Cinema, per molti «Hamnet» è già «il film dell'anno»: un crescendo emotivo che coinvolge la platea dall'inizio alla fine
Corriere della Sera - Cultura

Cinema, per molti «Hamnet» è già «il film dell'anno»: un crescendo emotivo che coinvolge la platea dall'inizio alla fine

Sabato 7 febbraio 2026
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Chloé Zhao affonda le mani nel dolore. Ma nella stagione dei premi potrebbe sorprendere

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Cinema, per molti «Hamnet» è già «il film dell'anno»: un crescendo emotivo che coinvolge la platea dall'inizio alla fine

di Sara D'Ascenzo

Chloé Zhao affonda le mani nel dolore. Ma nella stagione dei premi potrebbe sorprendere

Jessie Buckley e Paul Mescal in una scena del film 

«Hamnet» di Chloé Zhao

William e Agnes sono Shakespeare e sua moglie, che nella realtà si chiamava Anne (Hathaway). Due energie che prendono fuoco a Stratford tra la fine del '500 e l'inizio del '600. Lei esibisce è cresciuta con la matrigna ma ha sempre coltivato la connessione fisica con la natura che le aveva donato la mamma, lui fatica a trovare il suo posto nel mondo, come ben sa chi nasce sotto scacco di debiti più grandi di lui in un paesino di campagna, ma sente di appartenere in maniera irrequieta al mondo. La miccia dei loro corpi si consuma e si sposano, nonostante resistenze in entrambe le famiglie. Nasce una prima figlia, ma William (Paul Mescal) è inquieto, beve. È Agnes a sapere (sempre) cosa fare e lo spedisce a Londra, perché lì passa il mondo e le sue sudate carte che contengono il principio del suo genio potrebbero trovare la strada giusta. Quando Agnes fatica nel mettere al mondo i due gemelli Hamnet e Judith, emergono le prime fratture tra i due, che esplodono quando Hamnet muore di peste. Zhao è combattuta tra minimalismo e panteismo: fortunatamente il rapporto tra i due è restituito da poche pennellate, inquadrature suggestive, avvicinamenti, desiderio. Lei vive di connessioni col paesaggio che a volte sembrano appesantire la storia, che ha un prima e un dopo la morte del piccolo. Il film è un crescendo emotivo; visivamente coinvolgente da subito, con un rapporto stretto con il verde della natura, le sue profonde radici. Ma è nella seconda, quando «Amleto» viene messo in scena, che il film ha uno scarto, compresa l'interpretazione di Mescal, che per metà film è talmente nella parte del padre che scappa da farsi fantasma egli stesso, ombra del grande attore che è. Jessie Buckley urla e fisicamente si fa madre, ma la vera emozione tra i due, il vero filo che sembra riannodarsi è quando lei arriva per vedere l'«Amleto», di cui non sa nulla e rivive in scena il dramma della morte del figlio e dell'allontanamento del marito. Nel bianco cerone di William scorgiamo allora l'ombra: non una lacrima, perché Zhao è attenta a non lasciarsi andare e a non banalizzare la commozione. Ma un'emozione quasi insostenibile, che muove gli animi. È per quello che, nella stagione dei premi che culmina con l'Oscar, «Hamnet», candidato a 8 statuette, ha buone chance di sorprendere.
Voto: 7. Che diventa 8 per l'ultima parte: la più intensa, la più emozionante.

«Lavoreremo da grandi» di Antonio Albanese

La notte pazza di Beppe, Umberto, Toni (e Gigi, ma lui è quasi un pupazzo, una bambola che emette suoni, stordito da alcol e lo choc per la morte della zia che non gli ha lasciato nulla) sul lago d'Orta. Una notte tutt'altro che brava, con Toni (Niccolò Ferrero), appena uscito di prigione e il padre (Antonio Albanese, Umberto) con i suoi amici Giuseppe Battiston (Beppe) e Nicola Rignanese (il Gigi di cui sopra) alle prese con una sfortunata catena di eventi. Raccontare la trama serve a poco. Albanese sceglie la via della storia bislacca, della comicità da mimo, della recitazione sopra le righe. Strada rischiosissima, che si porta dietro carenze di sceneggiatura e l'idea di voler far ridere con poco/niente. Difficile fare un film in cui salvare qualcosa: Battiston sembra l'ombra di sé stesso, Albanese è rattristato, Ferrero intimorito, anche se non se la cava poi male, Rignanese gigioneggia. In questo appiattimento adatto alle acque del lago, il punto più basso si raggiunge con l'arrivo della figlia volgare e sboccata che perde per strada il suo dildo. Il resto conta poco. 
Voto: 5. Commedia surreale non supportata da una gran scrittura, ancora meno da una forte recitazione, annaspa alla prima inquadratura. Con battute scontate e qualche volgarità di troppo. La gag sulla musica atonale funziona forse una volta, anche se l'aveva fatta prima e meglio Alberto Sordi. Alla quinta ti stende.

«L'inflitrata» di Arantxa Echevarria

Il film è tratto dalla storia vera di Aranzazu Berradre Marín, pseudonimo di una agente della Polizia Nazionale infiltrata nell'organizzazione terroristica ETA per otto anni e il fuoco è proprio la protagonista (Carolina Ortega Yuste), agente della polizia per la quale ritrovarsi dentro l'Eta, vuol dire per otto anni annullare o dimenticarsi la sua vita a tal punto da accettare o provocare una vicinanza con uno dei terroristi con cui si ritrova a vivere. La sindrome di Stoccolma è solo uno degli aspetti. C'è la perdita d'identità in questo film e il continuo pendolare della protagonista, che sente di non appartenere più al suo mondo ma fatica ad accettare il ruolo che si è ritagliata. La regista incolla il film alla sua protagonista e fa bene. Perché accendere un faro su di lei vuol dire tenere alta la tensione per tutto il film senza soste. Anche se la fotografia a tratti risulta televisiva e non ha l'intensità di altri film sul terrorismo dove lo scavo psicologico è più trasversale. 
Voto: 6. Ricostruzione piuttosto banale, anche se la tensione c'è tutta. Ma in genere difetta di emozione. 

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7 febbraio 2026 ( modifica il 7 febbraio 2026 | 12:13)

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