La casa è un’esigenza, non un’emergenza
Corriere della Sera - Cultura

La casa è un’esigenza, non un’emergenza

Venerdì 6 febbraio 2026
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Il caso Niscemi e la visione verso il futuro. Gli esempi di altri Paesi europei

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La casa è un’esigenza, non un’emergenza

Massimiliano Fuksas | 6 febbraio 2026

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Caro direttore, in questi giorni a Niscemi emerge per l’ennesima volta il tema dell’emergenza casa. Niscemi è lo specchio di una condizione diffusa. Le nostre città sono esposte a un elevato rischio idrogeologico e sono fatte di un patrimonio edilizio con oltre cinquant’anni di vita. Abbiamo sempre ritenuto che la casa per tutti costituisca il fondamento della civiltà di un popolo. Un principio che resiste al tempo, anche se il problema si ripresenta ciclicamente. Come possiamo trasformare questa esigenza in programmi reali, rapidi ed economicamente sostenibili?

È da parecchio tempo che lavoriamo ad un nuovo modello di abitare. Durante il Covid, abbiamo scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per evidenziare come la casa fosse il primo presidio di difesa. Occorreva pensare ad un futuro in cui l’abitazione fosse flessibile e dotata di strumenti sanitari che mettessero direttamente in contatto con i presidi territoriali. Evitando la congestione dei pronto soccorso. Una casa intelligente, capace di rispondere a tutte le emergenze possibili.
L’emergenza principale ora è quella di dare alloggio a tantissime persone. In Francia ogni anno si realizzano 38.000 alloggi sociali. In Germania 49.000 e in Spagna 14.000. In Italia dato non pervenuto. Il fabbisogno stimato per il 2025 era di 198.000 alloggi in Francia, 140.000 in Germania ed esplode in Spagna con 600.000. E in Italia ancora dato non pervenuto. Numeri impressionanti, che includono chi non ha un tetto sotto cui ripararsi, chi non ha i mezzi per pagare un affitto o per acquistare una casa. Oltre a chi non ha reddito o ne ha poco, ci sono poi i lavoratori precari, i giovani, gli anziani, i separati. Ci sono migliaia di immigrati che attendono di essere regolarizzati. Solo in Spagna sono 500.000 quelli che otterranno a breve la cittadinanza. Queste saranno le nuove generazioni, un mix culturale che arricchirà la nostra società.

Il mondo si sta già muovendo per rispondere a questa richiesta. A New York, Zohran Mamdani ha annunciato che la sua amministrazione avrà come obiettivo principale la casa per tutti quelli che ne hanno bisogno ed i trasporti gratuiti, oltre al congelamento degli affitti. In Italia si torna a parlare di un nuovo «Piano Casa». Intanto il nostro studio sta sviluppando nei Paesi Baschi un progetto di case a basso costo e totalmente ecosostenibili. Questo è possibile grazie alla collaborazione attiva con le imprese spagnole più innovative, che mettono a disposizione le più avanzate tecnologie per rispondere al problema.
Come nei processi biologici in cui le cellule si rinnovano continuamente eliminando le anomalie, stiamo creando nuove unità abitative che sostituiscano progressivamente quelle «malate», favorendo una rigenerazione urbana diffusa. Attraverso algoritmi complessi, si aggregano i dati relativi al numero di abitanti, alle modificazioni climatiche, in altre parole che tipo di architettura è sostenibile. Tutto questo consente la realizzazione in tempi brevi di modelli flessibili e modificabili nel tempo, perché modulari. Il processo industrializzato può produrre abitazioni che non siano dei semplici container d’emergenza. L’industrializzazione non ha niente a che vedere con la vecchia prefabbricazione, ma ha i vantaggi di ridurre i tempi di costruzione, i costi ed i rischi per le maestranze. Durata inferiore dei cantieri ed assemblaggio rapido delle componenti prodotte in fabbrica, possono incidere notevolmente su impatto economico e sicurezza. Come aveva già capito Jean Prouvé.

C’è poi il tema della qualità. È possibile costruire o ricostruire la quantità delle nostre città partendo da un disastro? Come si fa a ritrovare la diversità e l’empatia proprie della dimensione collettiva? È possibile se si abbandona la logica dell’emergenza come unica risposta. Il disastro sia punto di partenza per un processo strutturato, capace di sovvertire modelli urbani fallimentari e pratiche consolidate di speculazione. Ricostruire significa anche intervenire sulle norme, snellendo le procedure e creando strutture di controllo e monitoraggio costante della situazione. Ricostruire significa pensare al futuro e non al passato.

L’architettura ha un futuro profondamente legato alle persone. Deve essere capace di ascoltare, di adattarsi, di evolvere insieme alla società. A Niscemi questo futuro non è un’astrazione teorica, ma una necessità immediata. Concreta. Non rinviabile. Come in tante parti del nostro Paese. Perché non trasformare Niscemi in un laboratorio operativo per la ricerca e per la ricostruzione? Che si allontani dai brutti modelli del passato in cui la ricostruzione ha prodotto effetti catastrofici, nuove città in cui le persone faticano a trovare identità e benessere. La parte più difficile è quella di non costruire solo l’architettura, ma luoghi di aggregazione e vita in comune. Perché in fondo la città cos’è se non il luogo di incontro per eccellenza?

6 febbraio 2026

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