Quando aspettavamo i 18 anni per comprarci l'automobile
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risponde Aldo CazzulloI tuoi preferiti
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Caro Aldo,
con l’avanzare dell’età aumenta la nostalgia della propria gioventù. In particolare i ricordi dei nostri cari che non ci sono più. In questi giorni ricordavo la prima auto che vidi del mio papà. Era una Dauphine, primi anni 60. Lei si ricorda le auto dei suoi genitori da piccolo? Quali erano?Antonio Palazzi
Caro Antonio,
La sua curiosità mi fa sorridere. Papà aveva una 128 bianca, la mamma una 126 giallo canarino, il nonno macellaio una Fulvia; ma sulle Langhe girava con una Renault 4 per caricare i quarti di bue. Mi sembra più interessante un’altra considerazione. Il declino dell’automobile è un fatto non soltanto industriale, ma culturale. Noi nati negli anni 60 in attesa di compiere 18 anni compravamo Quattroruote (una rivista, non un Suv) per vedere le quotazioni delle auto di seconda mano. L’automobile non soltanto aveva segnato il passaggio dell’Italia da Paese agricolo a Paese industriale, non soltanto aveva segnato l’ingresso nella modernità, non soltanto rappresentava un’eccellenza di ingegneria, di design, di comunicazione; l’automobile era anche un fatto di crescita sociale, di libertà. Adesso non è più così. I giovani, soprattutto quelli che vivono nelle grandi città, spesso non sentono affatto il bisogno di prendere la patente, tantomeno di acquistare un’automobile. E anche questa è una delle linee di frattura tra città e provincia, dove l’automobile è ancora necessaria. Il movimento dei Gilets Jaunes, che tanto danno fece a Parigi e al macronismo, preparando la strada all’ascesa dell’estrema destra, nasceva proprio dall’inasprimento delle tasse sui diesel, altamente inquinanti ma necessari a molti francesi di provincia per muoversi e andare a lavorare. Per decenni in Italia si sono fatte le automobili più belle del mondo. Consentire anche all’operaio di acquistare una delle auto che produceva era un punto fermo per Vittorio Valletta, l’uomo che ricostruì la Fiat dopo la guerra e che oggi è totalmente dimenticato, anche nella sua Torino. Ai trafficanti di Bitcoin ovviamente non ne importa nulla se l’operaio campa o crepa. La crisi dell’automobile è anche un po’ la crisi del ceto medio. Certo, se un domani tutti viaggeremo in metropolitana, su treni superveloci o su auto elettriche l’ambiente ne trarrà giovamento. Resta il fatto che la cultura novecentesca dell’automobile, che ha ispirato anche artisti, pubblicitari, registi, pittori (bellissima la 600 di Casorati con lo sfondo di una Torino notturna) non può essere ridotta a mero ricordo o a vana nostalgia.
8 febbraio 2026
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