Quando l’Italia non fu più Italia
Corriere della Sera - Cultura

Quando l’Italia non fu più Italia

Sabato 7 febbraio 2026
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In occasione del Giorno del Ricordo, 10 febbraio, Solferino pubblica due giorni dopo la testimonianza di Itti Drioli, «Italiani come voi». Via dall’Istria, perseguitati dagli jugoslavi: un dramma collettivo, un’odissea di famiglia. Il 12 febbraio a Roma l’incontro con l’autrice

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Quando l’Italia non fu più Italia

di GIAN ANTONIO STELLA

In occasione del Giorno del Ricordo, 10 febbraio, Solferino pubblica due giorni dopo la testimonianza di Itti Drioli, «Italiani come voi». Via dall’Istria, perseguitati dagli jugoslavi: un dramma collettivo, un’odissea di famiglia. Il 12 febbraio a Roma l’incontro con l’autrice

Luigi Drioli in famiglia con Itti (a sinistra): lasciarono Isola d’Istria, oggi la slovena Izola

«Ci facemmo coraggio. Bussammo. Aprì una signora che non capiva l’italiano, e già questo mi ferì. Le dissi chi eravamo, un po’ a gesti, un po’ in inglese. Chiamò subito il marito. Ci tennero sulla soglia: rigidi, incupiti, diffidenti. Ormai eravamo noi gli usurpatori. Potei sbirciare solo nell’atrio. E rivedere mia mamma mentre le sputavano».

Itti Drioli non potrà mai dimenticare il giorno in cui tornò con le sorelle a vedere la casa in cui erano cresciute ed erano state felici in quella che allora era via Carducci a Isola d’Istria, otto miglia nautiche a sud di piazza Unità, Trieste. Poco più che una mezz’oretta, coi vaporetti che un tempo andavano su e giù. Speravano che tanti anni dopo l’esodo di oltre trecentomila connazionali la rivalsa che aveva gonfiato l’odio slavo contro l’Italia nella scia dei soprusi mussoliniani fino a cacciare tutti gli italiani, perfino quelli antifascisti, si fosse infine placata. No.

La copertina di «Italiani come voi. Una storia di resistenza ed esilio tra Istria e Italia» di Itti Drioli (Solferino, pp. 286, euro 18,50) E come racconta nel libro Italiani come voi. Una storia di resistenza ed esilio tra Istria e Italia , in uscita da Solferino, rivisse nella memoria la notte del novembre ’53 in cui una squadraccia di titini aveva sfondato il cancello e fatto irruzione: «Sandra e io urlavamo: “Mamma, mamma”, loro urlavano più forte: “Via di qua, sporchi fascisti!” “Andate via! Via, via! Questa non è la vostra terra!” “Non fermatevi a Trieste, fino a Roma dovrete scappare perché Trieste è nostra!” “Trst je nas”. Questo lo capivamo bene, stava scritto su tutti i muri nelle strade».

Itti Drioli (1947) Eppure lo sapevano, quei partigiani comunisti, che Luigi Drioli, il marito della Odilla che ora si parava loro innanzi a difendere le quattro figliolette terrorizzate, non era mai stato fascista. Sapevano che era un repubblicano erede dei miti mazziniani e garibaldini, che un paio di volte era stato arrestato per la sua ostilità al regime, che fin dal ’43 aveva preso contatto col Comitato di Liberazione nazionale della Venezia Giulia e grazie al suo viavai come commerciante di vestiti con negozi tra Trieste e l’Istria si era dato da fare per aiutare la Resistenza. Sapevano, in quell’Isola dove tutti conoscevano tutti, che aveva lasciato la casa triestina per rientrare nella Zona B occupata dagli jugoslavi perché il sindaco Toni Gandusio, antifascista e (presunto) «amico» di vecchia data, aveva garantito a Odilla: «Può tornare quando vuole». «Papà ritornò», ricorda Itti, «Il giorno dopo era in manette».

Per questo è da leggere la testimonianza del libro. Perché è la conferma, come in altri casi simili di istriani, fiumani e dalmati, che l’odio feroce contro gli italiani fu scatenato a prescindere dall’essere stati indifferenti o complici nei crimini fascisti. Anzi, Luigi Drioli infastidiva proprio perché era la prova di come l’antifascismo non fosse destinato affatto a sfociare nel comunismo filoslavo. Anzi.

