avrebbe dovuto avere i tassi più bassi del mondo. Ma Powell (indicato anch’esso alla guida Fed ai tempi del primo Trump) resisteva. Per una volta almeno, Warsh deve avere invidiato Christine Lagarde della Banca centrale europea. L’avvocata francese ha alle spalle 21 Paesi che condividono solo una moneta, non parlano una stessa lingua, non fanno che dividersi su dossier come la difesa o le scelte industriali. Ma su una cosa sinora sono apparsi granitici: l’indipendenza della banca centrale non si tocca. Questo per un motivo: garantire la stabilità dei prezzi (il rialzo dei tassi con alta inflazione è lo strumento principe), significa assicurare anche la sopravvivenza dei governi stessi.
Negli Stati Uniti dovrebbero saperlo bene. E dovrebbe saperlo Donald Trump che ha fatto della lotta all’inflazione un cavallo di battaglia per battere i democratici alle elezioni del 2024. Indimenticabile il tormentone con le accuse durante la campagna elettorale all’allora inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, sul prezzo delle uova.
L’inflazione, la corsa dei prezzi, è la tassa più ingiusta. Incide molto di più un aumento dell’indice a colpi di 3% mensili su uno stipendio di 2 mila euro, rispetto a un reddito di 10 mila euro sempre al mese. E questo consumatori ed elettori lo sanno bene a ogni latitudine.
Trump avrebbe tutte le ragioni nel chiedere un taglio dei tassi e rendere il credito meno caro. Avere tassi alti significa rendere più pesante il bilancio di famiglie e imprese. Cosa che si traduce in meno consumi, meno investimenti, meno crescita. Peccato che la causa principale dell’inflazione sia lo stesso presidente degli Stati Uniti.
Ogni sua iniziativa è sembrata andare nella direzione opposta a quella di un raffreddamento dei costi. Sin da quel 2 aprile 2025, quando un Trump, ancora in piena sintonia con gli americani, si presentò alle tv e alla stampa con la famosa lavagnetta con indicati tutti o quasi i Paesi del mondo, e a fianco a ogni nazione il livello dei dazi che intendeva varare.
S
econdo il think tank indipendente statunitense Tax Foundation, i decreti esecutivi sui dazi hanno provocato costi aggiuntivi per le aziende che si sono scaricati poi sulle famiglie americane in misura di circa 800-1000 dollari per nucleo. L’inflazione maggiore si è verificata sui beni durevoli, dalle auto all’elettronica agli elettrodomestici: i prezzi sono cresciuti del 2,5% contro un trend precedente di discesa pari a meno 2%.
Ancora più evidente e chiaro per ogni cittadino il costo delle iniziative di Trump in Medio Oriente. Anche in Italia l’inflazione a causa dei costi energetici è stata confermata al 3,3%, ben sopra quei target ritenuti dalle banche centrali ottimali per non deprimere la crescita del 2%.
Ebbene Mr Donald nonostante abbia tentato di dare la colpa persino all’Ucraina (secondo lui colpevole di attaccare le raffinerie di carburanti dell’invasore russo), a provocare rialzi evidenti sono stati quello Stretto di Hormuz semichiuso (aperto fino ai bombardamenti sull’Iran del febbraio scorso) e la strozzatura dell’altra via di passaggio di petrolio e gas verso il Canale di Suez che è Bab el-Mandeb.
Noi ce ne accorgiamo in maniera pesante al momento di fare il pieno. Ma anche negli Stati Uniti non sono da meno. A gennaio di quest’anno un gallone (circa 3,8 litri) di carburante costava 2,81 dollari, ad agosto si era attorno a 4,35 dollari. Inoltre non va trascurata la guerra commerciale a colpi di dazi — che Trump sta portando avanti dal giorno del suo insediamento — che provoca ricadute sui prezzi.
Ma una cosa sono le battaglie politiche, un’altra sono le leggi dell’economia, per quanto sempre più messe alla prova dall’esuberante Trump. A pagare il conto delle sue azioni che hanno portato il disordine nel mondo a livelli preoccupanti, sono sempre più i partner migliori dell’America. Ammettendo anche che in passato ci possano essere state delle colpe di Europa, Canada, Giappone e via dicendo, si fa fatica a intravedere una strategia nelle attuali mosse della Casa Bianca. Se non quella di dire che tutto deve passare per Washington.
Di crisi ne abbiamo avute e superate. Lo stesso Kevin Warsh, oggi cinquantaseienne, venti anni fa era già nel board della Federal reserve nominato da George W. Bush. E proprio lui ebbe un ruolo nel contribuire al superamento della crisi del 2008 fungendo da raccordo tra la banca centrale e Wall Street.
Warsh sa bene che se non avesse rialzato i tassi ieri in un Paese che ha un debito di 40 mila miliardi gli investitori avrebbero iniziato a chiedere ben più di quel 5% di interessi sui titoli di Stato americani. E va detto che il rialzo non era solo atteso ma addirittura anticipato dalle dichiarazioni del presidente della Fed al summit dei banchieri centrali di Jackson Hole. L’inflazione, la stabilità dei prezzi, è responsabilità della banca centrale, aveva detto. E ieri ne ha tratto le conseguenze. Anche a costo di deludere Trump.
Se c’è una lezione da trarre proprio da quei crolli del 2008, è che per superare le crisi si deve agire in modo ordinato. Ma se chi dovrebbe contribuire a farlo, il governo degli Stati Uniti, è il primo attore del disordine, sorge qualche preoccupazione in più.
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