Primo Levi e Bianca, il libro di Romina Casagrande e una storia speciale tra amicizia e resistenza
Corriere della Sera - Cultura

Primo Levi e Bianca, il libro di Romina Casagrande e una storia speciale tra amicizia e resistenza

Sabato 7 febbraio 2026
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Dai bigliettini lanciati in corsa dai treni verso Auschwitz e i lager, Verrò da te con ali di carta racconta una storia di coraggio

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Primo Levi e Bianca, il libro di Romina Casagrande e una storia speciale tra amicizia e resistenza

di Francesca Visentin

Dai bigliettini lanciati in corsa dai treni verso Auschwitz e i lager, Verrò da te con ali di carta racconta una storia di coraggio

«Nel vagone di Primo sono “soltanto” 45: una fortuna. E lo è ancora di più condividere il viaggio con Luciana e Vanda. Si conoscono da una vita, che per loro vuol dire dai tempi della scuola...». Lui è Primo Levi, loro sono le sue amiche del cuore, il treno è quello che porta nel campo di concentramento di Auschwitz. Amicizia e memoria nel libro della scrittrice e insegnante altoatesinaRomina Casagrande di Merano, Verrò da te con ali di carta (DeAgostini, 160 pagine, 15,90 euro), un racconto rivolto soprattutto a ragazze e ragazzi. Al centro, la storia poco nota del legame profondo tra Levi e le amiche d’infanzia, con Bianca Guidetti Serra soprattutto: tra Bianca e Primo c’è un rapporto speciale. Dopo l’arresto di Levi a causa delle leggi razziali contro gli ebrei, Bianca diventa staffetta partigiana. Si erano conosciuti giovanissimi, in un’escursione tra le montagne attorno Torino, hanno condiviso per molti anni confidenze, risate, sogni. Ma il nazismo e le leggi razziali cambiarono tutto. Primo Levi viene arrestato e deportato a Auschwitz, lì conosce fatica, fame, gelo, violenza, morte. Bianca Guidetti Serra, non ebrea, rimane a Torino e diventa staffetta partigiana con il nome di battaglia di «Nerina». Le loro parole sono resistenza: biglietti nascosti, fogli affidati al vento tornano a unirli, nonostante la distanza e la guerra. Il libro racconta due destini paralleli, le loro voci si intrecciano con quelle di altri uomini e donne. Lo spunto narrativo nasce dai bigliettini, i messaggi di speranza, amore, addio che chi veniva deportato nei campi di concentramento nazisti lanciava dai treni, frammenti di memoria.

Romina Casagrande, quando e come si è avvicinata a questa storia?
«Sono partita dalla cartolina che Primo Levi aveva lanciato dal vagone merci che lo portava a Auschwitz. In realtà ero sulle tracce di una signora di Merano che aveva raccolto tutti questi bigliettini che volavano dai treni, faceva arrivare quelle testimonianze a parenti e amici, rischiando moltissimo. Cercando di ricostruire questa storia sono arrivata alla cartolina di Primo Levi e da lì all’amicizia con Luciana, Vanda e Bianca. Mi è piaciuto che fossero una compagnia di giovani amici, tra loro c’erano sia ebrei che non ebrei, cercavano di ribellarsi a ciò che stava accadendo, volevano risvegliare le coscienze».

Chi erano Luciana, Vanda, Bianca?
«Tre ragazze forti, coraggiose, piene di ideali. Bianca Guidetti Serra non fu deportata insieme agli altri perché non era ebrea, ma rischiò la vita ogni giorno entrando nella Resistenza e combattendo come partigiana. E’ stata una delle prime che la notte girava in bicicletta strappando i manifesti contro gli ebrei».

Cosa rappresenta oggi questa vicenda, cosa può insegnare a ragazze e ragazzi?
«È un messaggio bello per le giovani generazioni. Primo, Luciana, Vanda, Bianca erano ragazze e ragazzi che volevano fare sentire la loro voce, sentinelle dei diritti. La Shoah oggi può risultare lontana nella visione di ragazzi e ragazze, ma raccontarla attraverso una storia di amicizia, entra più nelle loro corde, li avvicina, arriva».

Qual è secondo lei il significato del libro?
«Il libro cerca di raccontare non solo la Shoah, ma ciò che l’ha preceduta e preparata. Mette in guarda sul chiudere gli occhi, sul lasciare fare: anche allora all’inizio la persecuzione degli ebrei, le leggi razziali, sembrava tutto assurdo, non pensavano avrebbe portato all’orrore che ne è seguito... È stato sottovalutato all’inizio. Ma la storia del libro dimostra che i grandi cambiamenti, quelli peggiori, non avvengono con grandi rivoluzioni, ma a poco a poco».

C’è un parallelismo con ciò che sta accadendo nel mondo contemporaneo?
«La lotta per restare umani va combattuta sempre, ogni giorno, questa è la grande sfida, come ripeteva Primo Levi. Quelli di loro che sono sopravvissuti allo sterminio degli ebrei hanno insegnato a lottare per difendere la voce di chi voce non ce l’ha. Bianca Guidetti Serra ad esempio è diventata avvocata e ha sempre difeso i diritti di donne e bambini. Ha trasformato il dolore in testimonianza, come Primo Levi, in qualcosa di costruttivo».

Cosa vorrebbe lasciasse questo libro in chi lo legge?
«Uno spiraglio di speranza. L’amicizia è raccontata come un legame forte, che ricostruisce, aiuta a rinascere, insegna ad amare di nuovo. Ma c’è anche il tema del non restare in silenzio di fronte agli abusi e alla violenza: il grande insegnamento che arriva da Primo Levi e le sue amiche è non chiudere gli occhi, pensare e ragionare mettendo in discussione tutto, sviluppare lo spirito critico».

La scuola oggi insegna a sviluppare lo spirito critico?
«Quello delle insegnanti e degli insegnanti è un lavoro di resistenza. L’umanesimo nella scuola ci dovrebbe essere, è imprenscindibile. Oltre a matematica e tecnologia, vanno insegnate anche umanità e etica, che devono guidare anche il nuovo approccio con l’innovazione tecnologica».

Come sono i ragazzi e le ragazze di oggi?
«Vedo molto sconforto, anche tra i più piccoli, assorbono come spugne il sentire che circola tra gli adulti e nella società, sono rassegnati. C’è solitudine, tanta dipendenza da smartphone e tecnologia. Manca lo spirito combattivo dell’adolescenza, che andrebbe risvegliato».

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