Il processo celebrato nell’autunno al ’48 a Capodistria, a un tiro di schioppo da Isola, fu osceno: «“A morte!” urlavano, e le urla rimbombavano sotto i soffitti alti. Eravamo nella chiesa di San Francesco che ormai era sconsacrata: avevano ballato il Kolo là dentro, poi l’avevano fatta diventare una palestra e in quei giorni la usavano per fare il processo a papà e altri quattro imputati insieme a lui. Gli serviva uno spazio grandioso, ai titini, volevano dare uno spettacolo che gli istriani dovevano ricordare per tutta la vita. Avevano messo microfoni all’esterno per diffondere Radio Piria e gli altoparlanti erano disseminati per tutta la città.: quando toccava all’ufficiale dell’Accusa, bastava che alzasse un po’ la Tutta Capodistria doveva ascoltare. E avere paura. Avevano portato la claque per aizzare le belvevoce e subito dal fondo partivano gli applausi, se inveiva lo amplificavano a suon di insulti. “Sporchi fascisti! Terroristi! Spie! Servi dei capitalisti!”». Ed ecco compiersi, nel solco di quel processo che finirà con una condanna a 12 anni e sei mesi di lavori forzati a Drioli, «capo spirituale di quegli italiani di Isola che non possono adattarsi ai poteri popolari», il destino della sua famiglia. A partire dal nome dell’autrice a lungo cronista parlamentare a Roma: «Di nomi papà ne aveva scelti quattro: Italia, Giuliana, Soave, Augusta. All’anagrafe gli impiegati slavi cambiarono d’autorità l’ordine: l’ultimo, Augusta, promosso a primo della fila, poi Giuliana, Soave, in coda Italia. (...) La nostra famiglia non piegò la testa. Visto che chiamarmi Italia era pericoloso, le sorelle grandi trovarono un compromesso, ne ricavarono un diminutivo: Iti». Poi «Itti».

Piccole storie di paure, dolori, umiliazioni. Il pacco dal carcere coi vestiti del papà sporchi di sangue: la prova che era stato torturato. Il «compagno commissario» che dava alla mamma la «carta di emigrazione» che «la obbligava a rinunciare al mondo dov’era nata» con la scritta che «a sua richiesta» le era «concesso di abbandonare la zona B». Le visite in galera con Odilla che spiegava alle bambine, per impressionarle di meno, che «papà è in ospedale». L’addio al campanile di San Mauro. Il trasloco in lacrime col pianoforte per le figlie ma non i ricordi d’una vita e i quadri di Mazzini e Garibaldi. La delusione per l’accoglienza a Trieste dove i profughi non erano poi così ben visti e dovevano rivedere perfino il dialetto: «“Cosa”, Iti, no “cossa”. Se disi “sedia”, no “carega”». L’ottusità della burocrazia italiana: «La prego, mi ascolti: non sono nata in Jugoslavia, sono nata in Italia, ma adesso non è più Italia». La difficoltà di spiegare agli altri che cosa vuol dire sentirsi italiani con la piccola patria amata ormai di là del confine.

Ma su tutto e tutti svetta lui, Luigi Drioli, il figlio istriano di un «risorgimento incompiuto», il patriota di sentimenti antifascisti che fece la Resistenza col Partito d’Azione, il padre che finalmente scarcerato dalle prigioni slave per uno scambio di detenuti tra Giuseppe Pella e Josip Tito, si piccò di ricominciare da zero senza far pesare alla famiglia amarezze, torture, tradimenti: «Esaurito il giro delle mercerie di Trieste, prendeva una corriera e perlustrava i paesini del Friuli: con le dita da pianista estraeva da un borsone reggiseni e sottovesti e con la voce profonda faceva l’imbonitore. Tornava la sera che ero già a letto, mi salutava recitando Carducci: “Sette paia di scarpe ho consumate”. Taceva il seguito: “Sette fiasche di lacrime ho colmate”».

A Roma l’incontro con l’autrice

Il libro di Itti Drioli verrà presentato il 12 febbraio alle 18.30 a Roma alla Libreria Ubik Spazio Sette (via dei Barbieri, 7). Con l’autrice dialogheranno Giovanna Botteri e Guido Crainz. Letture di Valentina Valsania.

7 febbraio 2026 (modifica il 7 febbraio 2026 | 15:43)

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