«Oliviero Toscani? Un grande artista, aveva un caratteraccio ma era generoso. Vogue gli ha rifiutato un servizio su Patti Smith, per Benetton quel sodalizio fu anche un fallimento»
Fabrizio Spucches e il documentario sul fotografo: «Quando gli chiesi il permesso lui mi rispose: fallo se ne sei capace. Adesso un nuovo progetto che vogliamo portare nelle scuole per farlo conoscere ai giovani»
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«Oliviero Toscani? Un grande artista, aveva un caratteraccio ma era generoso. Vogue gli ha rifiutato un servizio su Patti Smith, per Benetton quel sodalizio fu anche un fallimento»
di Piero Di DomenicoFabrizio Spucches e il documentario sul fotografo: «Quando gli chiesi il permesso lui mi rispose: fallo se ne sei capace. Adesso un nuovo progetto che vogliamo portare nelle scuole per farlo conoscere ai giovani»
Fabrizio Spucches, 38enne catanese, da giovanissimo è entrato nella factory «La Sterpaia» di Oliviero Toscani, lavorando con lui per una decina d’anni. Al fotografo milanese scomparso un anno fa ha dedicato il film documentario «Oliviero Toscani. Chi mi ama mi segua», venerdì 6 febbraio alle 15,45 al Modernissimo di Bologna presentato dallo stesso Spucches insieme a Nicolas Ballario, critico d’arte che ha iniziato anche lui con Toscani.
Spucches, cosa ci manca oggi di Toscani?
«Lui come persona, ma anche la sua coerenza».
Come lo aveva conosciuto?
«A Fabrica, il centro fondato a Treviso con Benetton, dove lavoravo. Poi abbiamo scoperto un archivio di Vhs inedite di varie fasi, oltre 500 ore di girato. Gli avevo chiesto se ne avessi potuto fare un documentario. Lui mi aveva risposto: “Fallo, se ne sei capace”».
Come ha proceduto?
«È stato un lavoro a quattro mani con lui per i primi anni, poi siamo arrivati a mettere insieme tanti interventi di Oliviero di epoche diverse. Era una persona molto coerente, che pensava le stesse cose a 20 come a 80 anni. Così abbiamo potuto sperimentare un montaggio alternando spazio e tempo».
Cos’ era la fotografia per Toscani?
«Un modo per testimoniare il proprio tempo, un mezzo per esprimere il proprio pensiero. Tutto ciò che conosciamo è filtrato dall’immagine fotografica, tanto più oggi quando vengono scattate miliardi di foto. Oliviero si sentiva un fotografo, non un artista. Ma lo era».
Qual è stata la scoperta più sorprendente nell’archivio ritrovato?
«C’erano delle vecchie Polaroid fatte a Patti Smith per “Vogue”, quando era arrivata a New York nei primi anni ’70. Non era ancora conosciuta e per questo anche Vogue aveva rifiutato il servizio. Così abbiamo mandato le foto a Patti Smith per chiederle un’intervista e lei ha accettato, commossa».
Cosa ha rappresentato il sodalizio tra Toscani e Benetton?
«Una rivoluzione, un capo di azienda e un fotografo che decidono di fregarsene di tutto il resto, del marketing e della pubblicità, dei moralismi. Per andare avanti con le proprie idee. Anche se Luciano Benetton, oggi 90enne, nel film parla anche di fallimento: “Abbiamo provato a spingerci oltre ma non abbiamo ottenuto i risultati che volevamo”. Però ci sono foto come quella del ragazzo palestinese e del ragazzo israeliano che purtroppo sono ancora attualissime».
Il film è anche un modo per far conoscere Toscani ai più giovani?
«Precisamente, anche perché Oliviero si circondava sempre di giovani. Volevo tramettere il grande insegnamento che mi ha passato. Insieme alle due case che hanno prodotto il film ora stiamo lavorando per un grande progetto che lo porterà nelle scuole».
Ma è vero che aveva un caratteraccio?
«Era una persona molto difficile, duro ma anche generoso con chi lavorava a contatto con lui. Chi resisteva poi veniva accolto».
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6 febbraio 2026
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